Sinossi a cura di Aldo Onorati
Nel canto XXX del Purgatorio, Beatrice, con la sua reprehensio conforta e ammonisce Dante a non piangere per l’assenza improvvisa di Virgilio (v. 55-57). Diversa è la reazione dell’Alighieri quando, al posto della sua amata guida, trova san Bernardo di Chiaravalle. Ma procediamo con ordine in questo crescendo di bellezza, sensazioni indicibili, tripudi di angeli.
La milizia santa, che col suo sangue Cristo sposò, si presenta a Dante in forma di “candida rosa”. Le creature angeliche portano direttamente da Dio a questa milizia la gioia e la pace del Paradiso come sciami di api che suggono il nettare dai fiori e lo recano alle arnie, per tornare al lavoro sui prati e sugli alberi fioriti. Gli angeli avevano i volti di fiamma viva, le ali d’oro e il resto più bianco della neve (sono immagini prese dalla Bibbia ma divenute popolari grazie alle pitture e agli affreschi nel Medioevo). Eppure, un così sterminato numero di puri spiriti che si frapponeva fra Dio e le anime beate della Candida Rosa, non annebbiava la trasparenza della distanza fra queste e Dio, dato che il raggio divino si interna in ogni dove secondo il merito di chi lo riceve. Così, questo beato regno, pieno di anime antiche e recenti, aveva lo sguardo fisso e attento a un punto: alla “trina luce”, in unica stella, che le appaga totalmente. Ma qui Dante non perde occasione per implorare Dio di guardare la Terra e le miserie tempestose degli uomini (v. 30). Poi, per dichiarare il suo stupore di Pellegrino che assiste a spettacoli impensabili, porta l’esempio dei barbari calati dalle regioni algide del Nord, stupefatti nell’ammirare Roma e il Laterano. Se loro – restando comunque nel mondo – si meravigliavano di tali superbe bellezze mai viste prima nei freddi luoghi sotto l’Orsa Maggiore, come non poteva strabiliarsi lui che dall’umano saliva al divino, dal tempo all’eternità, dalla corrotta Firenze alla santità di quel popolo che riempiva quasi totalmente la Candida Rosa? Così, gioia e meraviglia rendono Dante muto nella contemplazione. E al pari del pellegrino che guarda attento la chiesa dove compie, sciogliendolo, il voto, pensando al giorno in cui narrerà agli altri quanto ha visto e ha fatto; anch’egli muoveva in giro lo sguardo, in ogni dove. Notava volti ricolmi di carità, adorni della luce divina e della propria esultanza, pieni di tutte le virtù. Insomma, aveva colto la struttura intera dell’Empireo pur non soffermandosi particolarmente su nessun particolare, quando, voltosi a Beatrice per domandarle chiarimenti, trova al suo posto un vecchio vestito come le genti gloriose. Era palesemente cosparso in volto (gene deriva da latino genae che significa guance, ma va inteso come viso, volto infatti, per metonimia) di benignità paterna. Alla richiesta ansiosa di Dante, dove fosse Beatrice, la risposta è: “Se riguardi su nel terzo giro/ del sommo grado, tu la rivedrai/ nel trono che suoi merti le sortiro” (v. 67-69). E’ stata ella a pregare san Bernardo di prendere il posto di lei accanto al suo protetto. A questo punto, la reazione del Poeta è molto diversa da quella avuta alla scomparsa di Virgilio. Dante non risponde. Leva gli occhi in su. Vede che Beatrice è circonfusa di un’aureola di luce che riflette i raggi divini. Ora, la sostituzione dei personaggi ha chiaro significato simbolico, al pari dell’entrata, in Purgatorio, di Stazio (la Fede) accanto a Virgilio (la Ragione) per proseguire verso il Paradiso Terrestre dove la sola Ragione non basta più: la Teologia pure ha i suoi limiti, e deve essere appoggiata, se non addirittura sostituita, dalla contemplazione mistica che muove la Vergine a intercedere presso Dio. Infatti, san Bernardo di Chiaravalle non è stato scelto a caso da Dante: egli fondò 68 monasteri, ma soprattutto dette interamente se stesso per appoggiare il rinnovato vigore al culto della Madonna (fu chiamato doctor mellifluus e la sua figura e importanza di mistico influenzò l’intera Europa). Visse 62 anni, dal 1091 al 1153.
