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Alessandro Carlucci*

Della lingua e dello stile argomentativo di Gramsci si sono occupati, stranamente, in pochi. Alcuni spunti di riflessione stimolanti sono venuti da chi – come ad esempio Italo Calvino – si è interrogato sui problemi che emergono quando gli scritti gramsciani vengono immessi in altre tradizioni linguistiche, ossia di fronte alla prova della traduzione1. Tuttavia, come già notato da uno storico della lingua, Luigi Matt, in un importante convegno organizzato dalla Fondazione Istituto Gramsci nel 2007, non pare che nessuno abbia mai affrontato la questione sistematicamente.
In quell’occasione Matt osservava che “a tutt’oggi risulta completamente trascurato lo studio dell’assetto linguistico-stilistico della prosa di Gramsci”2.
Tale lacuna non può non colpire. Gramsci è infatti un autore i cui concetti sono stati oggetto non solo di innumerevoli interpretazioni3, ma anche di approfondite analisi storico-genetiche4; e gli studiosi che hanno proposto queste interpretazioni e analisi con maggiore accortezza metodologica sono, in sostanza, tutti concordi nel sottolineare i problemi filologici che s’incontrano in un corpus testuale come quello gramsciano, mai raccolto né rivisto dall’autore in vista di una pubblicazione complessiva. Eppure, proprio per un autore di questo tipo, disponiamo di pochissimi lavori dedicati specificamente all’analisi del suo modo di esprimersi e di argomentare…

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