Alessandro Masi

“Alla festa della rivoluzione” è il titolo molto appropriato che Claudia Salaris dette anni fa a un suo libro sulla rivoluzionaria esperienza fiumana. Un’esperienza che, prima ancora di essere politica, fu ideologica e soprattutto estetica, se con tale termine si vuole accettare per buono quel grado di visionarietà e di follia con cui venne stravolta la quotidianità.

Visionaria per la maniera con cui ci si avventurò in sperimentazioni immaginifiche, tipiche delle avanguardie, e per sentieri nuovi del linguaggio come solo D’Annunzio era in grado di fare. Furono scanditi slogan, coniate parole nuove, accesi nuovi lampi di creatività, distrutte norme e consuetudini; fu reinventata la morale, riscritti i comportamenti e sanzionato il passato.

A Fiume – scrive Vercesi – si uccidevano i padri e le loro convenzioni. Ne veniva eletto uno nuovo, immaginario, nella figura del Comandante”. Sebbene il libro di Pier Luigi Vercesi sia più nell’orbita della storia o, se si vuole meglio, dal racconto che si fa storia, non di meno vale qui la pena di porre l’accento sull’importanza di quei tratti creativi che furono caratteristici della Fiume di D’Annunzio. Una sorta di comune ante litteram, dove happening, un’arte di environment, di contesto, come una quinta teatrale di uno scenario che muta col mutare degli umori, delle notizie e dei giorni...

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