Alessandro Masi

Si ripropone in questa sede l’intervento del dott. Alessandro Masi, Segretario Generale della Società Dante Alighieri, nel corso della giornata inaugurale della XV Settimana della lingua italiana nel mondo, organizzata nell’ottobre 2015 dal Comitato della Dante di Skopje in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia, il Centro Informativo UE e l’Università “SS. Cirillo e Metodio”.

Ho scelto di parlare di Dante e l’Europa oggi, in un importante segmento di storia che sta coinvolgendo il nostro Continente, per far meglio comprendere – a partire dall’ultima Cantica – quanto sia stato fondamentale il contributo della Divina Commedia alla comprensione della nascita dell’idea d’Europa fin dalle sue fondamenta.

Il VI Canto del Paradiso, difatti, è imperniato sulla storia dell’Impero Romano dettata nei punti essenziali da Giustiniano. La chiusa di esso, dedicata a Romeo di Villeneuve, risponde al programma dantesco che verrà spiegato nel XVII del Paradiso da Cacciaguida (“Però ti son mostrate in queste rote,/ nel monte e nella valle dolorosa/ pur l’anime che son di fama note,/ che l’animo di quel ch’ode, non posa/ né ferma fede per essempro ch’aia/ la sua radice incognita e ascosa, / né per altro argomento che non paia”): accanto a personaggi famosi, che danno credito al racconto di Dante, compaiono uomini e donne di piccola o nessuna notorietà (in questo caso, appunto, il siniscalco di Raimondo Berengario IV, rettissimo amministratore, morto in miseria contro il suo merito: e Dante riflette se stesso in questa figura poeticissima). A parlare è sempre Giustiniano, ma il Canto non si conclude al verso 142, bensì continua nel successivo, il VII, sempre del Paradiso (sembra che Giovanni Pascoli abbia intuito, forse per primo, un collegamento strutturale nei motivi dell’Aquila e della Croce), in cui l’imperatore intona una melodia che trasporta l’atmosfera imperiale (storica) nel mistero dell’incarnazione e della croce (teologica), con la spiegazione sottilissima – siamo al 1300, per cui non ci si meravigli dei distinguo tomistici e delle puntualizzazioni talvolta capziose ormai lontane dal nostro modo di pensare – della terzina del Canto precedente (versi 91-93): “Or qui t’ammira in ciò ch’io ti replìco:/ poscia con Tito a far vendetta corse/ de la vendetta del peccato antico” (il soggetto è l’Aquila di Roma, il “santo uccello”)...

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