Alessandro Masi

Dedichiamo questo numero di Apice alla memoria di Pasquale Villari, storico presidente della Società Dante Alighieri, nel primo centenario dalla sua scomparsa. Il carattere della sua vita attiva si coglie anche nei discorsi redatti e pronunciati per la Dante, dove la lingua italiana è un elemento di coesione nazionale e crescita sociale.

Subito dopo il suo insediamento, nel 1896, Villari ricorda ai Comitati lo scopo principale dell’istituzione: mantenere gli italiani all’estero in contatto con la madrepatria. “Il nostro statuto dice chiaro, che si tratta di diffondere la lingua e la cultura del paese, ovunque, fuori dei confini, si trovano Italiani” (ivi, p. 22).

Al contempo bisognava far conoscere gli scopi della Dante Alighieri e moltiplicarne le sedi. Proprio in quegli anni, su iniziativa spontanea degli italiani di Alessandria d’Egitto, nacque una delle prime scuole d’italiano all’estero. Erano tempi di fragilità nazionale, le cui cause Villari ricerca tra le alterne fasi dell’emancipazione nazionale, incluse le vicende garibaldine. Applicava la lezione del maestro e amico Francesco De Sanctis: “guardare ai fatti”. I fatti erano che l’italianità doveva ancora essere costruita mentre l’Italia viveva una debolezza strutturale, politica e istituzionale.

Villari enuclea le molte questioni in campo in opere come Di chi è la colpa?, saggio pubblicato sul Politecnico nel 1866. Parlando delle sconfitte di Custoza e Lissa, cita tra le cause l’ignoranza delle truppe e l’insufficienza culturale delle élite al comando. “Non è il quadrilatero di Mantova e Verona che ha potuto arrestare il nostro cammino; ma è il quadrilatero di 17 milioni di analfabeti e 5 milioni di arcadi”. Non sfuggono all’analisi l’inefficienza della burocrazia, la sostanziale arretratezza del sistema economico e del Mezzogiorno, l’intero e problematico quadro sociale. La visuale era ampia: intellettuale e storico, Villari svolse anche attività politica come deputato, senatore e ministro dell’Istruzione (1891). Fu inoltre tra i fondatori della storia della questione meridionale, nata da una “questione napoletana”, che ritroviamo nelle Lettere meridionali (pubblicate nel 1875, ma ne esistono dal 1861).

L’avvio della grande emigrazione seguita alla crisi agraria del 1870 avrebbe visto aprirsi anche un ruolo politico-sociale per la Dante. “Dobbiamo assistere impassibili – si chiedeva Villari – allo spettacolo doloroso di migliaia e migliaia di italiani che nel più povero quartiere di Nuova York si accumulano cenciosi, poveri, privi di scuole, privi di tutto?”. Queste persone, non dimentichiamolo, non parlavano italiano ma una enorme varietà di dialetti e lingue locali. Erano parte di quei 17 milioni di analfabeti e “fare italianità”, integrarli nell’Italia unita era un obiettivo fondamentale. Negli Scritti sull’emigrazione, del 1909, Villari affrontava la questione con uno stile che non prendeva in esame solo i fatti della grande storia ma illuminava anche le prospettive umane più personali.

Già nell’undicesimo congresso della Dante, a Ravenna, anno 1900, il presidente Villari aveva proposto un’ampia relazione su La Dante e le consimili società europee. Con un’inclinazione umanistica tratteggia il brutto mondo degli emigranti del tempo, citando il racconto del missionario Pietro Maldotti: “Diverse lingue, orribili favelle, / Parole di dolore, accenti d’ira, / Voci alte e fioche, / e suon di man con elle. / Agenti d’emigrazione con sinistro aspetto giravano in mezzo a quegl’infelici” (ivi, pag. 74). La scena è “girata” a Genova, nel piazzale della Stazione, dove 2.000 emigranti erano assiepati e pronti a partire. Infine, ricorda Villari, “dal 1882 al 1898 si calcola che siano partiti da Genova pel Brasile 719.000 Italiani”.

Allora eravamo noi a dover partire in cerca di fortuna, in condizioni simili a quelle che oggi, dolorosamente, vivono altri popoli. Il senso di comunità, di riconoscimento e identità, da costruirsi con la lingua italiana era già nell’idea della presidenza Villari: la lingua come strumento (in questo caso di integrazione), non come finalità a sé stante.

L’Heimat italiano nel mondo, infine, si poteva basare solo su fondamenta culturali e linguistiche, quelle offerte dalla lingua di Dante. Con uno spirito costruttivo, certamente anche risorgimentale, ma soprattutto storico e sociale, possiamo dire che Villari spese un’intera esistenza per difendere l’idea di un’italianità “dei fatti”, fondata sulle bellissime parole della nostra storia letteraria.