Sinossi a cura di Aldo Onorati
E’ ancora il mercoledì 13 aprile. Cielo ottavo, Stelle Fisse. Le intelligenze motrici sono i Cherubini (vedi Introduzione)
La protasi di questo canto, oltre ad essere bellissima, è forse tra i più conosciuti e citati incipit della Commedia, che qui Dante chiama “poema sacro”. Egli spera che i meriti conquistati con tale sforzo del cuore e dell’intelletto (“sì che m’ha fatto per molti anni macro”, v. 3) possa vincere la crudeltà di chi lo tiene in esilio, per essere accolto non nella maniera avvilente proposta dal comune di Firenze ai fuoriusciti, ma con tutti gli onori di poeta che viene incoronato là dove prese il battesimo divenendo cristiano. Partito giovane e baldanzoso, da vecchio ritornerà con altro aspetto e con i capelli bianchi a ricevere il meritato alloro. Un’invocazione e una speranza, dolorosa, virile, dichiarativa dell’altezza conscia del suo lavoro.
Dopo aver esposto il desiderio (più che la speranza) di essere accolto in patria come la sua grandezza merita, Dante riprende la narrazione presentando l’apostolo Giacomo il Maggiore (figlio di Zebedeo e fratello di san Giovanni, detto così per distinguerlo da Giacomo il Minore), per il quale si va in pellegrinaggio a Compostella in Galizia, dove si ritiene che sia stato seppellito dopo aver diffuso il cristianesimo in quella regione.
Le similitudini, in questa cantica, servono per rendere al lettore più chiara la visione tramite cose concrete che ognuno conosce, mentre nelle altre cantiche spesso è motivo di volontà lirica o poetica, oltre che didascalica (due cose non uguali, dacché poesia significa creatività, creazione, mentre liricità – scambiata tout court per poesia nei secoli vicini a noi - è una parte della poesia, ma non la esaurisce): i colombi , quando vogliono dimostrarsi simpatia reciproca, si affiancano l’uno all’altro e tubano girando intorno reciprocamente; alla stessa maniera Dante scorge san Pietro e san Giacomo in atto di grande affetto, lodare la gloria di Dio. “Quindi, terminate le reciproche esternazioni d’amore, entrambi mi fissarono in maniera ch’io non potei reggere il loro splendore”.
E’ Beatrice a rivolgersi al nuovo spirito, lodando il suo scritto (l’ Epistola contenuta nel Nuovo testamento, ma di cui invece è autore Giacomo il Minore) e dicendo che Gesù lo amava come Pietro e Giovanni. Gli chiede che si parli della speranza ( spieghiamo perché Fede, Speranza e Carità si identifichino con i tre gloriosi spiriti che incontriamo. Cristo, durante il miracolo della resurrezione della figlia di Giairo, poi nella trasfigurazione sul monte Tabor e anche durante la notte della preghiera nell’orto degli Ulivi, ebbe vicini i tre che rivolgono a Dante una sorta di esame speciale e definitivo: san Pietro, san Giacomo il Maggiore e Giovanni, i quali, durante il Medioevo, furono identificati con le tre virtù teologali, sebbene san Tommaso non fu d’accordo con tale assimilazione).
All’invito di san Giacomo di alzare gli occhi, il Poeta obbedisce, naturalmente – si deduce – messo in grado di reggere allo splendore.
La domanda verte sulla Speranza, con lo stesso procedimento usato da san Pietro per le Fede: “Cos’è essa? In quale misura il tuo essere si inorpella di essa? Da dove ti viene?”
Si noti che san Giacomo indirizza al Poeta tutte in una volta le istanze che l’altro Apostolo aveva scandito con sillogismi sottili. E c’è una variante di grande importanza: Beatrice avalla Dante così: “Noi leggiamo in Dio che nel mondo non esiste fedele che possegga più Speranza di lui: per tale pregio gli è stato concesso di venire dal mondo mortale all’immortale pur essendo ancora vivo. Ecco, io ho risposto alla prima domanda; alle altre due sarà lui stesso a replicare”.
Dante: “La Speranza è un attendere certo della gloria futura (usiamo le sue stesse espressioni, intraducibili): attesa che è data dalla Grazia e dai meriti acquistati personalmente. Sono tante le stelle che mi illuminano su tale virtù, ma chi la ispirò per primo fu Davide, cantore dei Salmi. Nella sua teodia (canto a Dio), dice ‘Sperino in Te quelli che sanno il nome tuo’, e chi non Lo conosce, se ha la mia Fede? Tu mi instillasti, con la tua scrittura (la pìstola di cui Dante lo crede autore, mentre essa è di Giacomo il Minore) la Speranza, tanto che io ne sono ripieno al punto di far piovere sugli altri questo dono”.
San Giacomo: “Cosa ti promette la tu Speranza?”
Dante: “Le Scritture Nuove e Antiche indicano la meta a cui si può giungere se si è fatto amico Dio. Isaia dice che i beati vivranno in eterno luminosi in anima e corpo congiunti e tuo fratello Giovanni Evangelista ci svela ciò in modo più chiaro (nell’Apocalisse egli descrive i beati con stole bianche, simboliche nella loro purezza, ma il Poeta si riferisce al corpo luminoso che i giusti prenderanno nel Giudizio Universale)”.
Terminate queste parole, s’udì Sperent in te, a cui rispose un canto delle anime in coro. In mezzo a loro uno spirito diventò talmente lucente che, se la costellazione del Cancro avesse una sola stella tanto luminosa, l’inverno avrebbe un mese in cui non esisterebbe notte ma solo giorno.
Come una ragazza, sorridendo, si alza per prendere parte al ballo in onore della sposa, così Dante vide avanzare quel beato che aveva annunciato la sua presenza con tanto fulgore unirsi agli due Apostoli che danzavano. Accordò egli il moto e il canto agli altri, mentre Beatrice li guardava a guisa di una sposa silenziosamente assorta. Poi disse: “Costui è il giovane prediletto da Gesù e colui al quale nostro Signore sulla Croce affidò la Madre”.
Ora viene il momento centrale del canto. Il Poeta fa come la persona che, per vedere un’eclissi parziale di sole, si azzarda a tenere lo sguardo fisso alla stella e ne rimane accecato per un po’. Cosa cerca Dante? Infatti, si sentì chiedere: “Perché vuoi abbagliarti per vedere ciò che qui non è? In Terra è terra il mio corpo e resterà polvere fino a quando, per volontà divina, il numero di noi beati non avrà raggiunto il numero da Lei stabilito fin dall’eternità. Qui in Paradiso solo due luci sono state assunte in anima e in corpo, Cristo e la Madonna: ciò rivelerai nel vostro mondo”.
Infatti, il passo si può comprendere riflettendo sul fatto che nel Medioevo si credeva che pure san Giovanni fosse stato assunto in Cielo col corpo, similmente a Gesù e Maria. La stessa Chiesa propendeva per un’interpretazione simile del Vangelo di Giovanni, 21, 21-23, e pure san Tommaso era d’accordo: cosa che Dante respinge con fermezza, inventando questo espediente d’altronde straordinario per fantasia e bellezza narrativa.
Le anime si fermano a queste parole, come i remi d’una nave che prima si erano mossi all’unisono, improvvisamente ristanno al trillo di un fischietto. Ma Dante ebbe un moto di turbamento quando, volto lo sguardo a Beatrice, non la vide, benché egli fosse immerso nella gioia del Paradiso.