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Sinossi a cura di Aldo Onorati
Si possono trovare in questo primo canto i dettati dell’intera cantica. Ma la protasi non è di 12 versi, come canonicamente è avvenuto in molti punti, e come sostengono tanti critici e commentatori. Essa consiste in ben 36 versi, che vedremo subito.
Ora il “panorama” è l’universo, “lo gran mar dell’essere”: materia immensa e nuova da trattare, per cui Dante si rivolge direttamente ad Apollo, dio stesso della poesia, affinché lo sostenga nella descrizione delle cose eccelse viste e ineffabili. Nel Purgatorio era stato sufficiente appellarsi alle Muse, ma qui la materia è sublime, scarse le possibilità umane di rappresentare meraviglie per cui la parola rimane insufficiente. Se la recusatio verrà espressa palesemente nel XXXIII, tuttavia l’intera cantica ne è pervasa. A suo tempo definiremo la differenza tra la recusatio degli antichi e quella dell’Alighieri.
Il canto si apre con la parola “gloria”, e qui bisogna riflettere che il termine, per Dante, si addice solo alla potestà divina, non all’uomo (rimando i lettori all’XI del Purgatorio, dove la questione è trattata ampiamente). E’ una parola pregna di significati biblici e va interpretata secondo l’indicazione stessa del Poeta nell’epistola a Cangrande: “divinum lumen… divinus radius”. Infatti, come si è scritto nella breve premessa, la qualità precipua della terza cantica è la luce nel suo crescere secondo la perfezione dei cieli, tanto che Dante fatica nell’adattarsi al bagliore che aumenta (con esso, di pari passo, la musica, cioè il canto corale, raggiunge armonie di fronte alla quali il più bel suono terrestre sembra “nube che squarciata tuona”).
Dunque, la gloria di Dio, Motore primo, permea l’universo intero, risplendendo non uniformemente, ma dove più dove meno (è un concetto tomistico, che significa: “Le cose diversamente ricevono la luce di Dio”).
Dante, nel quarto verso, dichiara che fu nell’Empireo, e vide cose talmente ineffabili, che non sa né può ridire chi di lassù discende, in quanto, avvicinandosi l’intelletto al suo desiderio ultimo, si immerge tanto profondamente nella nuova realtà, che la memoria stessa non può trattenere le visioni. Ecco: il XXXIII canto darà concretamente testimonianza di questa premessa. Il Poeta dichiara che sarà materia della cantica quel tanto, o quel poco, che il suo potere di rammentare gli permetterà. Quindi l’invocazione ad Apollo affinché lo renda degno di aspirare all’alloro, che il dio della poesia concede solo ai grandi.
Ora bisogna fare una piccola digressione, in quanto Dante commette un’inesattezza geografica dicendo “l’un giogo di Parnaso”, intendendo le Muse, e aggiungendo che da qui in avanti avrà bisogno di entrambi i gioghi, vale a dire delle Muse e di Apollo. Ma l’errore è dato dal fatto che l’Alighieri leggeva da Isidoro di Siviglia la descrizione del Parnaso, massiccio della Grecia centrale, una vetta a due corni dedicati l’uno ad Apollo e alla Muse, l’altro a Bacco. Isidoro nomina i due coni, Cirra e Nisa, specificando che essi assumono i termini di Citerona ed Elicona. Da qui l’imprecisione di Elicona e Parnaso, che sono due diverse montagne. L’Elicona era dedicata alle Muse, ma bisogna non sottilizzare nei significati, perché Dante parla sotto metafora e il tutto va inteso in un trasferimento di senso dalle indicazioni pagane alla identità cristiana.
I versi che seguono sono d’invocazione per cui andiamo direttamente alla terzina 34-36, importante per la sentenza di proverbio: “Poca favilla gran fiamma seconda”. Dante prende su di sé il diritto e la responsabilità di aver acceso un piccolo fuoco, al quale spera (o crede fermamente) che seguirà un incendio, di “miglior voci” che pregheranno Apollo (Cirra, città della Focide dedicata al dio). E qui sembra nascere una contraddizione fra la persona dell’Alighieri (non certo umile, come abbiamo visto in diversi canti), la quale si sente designato da Dio quale profeta dell’Età dello Spirito, e la sua dichiarazione che altri, in futuro, migliori di lui, si appelleranno all’aiuto di Apollo. Certo, si può pensare a una falsa modestia, o forse all’eco moltiplicata del suo Poema. La communis opinio propende per quel momento di modestia, ma, secondo me, risolve ogni questione il “forse”, che smantella –in certo qual modo- la certezza e mitiga la speranza che nascano voci “migliori” della sua.
Al verso 36, dunque, termina la protasi, non al 12. Ed ecco uno dei brani più ostici di tutta la Commedia, che cercheremo di spiegare in una puntuale versione in prosa con indicazione didascalico-astronomica.
La lucerna del mondo (il sole) spunta per gli uomini da punti diversi dell’orizzonte, ma allorché sorge da quella posizione che “quattro cerchi giugne con tre croci” –v. 39- (vedremo fra poco il significato), il sole si presenta in congiunzione con la stagione e con la costellazione più vantaggiosa, e la mondana cera, cioè la materia, viene suggellata meglio a seconda delle sue influenze.
Il v. 39 indica astronomicamente l’equinozio di primavera e le intersecazioni dei quattro cerchi (si tratta dell’equatore, del piano dell’eclittica e del coluro equinoziale nonché dell’orizzonte col quale si intersecano formando tre croci). Il punto è ostile ad ogni chiarimento, anche perché non pochi commentatori caricano di simbologia la cosa (le quattro virtù cardinali e le tre teologali, che, sommate, danno la pienezza di Dio allegorizzato dal Sole).
