Sinossi a cura di Aldo Onorati
Dopo che Beatrice ha condannato la corruzione dell’umanità, il Poeta volge lo sguardo a un punto accecante di luce e vede girare intorno ad esso nove cerchi concentrici che diminuiscono di velocità man mano che si allontanano dal centro. La guida, notando in Dante un dubbio forte, prevenne la sua domanda dicendo: “Da quel punto/ dipende il cielo e tutta la natura” (v. 41-42). Ritroveremo un’espressione simile nel XXXIII canto (v. 85-87). Poi: “Mira il cerchio più vicino al centro: il suo moto è velocissimo grazie alla carità ardente che lo stimola”. Però il Poeta non è soddisfatto della spiegazione, perché, come egli stesso fa notare a Beatrice, il mondo fisico è tanto più perfetto per quanto maggiormente si allontana dalla Terra, mentre in quei cerchi in alto su di loro avviene il contrario: essi girano meno rapidamente man mano che si distanziano dal punto focale. Al che ella: “Non mi meraviglio che le tue dita non riescano a sciogliere un nodo così stretto che nessuno ha tentato di sbrogliare, ma ora sta’ attento: io cercherò di saziare la tua sete di conoscenza”. La spiegazione è questa: i cerchi fisici sono larghi o stretti (arti da artus, latino) secondo i gradi della virtù che si distende per tutte le loro parti. Un bene maggiore genera maggiore influsso positivo se ha tutte le sue parti ugualmente compiute, per cui il Primo Mobile che imprime moto all’universo corrisponde al cerchio dei serafini che possiede maggiore carità e sapienza, per cui, se tu misuri non l’apparente dimensione dei cori angelici bensì la virtù, non ti sfuggirà la mirabile corrispondenza di ogni cielo alla relativa intelligenza angelica: i cieli più vasti si identificano con le più alte virtù angeliche e quelli più piccoli alle virtù minori.
La mente del Pellegrino è simile, ora, al cielo sereno; ma appena Beatrice finisce di parlare, i cerchi angelici iniziano a scintillare come il ferro incandescente che libera le faville se battuto dal martello. Il numero di esse è incalcolabile (Dante porta l’esempio degli scacchi, forniti di 64 caselle: se dalla prima si progredisce geometricamente, si arriva a una cifra esorbitante; nel Medioevo si tramandava una leggenda secondo cui l’inventore del gioco chiese come ricompensa al re di porre un chicco di grano sul primo quadrato, il doppio sul secondo, il doppio ancora sul terzo e così via: ne risultò che quella richiesta, all’apparenza modestissima, equivaleva a tutto il grano del suo reame).
Dal verso 97 alla fine del canto, c’è l’elencazione delle gerarchie angeliche, le loro caratteristiche, le virtù, l’ordinamento morale, le intelligenze motrici etc. Tutto questo lo abbiamo sistematicamente elencato nella Premessa, sì che a colpo d’occhio si comprenda quanto qui invece diviene difficile da schematizzare.
C’è un verso che va tenuto a memoria come un faro nell’itinerarium mentis in Deum: “nel vero in che si queta ogni intelletto” (v. 108).
Un’ultima cosa: Dante cita la fonte della sua sistemazione: Dionigi l’Areopagita. Costui fu discepolo di san Paolo, che lo convertì al cristianesimo. L’opera è “De coelesti hierarchia” (già Dante vi allude nel X del Paradiso, ai versi 115-117). Ai tempi dell’Alighieri si credeva fosse stata scritta da Dionigi primo vescovo di Atene, ma oggi sembra che gli studiosi l’attribuiscano a un filosofo neoplatonico del V secolo. Due diverse teorie furono descritte da papa Gregorio Magno, una delle quali il Poeta adottò nel Convivio, II, v, 6, correggendola qui e tornando alla Hierarchia dello (pseudo, pare) Areopagita.