Sinossi a cura di Aldo Onorati
Appena san Tommaso smise di parlare, la beata corona riprese il canto e la danza, e un’altra ghirlanda di dodici spiriti fece siepe intorno alla prima, come un doppio arcobaleno. Le voci risposero alle voci e il moto si allineò al moto, con la stessa precisione con cui gli occhi si chiudono e si aprono insieme. Dall’interno delle luci nuove uscì una voce che mi obbligò a volgermi verso il luogo da cui proveniva, tanto da farmi sembrare l’ago magnetico della bussola.

Chi parla è san Bonaventura da Bagnoregio, autore, fra l’altro, del celebre Itinerarium mentis in Deum. Il ‘Doctor Seraphicus’ è il maggiore esponente della corrente mistico-teologica medievale. Vescovo di Albano dal 1273, aveva insegnato teologia a Parigi, però abbandonò questo magistero nel 1257 poiché fu nominato direttore dell’Ordine francescano, operando una difficile realtà di moderazione fra gli spiritualisti (torneremo sull’argomento) e la corrente che guardava alla mutata situazione sociale. Dante risente molto della lezione, del pensiero e dell’esempio di san Bonaventura, il quale inizia così: “L’amore di carità mi sprona a parlare dell’altro duca per causa del quale si è lodato con tanta bontà il mio. Poiché entrambi militarono per un unico fine, così la loro gloria splende unita.
L’esercito di Cristo, che tanto sacrificio costò per essere riarmato, dietro la croce si muoveva tardo, dubbioso, sparuto di numero, quando Dio provvide a rafforzare le schiere con due campioni, grazie ai quali il popolo disviato si ravvide”.
La descrizione del luogo di nascita di san Domenico è un’ampia perifrasi uguale per numero di versi a quella dedicata a san Francesco, ma la sostanza lirica è diversa, perché Dante non aveva visitato la regione e la città della Calaroga, nei paesi Baschi, vicino al litorale del golfo di Guascogna. Sono indicazioni tecniche, laddove nel canto precedente la geografia era anche paesaggio dello spirito e del sentimento. Altra differenza importante: mentre Francesco sposò la Povertà da adulto, san Domenico celebrò le nozze tra lui e la Fede durante il battesimo (la madrina fece un sogno premonitore: il bambino nasceva con una stella in fronte). Infatti, il significato del suo nome è “Possesso del Signore”.
Dal verso 71 al 75, Cristo rima con sé stesso, cosa che accade nell’intera Commedia, in quanto non pareva a Dante nessuno degno di rimare con tanto nome. E poi una terzina che parrebbe banale, se non si andasse al fondo del significato mistico e predestinato dei nomi: “Oh padre suo veramente Felice! / oh madre sua veramente Giovanna, /se, interpretata, val come si dice” (l’etimologia spiega che il padre fu felice sia nel nome che nella realtà e la madre “piena di grazia”, secondo il significato ebraico, oppure “madre per grazia di Dio” secondo Teodorico d’Appoldia, il maggiore biografo del Santo).
San Domenico volle acquistare sapienza non per la gloria del mondo, per la quale oggi ci si affatica nello studiare il diritto canonico o la medicina, ma per amor della verace manna (la verità divina). Il diritto canonico qui viene impersonato da Dante con un autorevolissimo studioso di esso, Enrico di Susa, cardinale di Ostia, insegnante nelle università di Parigi e Bologna, e la medicina con Taddeo d’Alderotto, celebre medico di Firenze, che scrisse famosi libri in materia (altri ravvedono invece la figura di Taddeo Pepoli, giureconsulto di Bologna, coevo del poeta). In breve lasso di tempo diventò sommo teologo, ma non solo impegnato nella contemplazione, bensì anche nell’azione viva e concreta, tanto che iniziò a circuire (girare intorno a mo’ di guardiano) e a coltivare la vigna del Signore, la quale si secca se il vignaiolo non fa il suo dovere (il papa reo di inoperosità colpevole?). E al pontefice – una volta generoso verso i poveri e adesso avaro tanto da trattenere le decime che dovrebbero andare agli indigenti – chiese l’autorizzazione di lottare contro gli errori del mondo (le eresie) in difesa di quella fede che è la semente che ha fatto germogliare, fra le tante, le ventiquattro piante della corona circolare a cui “tu, Dante, sei centro”.
