Il 24 ottobre 1899 si inaugurava a Messina il decimo Congresso della Dante Alighieri e Pasquale Villari pronunziava per l’occasione il discorso seguente. L’Autore medesimo così ne annotava la pubblicazione per la «Nuova Antologia». «Gli stenografi ne raccolsero solo una; e però, avendolo dovuto, dopo alcuni mesi, ricomporre, mi è venuto fatto di dare  maggiore estensione ad alcune parti di esso, specialmente a tutto ciò che si riferisce al Sempione, e che a Messina fu assai brevemente accennato».

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Signore e signori,

prima che io vi cominci a parlare della Dante Alighieri, debbo chiedervi il permesso di fare un preambolo affatto personale. Non è secondo le convenzioni ufficiali, non è secondo le regole della retorica; ma retorica o non retorica, obbedisco ad un sentimento che è più forte di me. Io sento il bisogno di dirvi, come ogni volta che pongo il piede sulla terra siciliana molti sono i pensieri che si agitano nel mio spirito, molti i ricordi della mia giovinezza, le care immagini che si ripresentano dinanzi a me. È assai difficile descrivervi quello che sento. Dirò solo che mi tornano alla memoria quelle parole della Bibbia, là dove il Signore dice a Mosè: Levati i calzari, perché la terra su cui tu cammini è sacra.

Non crediate, o signori, che questa sia una di quelle frasi retoriche, con le quali gli oratori cercano, sin dal principio dei loro discorsi, cattivarsi l’animo dell’uditorio. Vi sono ragioni che voi facilmente comprenderete. Prima di tutto, io nacqui a Napoli, e non posso non ricordare, nel rivedere la Sicilia, tutto il male che i Borboni di Napoli le fecero. Non posso, venendo qui a Messina, non ricordare l’eroica difesa che nel 1848, bombardata dalla fortezza, bombardata dal mare, assalita dalla parte di terra, essa fece lungamente contro l’esercito borbonico preponderante, rinforzato dagli Svizzeri: e poi il saccheggio, le stragi seguite nelle strade, nelle case, nelle chiese. E voi, nel vostro generoso animo siciliano, dovete facilmente comprendere, che in presenza di questi ricordi, il pensiero che naturalmente sorge, che deve sorgere, è semplicemente questo: che un Italiano di Napoli non potrebbe a se stessa augurare nessun destino più nobile del vivere o anche morire, per far qualche cosa che alla Sicilia riuscisse utile o almeno gradita.

S’aggiunge che, quando io ero giovinetto, il Governo borbonico cercava ogni mezzo per seminare odio fra Napoletani e Siciliani; e nelle scuole, come per opposizione, le più forti, le più tenaci amicizie si stringevano appunto fra di essi, e venivano come santificate, esaltate dall’azione avversa del Governo. Io facevo appena gli studi ginnasiali, quando incontrai colui che la prima volta mi parlò d’Italia, un giovane siciliano, nato non molto lungi di qui, in Acireale. Il suo nome era Gregorio Romeo. Nell’avvicinarmi ora a Messina, la sua immagine sorgeva viva e parlante dinanzi a me. Ricordo un giorno in cui l’andai a trovare nella sua cameretta da studente. Lo vidi seduto sopra un sedia, e un vecchio barbiere gli radeva la barba. Era in uno stato di straordinario eccitamento. I suoi capelli corti e ricciuti, la sua carnagione scura, i suoi occhi fiammeggianti come due diamanti neri, tutta la sua fisonomia era come illuminata da una nuova insolita luce: aveva una espressione che accennava a qualche cosa di straordinario davvero. Colle dita della mano egli indicava il numero tre, senza che io potessi capire che cosa volesse mai dire. E s’agitava tanto e così febbrilmente, che il vecchio barbiere esclamò Signorino! se continuate a questo modo, voi vi tagliate la gola, ed io vado in galera. Quando finalmente il vecchio barbiere fu andato via, l’ardente giovane chiuse l’uscio, ed avvicinandosi a me, esclamò sotto voce: I fratelli Bandiera sono sbarcati in Calabria. Se tre provincie si sollevano, la rivoluzione è fatta...

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