C’è una sorta di prodigio in questa estrema sommità celeste: le distanze inimmaginabili non impediscono la visione esatta dei volti e degli scanni ove siedono i beati (Dante porta un esempio eloquente: Beatrice distava da lui quanto l’atmosfera dal più profondo delle fosse marine).
Dante ringrazia, con grande commozione, ma trattenuta – com’è suo stile – in un solido pudore, la sua donna, da cui prende forza la propria speranza; ella non ha disdegnato di lasciare le sue impronte in Inferno per soccorrerlo pregando Virgilio; non solo, ma il Poeta riconosce che da lei è derivata la forza e la Grazia di sostenere il viaggio dalla schiavitù alla salvezza. Poi, dimostrata la sua immensa gratitudine, le chiede di conservare in lui i risultati raggiunti grazie alla magnificenza di lei, in maniera che l’anima del peccatore pentito (Dante) si disnodi pura dal corpo, quando sarà l’ora. Beatrice, da quella lontananza astrale, sorrise al suo protetto, ma presto tornò a gustare la luce di Dio. C’è, nell’atmosfera del racconto, una forza di commozione trattenuta, altamente lirica, umana e sovrumana insieme. Ancorché Dante sia prossimo alla visione di Dio, sa che – tornando nel mondo – non rivedrà l’amata e venerata Beatrice per molto tempo, quanto gli servirà per purgarsi dai peccati in Purgatorio (abbiamo visto già dove il Pellegrino intuisce di finire dopo la morte) prima di salire fra i beati e rivedere gli occhi lucenti e il sorriso di colei che lo ammaliò in vita e lo salvò con la sua intercessione.
Ora san Bernardo lo invita a guardare il giardino mistico, al fine di portare a termine il suo viaggio coincidente al desiderio suo e di Beatrice, “E la regina del cielo, ond’io ardo / tutto d’amor, ne farà ogne grazia,/ però ch’i’ sono il suo fedel Bernardo” (v. 100-102). Il beato rivela il suo nome, e ricordiamoci pure che Dante è un devoto di Maria (“Il nome del bel fior ch’io sempre invoco/ e mane e sera tutto mi restrinse/ l’animo a ravvisar lo maggior foco”, Paradiso, c. XXIII, v 88-90). San Bernardo fu detto anche ‘alumnus familiarissimus Dominae nostrae’ e scrisse diversi libri sulla Madre di Dio. Ora, bisogna fare una riflessione d’obbligo: a Beatrice si sostituisce un venerando mistico, ma egli è un mezzo per pregare la Madonna; quindi due figure femminili si susseguono, in lievitazione di grandezza: l’uomo è solo un momentaneo tramite. Ma l’ammirazione dell’Alighieri per il Santo è grande. Ora che egli si è nominato, il Poeta ha un sussulto di gioia e di meraviglia come il pellegrino che, partito da paesi lontani (forse la Croazia), viene a Roma per ammirare la veronica (cioè ‘vera icona’, reliquia che rivela il volto di Cristo, un panno con cui nostro Signore si sarebbe deterso il volto durante la passione) ed esclama: “Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace, / or fu sì fatta la sembianza vostra?” (v. 107-108). San Bernardo, infatti, fu considerato prototipo e modello degli spiriti contemplativi, i quali già nella vita mortale pregustano la dolcezza della pace eterna. Egli esorta Dante a non tenere gli occhi bassi, ma ad alzare lo sguardo verso la Madonna, la regina a cui il regno celeste è suddito e devoto. Dante obbedisce, e gli appare, sull’estremità della Rosa Mistica, uno splendore che vinceva di intensità ogni altra apparenza, come l’oriente al mattino quando il sole nasce per cui l’occidente è quasi ancora avvolto dall’ombra della notte. E lì, in quel punto altissimo e lucente, ai cui lati due schiere di anime man mano affievolivano il loro splendore, il Poeta vede un’orifiamma e angeli festanti cantare cori soavi; lì scorge “ridere una bellezza, che letizia/ era ne li occhi a tutti li altri santi” (v.134-135). Anche qui Dante usa la tecnica dell’incapacità di descrivere – anche se per assurdo lo potesse – la dovizia di beltà della Vergine (notiamo infatti che egli non “rischierà” mai di farlo, se non illustrandola, per riflesso, nei volti gioiosi dei beati. Così, appena san Bernardo nota la passione con cui il Pellegrino fissa Maria, rivolge anche lui i suoi occhi alla Madonna, tanto da rendere ancor più intensa la contemplazione di Dante stesso.