Sinossi a cura di Aldo Onorati
Dante e Beatrice sono ancora nel cielo del Sole. E’ mercoledì 13 aprile dell’anno giubilare 1300.
San Bonaventura smette di parlare e la corona circolare riprende il suo moto di danza cantando. Ma lo splendore di quegli spiriti è tale, che il Poeta, per darne solo un’idea, tenta un’analogia con le stelle più brillanti del cielo, e ne allegorizza anche la presenza e il significato: sono quindici astri di prima grandezza, più le sette stelle dell’Orsa Maggiore con due dell’Orsa Minore: la somma porta a ventiquattro come il numero dei beati. Dante aveva letto il compendio di astronomia di Alfragano e possiamo – per esemplificazione aggiuntiva – nominare le quindici folgoranti stelle a cui il Poeta fa riferimento: Capella, Arturo, Regolo, Aldebaran, Procione, Vega, Denebola, Spica, Formalhaut, Rigel, Achemar, Sirio, Canopo e Rugel Kent. “Tuttavia, il lettore potrà farsi un’idea molto imprecisa di quei fulgori, come se volesse paragonare il moto della sfera più ampia con quello del nostro fiume Chiana”. Ed è scontato che loro cantino lodi non alle divinità pagane, ma alla Trinità.
Come ricorderemo, nel X canto Tommaso aveva parlato con espressioni oscure che avevano lasciato Dante pieno di dubbi e di curiosità. Uno, il verso: “U’ ben s’impingua se non si vaneggia”, lo aveva spiegato nel canto XI; l’altro “A veder tanto non nacque il secondo”, lo chiarirà qui. Si tratta di Salomone, che è racchiuso nella quinta luce. Bene. Dante vede una contraddizione in questa sentenza, in quanto Adamo era pieno di sapienza e altrettanto Gesù essendo Dio. Ma Tommaso spiega che Salomone era re, e a lui Dio ha concesso di essere il più sapiente dei re, proprio perché, potendoGli chiedere tutti i beni del mondo, egli volle la sapienza di poter governare saggiamente, e il Signore lo premiò per la qualità della richiesta (Tommaso immette nel suo criptico ragionamento una terzina che sa di invettiva sfuggente e smorzata, ma chiara: “e se al ‘surse’ drizzi li occhi chiari,/ vedrai aver solamente rispetto/ ai regi, che son molti, e ‘ buoni son rari”. Quando può, il Poeta esiliato non perde occasione per mandare giuste frecciate che diventano un fatto generale (ad es. :”Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?”; “Giusti son due ma non vi sono intesi” etc.)
Il seguito del canto è fortemente didattico, e molto bello.
Dunque, san Tommaso aveva fatto (come è nella prassi della Scolastica) una distinzione fra le due verità: quella di Dante e la sua. Adamo e Cristo, come si è spiegato prima, sono sapienti per eccellenza, ma anche Salomone lo è, però nell’ambito della saggezza regale. Da questa doppia verità – continua il filosofo d’Aquino – bisogna prendere lezione per non dare giudizi avventati e per non fare, diremmo noi, di tutta l’erba un fascio. Inoltre, bisogna avere i ferri del mestiere adatti per giungere a un risultato, non come il pescatore che si allontana dalla costa e torna a mani vuote perché non esperto abbastanza. Tommaso porta esempi di filosofi greci (Parmenide, Melisso, Brisone) che andarono per vie sbagliate verso la verità, al punto che Aristotele e Alberto Magno li criticano. Anche Sabellio e Arrio (eretici, il primo dei quali disconosceva il dogma della Trinità – siamo al terzo secolo d.C. – e il secondo non ammetteva la divinità di Cristo) pensarono e agirono da stolti.
Gli ultimi 13 versi, ancorché fortemente didattici, assurgono a saggezza di proverbi (tali alcuni debbono essere stati al tempo di Dante) e sono talmente belli, da meritare la citazione letterale (salvo poi una spiegazione globale): “Non sien le genti, ancor, troppo sicure/ a giudicar, sì come quei che stima/ le biade in campo pria che sien mature; / ch’i’ ho veduto tutto il verno prima / lo prun mostrarsi rigido e feroce, / poscia portar la rosa in su la cima; / e legno vidi già dritto e veloce / correr lo mar per tutto suo cammino, / perire al fine a l’intrar de la foce. / Non creda donna Berta e ser Martino, / per vedere un furare, altro offerere, / vederli dentro al consiglio divino;/ ché quel può surgere, e quel può cadere”. Oggi ci esprimeremmo così: “Non dire quattro se non l’hai nel sacco” e, forse, “Giudica alla fine un atto o una speranza, perché da un legno che pare secco può spuntare il fiore, mentre una nave sicura, veloce, dopo aver superato le tempeste gagliardamente, può affondare vicino al porto. Tizia e Caio non sputino sentenze definitive sostituendosi al giudizio divino, solo perché credono che un ladro occasionale andrà all’inferno e uno che fa l’elemosina salire in Paradiso, mentre può avvenire il netto contrario”.