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Sinossi a cura di Aldo Onorati
Dante si accorge che Beatrice non sorride (questo verbo e il sostantivo riso-sorriso hanno significati plurimi e ritornano sempre, ma con sfumature diverse) per cui gliene chiede ragione. Mescolando le cose del Paradiso cristiano alla mitologia pagana, regolarmente, il Poeta mette in bocca alla sua Donna questo esempio: “Non posso sorridere, perché se lo facessi, tu inceneriresti, come Semelé (l’accento finale è tipico della dizione medievale: Cleopatràs, Semiramìs etc.) quando, avendo generato Bacco da Giove, accese la gelosia di Giunone, la quale, per vendicarsi, invitò insidiosamente la sua rivale a chiedere al re degli dèi di farsi vedere in tutto il suo splendore, cosa che accadde e annientò Semele”.
Ora sono nella sfera di Saturno, settimo splendore (dove stanno gli spiriti contemplativi) in congiunzione col Leone che manda raggi propizi sulla Terra. E dentro il cielo di Saturno il Poeta scorge una scala d’oro rispecchiante i raggi solari. Lungo i gradini vide scendere tante di quelle luci da pensare che tutte le stelle del firmamento si fossero raccolte lì.
Nonostante che il Poeta stia nel settimo cielo, ha bisogno di prendere dalla Terra un esempio plastico per dare l’idea del movimento di quelle luci: esse agiscono come le cornacchie al mattino, intirizzite le ali, che, per scaldarle rendendole atte al volo, si dipartono dal luogo in cui hanno stazionato la notte, sicché alcune vanno via, altre roteano senza allontanarsi, altre ancora ritornano al posto abituale. Tali si mossero sulla scala aurea le anime lucenti. E quello spirito che maggiormente si avvicinò ai due pellegrini, emanò tale e tanta luce che Dante disse fra sé: “Io veggio ben l’amor che tu m’accenne” (v. 45). Beatrice, però, non parla, e il Poeta sa che deve fare altrettanto, finché (si noti la ripetizione del verbo vedere nei vari tempi delle declinazioni) non ha il permesso, diremmo l’ordine esplicito di lei a esternare il suo ardente desiderio.
“I miei meriti non mi rendono degno della tua attenzione e della tua risposta, ma, in nome di Beatrice ti prego di solvermi due curiosità: perché sei sceso tanto vicino a noi? Perché in questo cielo non vi sono cori come negli altri?” La risposta sollecita è questa: “Tu hai l’udito e la vista di un mortale: qui non si canta per lo stesso motivo per cui Beatrice non sorride. Ho disceso i gradini della scala per amore di carità”.
Le motivazioni si ripetono, dato che in ogni luogo in cielo è Paradiso. Ma gli argomenti cambiano, e questo che ora qui si tratta (ma già si è accennato nel canto precedente) è di importanza vitale nella teologia: predestinazione e provvidenzialità.
Dante: “Comprendo che qui sia sufficiente il vostro amore a compiacere la volontà di Dio, ma è duro al mio modo di comprendere perché solo tu sia stato scelto a tale compito”.
Pier Damiani: “La luce divina penetra in me al punto ch’io veggo la somma essenza da cui essa deriva. Ecco il motivo dell’allegrezza onde io fiammeggio, tanto che l’intensità della mia luce – come quella degli altri beati – è pari alla chiarezza con cui vediamo Dio. Tuttavia, anche quell’anima del cielo che ‘più si schiara’, quel serafino che maggiormente ha l’occhio fisso in Dio, non potrebbe soddisfare la tua seconda domanda, poiché quanto chiedi si inoltra talmente nell’abisso delle leggi eterne, che nessuna mente creata può leggervi dentro. Anzi, quando tu tornerai sulla Terra, esegui questo rapporto, affinché nessuno presuma di muovere i piedi sul cammino che porta ai misteri divini.
(Nel III canto del Purgatorio, ai versi 37-39, si legge: “State contenti, umana gente, al quia; / ché, se potuto aveste veder tutto, / mestier non era parturir Maria”: ci si vede affidare alla Rivelazione, in quanto, se noi mortali avessimo potuto capire il mistero, che bisogno ci sarebbe stato che la Madonna partorisse?(.
Il Buti così spiega i versi 100-102: “Se la mente che è in cielo non può vedere le cagioni della provvidenza d’Iddio, come la può vedere quella che è in Terra?”.
Le parole dello spirito chiusero la questione e Dante si limitò a chiedergli chi fosse. La risposta parte da lontano, come era accaduto per san Francesco e san Domenico (non solo: anche, per es., Francesca da Rimini descrive il suo luogo natale poeticamente indicando il punto geografico con riferimenti non nominativi ma liricamente vaghi): prima l’indicazione di un luogo, con parafrasi tipica dello stile dantesco. In questo caso, si tratta degli Appennini nel tratto umbro-marchigiano per il riferimento al monte Catria, fra Gubbio e Pergola (altitudine metri 1700), ove sorge un eremo di benedettini camaldolesi di Santa Croce di Fonte Avellana. “Qui mi feci talmente deciso a servire Dio, che nella meditazione non curavo né il gelo né il caldo estremo, contentandomi di alleviare la fame con cibi semplici. Rendevo quel monastero fertile per questo cielo, mentre ora è sterile al punto che bisogna svelare la corruzione che vi regna. In quel luogo io fui Pietro Damiano, sebbene usai chiamarmi Pietro Peccatore.”
Alcuni commentatori dicono esservi un altro monaco di cognome Peccatore e di nome Pietro, ma la “lectio” di Petrocchi mette un’apocope al fu’, che va letto “fui”.
Il personaggio dal Poeta ammirato nacque a Ravenna nel 1007. Di umili origini, fu aiutato per gli studi dal fratello Damiano, del cui nome si fregiò per ringraziarlo. Nel 1035 entrò nell’eremo suddetto posto nel monte Catria. Divenne Cardinale e Vescovo di Ostia nel 1057 ma tanto supplicò il Papa di farlo tornare alla vita contemplativa, che vi riuscì. Si spense nel 1072.
La polemica contro la Chiesa coeva a Dante non cessa di prendere occasione per dichiararsi. Infatti, il “cappello” a cui si riferisce Damiano (o Damiani) è quello cardinalizio, “che pur di male in peggio si travasa” (v. 126). Ed ecco l’invettiva: “San Pietro e san Paolo andavano scalzi accettando il cibo da qualunque ostello, mentre oggi i preti vivono nel lusso e sono grassi. Con il loro ricco mantello coprono i cavalli su cui sono posti, così che due bestie stanno sotto un unico manto: oh pazienza divina che sopporti tali inverecondi comportamenti!”.
Quelle parole dettero agli altri beati uno stimolo a muoversi e a lampeggiare, facendosi più belle (ma ciò significa che tutte approvarono lo sdegno di Damiani), ed emettendo un grido talmente forte, che il pellegrino non resse al rumore assordante.