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Sinossi a cura di Aldo Onorati
Il canto si divide in due parti, a motivo dell’ascesa di Dante e Beatrice al cielo di Marte, il quinto, su cui il Poeta incontrerà il trisavolo Cacciaguida. Per adesso, ancora, i due si trovano al centro della corona circolare dei beati e la guida dell’Alighieri rivolge lei stessa due domande alle anime, leggendo in Dio il desiderio del Pellegrino.
I santi cerchi mostrarono evidente gioia nel poter chiarire i dubbi dei nuovi venuti. Sicché Dante ode, nella luce più viva della circonferenza interna (minore), una voce contenuta di tono, forse quale fu ascoltata da Maria quando l’arcangelo Gabriele le annunciò il divino evento.
Beatrice aveva chiesto se, dopo la resurrezione dei corpi, la luce intensa delle anime sparirà o sarà mantenuta; inoltre, se la luminosità verrà serbata, gli occhi fisici saranno in grado di reggere alla realtà abbagliante seguita al Giudizio Universale?
Chi risponde è Salomone, lo splendore più intenso della corona interna.
“Finché staremo in Paradiso nella gioia celeste, la nostra carità farà splendere questa veste che tu vedi. La sua chiarità dipende dall’ardore nostro che è conseguenza della visione di Dio, nonché della Grazia che Egli elargisce su tutti noi. Appena il corpo uscirà dal terreno glorificato e santificato, saremo più piacevoli perché interi (mentre ora siamo solo spirito); il dono della Grazia aumenterà, e con esso la visione di Dio, il fuoco di carità e la luce che ne deriva. Ma come accade al carbone ardente che è più rosso della fiamma che produce, allo stesso modo questa luce che si effonde da noi e intorno a noi sarà superata dal fulgore del nostro corpo mortale sepolto ora nel terreno; né tanta luminosità potrà affaticare la vista perché gli organi del corpo saranno forti abbastanza per reggere alla nuova beatitudine”.
Entrambi i cori furono talmente pronti a rispondere Amen, che mostrarono chiaramente il desiderio dei corpi morti, “forse non pur per lor, ma per le mamme, /per li padri e per li altri che fuor cari / anzi che fosser sempiterne fiamme” (il tono lirico si fa commosso nel ricordo delle persone amate in vita, sulla Terra, nella speranza-certezza di rivederli un giorno: anche il dettato linguistico, familiare, semplice, che scende dal cielo a noi, divenendo umano, tradisce in Dante la sua realtà di uomo ancora vivo, fatto di carne palpitante: e ciò illumina d’una tenerezza particolare l’attesa della resurrezione dei morti, senza la quale il dolore inevitabile della vita e del mondo non avrebbe senso).
Qui si divide il canto, perché Dante dichiara di aver visto, fuori della corona circolare dei beati, migliaia di luci nuove, le quali si sono poste in forma concentrica rispetto ai due cerchi: esse risplendono in modo così abbagliante, da muovere il Poeta a lodare lo Spirito Santo, chinando lo sguardo impotente a reggere un tale spettacolo.
Grazie a Beatrice gli occhi di Dante “ripreser virtute”, e si accorge di essere traslato con la sua donna in un luogo di maggiore beatitudine.
I due sono nel cielo di Marte, che al Poeta sembra ancor più rosso e infuocato del pianeta visto dalla Terra.
“Com’era giusto, mi offrii totalmente a Dio, per la nuova Grazia che mi concedeva”, confessa Dante, aggiungendo di essersi subito accorto del gradimento del suo “olocausto”, in virtù degli splendori indescrivibili contenuti nelle due strisce che formano la grande Croce, per cui gli esce di bocca una nuova lode a Dio per quelle straordinarie bellezze. Dante porta la similitudine della Via Lattea, la nostra Galassia, piena di stelle più grandi e più piccole, estesa da un polo all’altro del mondo (il cosmo), la quale, col suo complesso chiaroscurale nella profondità della notte fa disquisire gli astronomi; ad essa, per analogia, paragona i raggi perpendicolari fra loro: la croce faceva lampeggiare l’immagine di Cristo: “Vedendo in quell’albor balenar Cristo” (è riferito a Dante, soggetto, non – come vogliono tanti commentatori – a chi prende la Croce di lui sulle spalle per seguirne le orme onde vederlo poi in Paradiso così come lo vede il Pellegrino).
Le luci si spostavano da un capo all’altro del santo Segno: nelle braccia, nel raggio verticale, brillando maggiormente nell’incontrarsi, nel superarsi fra loro, come i corpuscoli leggeri di polvere trafitta da un taglio di sole in una stanza intorno più scura. “E come la giga (strumento musicale simile alla viola) e l’arpa (quasi uguale all’arpa che si usa oggi) suonando insieme creano armonie dolci che pure i profani di musica gustano, allo stesso modo, dai punti luminosi semoventi in quel luogo, per tutta la Croce si espandeva un coro che mi rapiva pur senza ch’io ne comprendessi il canto. Solo le parole “Resurgi” e “Vinci” riuscivo a captare” (ci sono qui, come nel canto precedente e in altri, rime ambigue). Dante descrive commosso la crescente bellezza che la salita ai cieli superiori mostra, e si scusa di non aver trattato quella di Beatrice, ma la spiegazione è che più si va in alto, più gli occhi di lei divengono venusti come i luoghi stessi.