Nell’anno 1205, Domenico di Guzman ottenne dal papa Innocenza III la concessione di predicare contro gli Albigesi di Provenza. Come era accaduto a san Francesco, la cui regola fu approvata per iscritto dal pontefice Onorio III, anche per san Domenico avvenne che l’Ordine fu riconosciuto dallo stesso papa nel 1216. Con questa “benedizione” in mano, e con l’autorità conferitagli dal Vicario di Cristo, si mosse con l’impeto di un torrente spinto da una forza sorgiva profonda, e l’impatto di quella energia percosse principalmente le piante dell’eresia in Provenza “dove le resistenze eran più grosse” (v. 102). Da lui, sorgente feconda, nacquero diversi rivi che irrigano la campagna della Chiesa, così che gli arboscelli (i fedeli) stanno più vivi nella fede. Se tale fu una delle due ruote della biga sulla quale e con la quale la Chiesa vinse la sua battaglia interna, ti dovrebbe essere palese l’eccellenza dell’altra di cui ha parlato Tommaso prima di me. Ma purtroppo sul solco tracciato dalla circonferenza di tale ruota non posano i piedi alcuni domenicani, sicché dov’era il tartaro benefico dentro la botte, ora c’è la muffa devastatrice. Presto però ci sarà la raccolta, e il loglio si lamenterà che non verrà messo nell’arca. Si sta deviando dalla regola, come fanno – estremizzandola – Ubertino da Casale (capo degli spirituali, che vorrebbero la povertà estrema) e Matteo d’Acquasparta (il quale appoggia i conventuali, più larghi nell’applicare le norme).
Solo ora lo spirito si palesa per san Bonaventura, dichiarando di aver sempre posposto nei grandi incarichi gli interessi temporali. Poi c’è l’elenco delle anime beate della seconda corona: Illuminato da Rieti e Agostino da Assisi, che seguirono fra i primi il Poverello; Ugo da san Vittore, fra i principali teologi del medioevo, autore di De Sacramentis Fidei christianae, Pietro Mangiatore (Petrus Comestor noto per la Historia scolastica biblica), Pietro Spano, cioè papa Giovanni XXI, autore dei dodici volumi delle Summulae logicales, il profeta ebraico Natan, san Giovanni Crisostomo (Boccadoro), Anselmo d’Aosta, che scrisse il celeberrimo Cur Deus homo? Ed Elio Donato, grande grammatico. Rabano Mauro (autore del De universo) e Gioachino da Fiore, abate calabrese, dotato di spirito profetico. Qui bisogna spiegare che Dante ebbe in somma attenzione le scritture del forense, e la dice lunga che lo ponga accanto al suo avversario Bonaventura; ma in Paradiso le cose della Terra vengono ridimensionate e viste sotto nuova luce (vale a dire che il Poeta forse scorgeva più in là delle beghe contemporanee).

Ho accennato alle simmetrie esistenti nei due canti al riguardo di alcuni passi paralleli tra san Francesco e san Domenico. Ecco il prospetto.
La premessa di ordine generale occupa per entrambi 9 versi:
28-36 canto XI - 37-45 canto XII
La descrizione del luogo di nascita per tutti e due prende 9 versi:
43-51 canto XI - 46-54 canto XII
La nascita è trattata da soli 3 versi per ciascuno:
49-51 canto XI - 55-57 canto XII
Il trapasso dai fatti del Santo alla censura dei frati disobbedienti, 6 versi per ciascuno:
118-123 canto XI - 106-111 canto XII
Deplorazione della parte dell’Ordine non osservante, 6 versi ognuno:
124-129 canto XI - 112-117 canto XII
Lode ai monaci osservanti, 3 versi per canto:
130-132 canto XI - 121-123 canto XII.