Tal foce (la nostra stella) aveva fatto in Purgatorio (dove ancora stavano Beatrice e il Pellegrino) mattino e dalla nostra parte (dove noi viviamo) sera, per cui la montagna della purgazione era bianca e l’emisfero opposto oscuro. La parte del giorno indicata è dubbia. I più sono per intendere il mattino, dato che la prima cantica si apre con questa illuminazione di speranza del dì, e tale è anche nella seconda (“dolce color d’oriental zaffiro”), sicché non può la terza iniziare dalla sera o dal pomeriggio; però, siccome nella chiusa del Purgatorio si dice che è mezzogiorno, e siccome “tutto era là bianco”, dovrebbe essere meriggio. Comunque, Beatrice si era voltata a mirare il Sole volgendosi a sinistra (“aguglia sì non li s’affise unquanco”, v. 48: nessun’aquila fissò tanto a lungo il Sole). Così, come un raggio proiettato dall’incidenza sullo specchio torna al suo luogo originario, e il pellegrino alla sua casa, ugualmente avvenne che “io potei, grazie a Beatrice, tenere gli occhi alla luminosità solare più a lungo di quanto avessi mai fatto”. Questo, grazie al luogo creato al fine di ospitare l’umana specie. Dante resse lo sguardo quel tanto che gli bastò a fargli sembrare raddoppiata la luce del giorno, come se vi fosse stato aggiunto un altro sole. Ed ecco il punto per eccellenza, della “trasumanazione”, che il Poeta spiega con una similitudine, lasciando al lettore l’incertezza – per ora - sul come (in spirito o anche in corpo) il Pellegrino sia salito al cielo della Luna.
Un gioco di sguardi collega il momento della stasi a quello dell’ascensione: Dante mira negli occhi di Beatrice, e tanto si immerge nel suo sguardo, da sentirsi come Glauco quando mangiò l’erba che lo rese fratello delle altre divinità marine.
Glauco fu un pescatore della Beozia (anche qui l’Alighieri prende da Ovidio delle Metamorfosi). Avvenne che si accorse di un fatto straordinario: messi su un prato mai usato prima, i pesci pescati, cibandosi d’un’erba sconosciuta, riacquistavano vigore e tornavano con le proprie forse in acqua. A Glauco sorse un grande interesse di conoscere il potere di quella verzura e ne mangiò, trasformandosi immediatamente in una divinità del mare. Ecco il significato, vale a dire il simbolo tramite cui si può raffigurare un cambiamento altrimenti inspiegabile a parole (per verba): il trasumanare, cioè l’andare oltre le possibilità limitate della umana natura, è spiegato con un esempio mitologico, assai efficace, tanto che Dante stesso afferma impossibile esprimere con la parola, o le parole, la cosa, ricorrendo, secondo la trattatistica scolastica, a un esempio (explanatio per argumenta exemplorum).
Qui inizia l’ascesa ai cieli, ma il Poeta dichiara che solo Dio sa in quale stato egli si levasse da Terra: in sola anima o anche con il corpo mortale. Comunque, tutto concorre a far credere che fosse interamente “rapito”, come uomo in carne ed ossa e, naturalmente, come anima (e non solo quella razionale, secondo quanto propone l’Ottimo).
Ed ecco le due “novità” che sorreggono, fra le altre, le meraviglie del Paradiso: il suono stupefacente e la grande luce, che accesero in Dante un desiderio mai sentito prima così forte.
Beatrice, la quale legge nella mente del suo protetto, lo avverte che non stanno più sulla Terra, ma volano più velocemente del fulmine (il quale, però, venendo verso il basso, si allontana dal suo luogo di origine, mentre il Poeta vi torna, in quanto l’anima – creata da Dio – in Lui è destinata a quietarsi). Infatti, d’ora in poi dovremo aspettarci una serie di dubbi da parte del Poeta, che vengono diviluppati dalla sua guida, ma che si accrescono una volta risolti, come ora: “disvestito” del primo dubbio, Dante è irretito dentro a un nuovo problema: come può lui, pesante del “pondo di Adamo”, ascendere attraverso l’aria, la quale è un corpo lieve? La risposta di Beatrice sembra quella di una madre che guarda un po’ sgomenta il figlio “deliro” (i bambini possono delirare per febbre alta, ad esempio). Dice: “Dio è ordine e tutto l’universo è conformato a questa regola, per cui, nel grande mare dell’essere, ognuno ha in sé un istinto datogli per guida, onde il fuoco tende verso la Luna, in quanto la sua sfera è proprio contigua a quel cielo, la Terra si restringe in sé stessa, e ciò vale non solo per gli esseri irrazionali, ma soprattutto per quelli che possiedono la volontà e il giudizio. Dio riempie della sua luce l’Empireo, sotto il quale il Primo Mobile, cioè il nono cielo, si volge con maggiore velocità, e proprio nell’Empireo – attraverso gli altri cieli – ci conduce, come a luogo decretato, la potenza di quella corda di arco che lancia ad un felice fine ogni saetta. Tuttavia, come talvolta l’artista trova resistenza alla realizzazione della sua opera da parte della materia, così la creatura, che ha potere di scelta, devia dal sentiero datole da natura, al modo stesso del fulmine che precipita verso la Terra come fa una persona sviata da falsi piaceri. Quindi, se vedo giusto in te, non devi meravigliarti del tuo salire più del considerare un fiume che scende dalla montagna verso il mare. Sarebbe veramente da stupirsi che tu, privo di impedimento, ti fossi seduto in terra fermo come i tizzoni che restano del fuoco vivace”.
Detto questo, volse lo sguardo (viso, nel significato latino di visus) verso il cielo.