XXXIII – ASTRA (Bologna/Napoli/Lucca)
Casa Carducci
Dimora di Giosuè Carducci fino alla morte nel 1890, oggi istituto del Comune di Bologna.

Biblioteca Nazionale di Napoli
Nella sezione Manoscritti e Rari della Biblioteca nazionale di Napoli è custodita una preziosa raccolta di autografi di Giacomo Leopardi. Il fondo è pervenuto nel 1907 in seguito ad un lascito di Antonio Ranieri, amico napoletano del poeta.

Casa Pascoli
La Casa Museo Giovanni Pascoli si trova a Castelvecchio Pascoli, una frazione di Barga in località Caprona. È stata la dimora del poeta dal 1895 al 1912 e ancora oggi conserva la struttura e gli arredi dell'epoca.

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
E’ l’ultimo canto del Purgatorio. Accadono due cose importanti: la dichiarazione della provvidenzialità del viaggio dantesco da parte di Beatrice (cosa che verrà confermata da un’altra autorità: Cacciaguida, nel XVII del Paradiso) e la rivelazione del nome della donna che il pellegrino ha incontrato per prima sulle rive del Leté: Matelda. Inoltre, c’è la profezia di Beatrice riguardante un Dux che sistemerà la decadente situazione della Chiesa, la quale tresca con l’Impero, divenendone ora succuba ora despota, e, comunque, deragliando dal binario giusto a danno della cristianità. Tutto il Poema Sacro è un presagio di un Veltro misterioso che ristabilirà la giustizia, la moralità, la paupertas in spirito, l’amore e la pace.

I riferimenti alla Scrittura sono tanti, che lo spazio d’una sinossi – stilata con tentativo critico – non permette di esplicarli tutti, anche perché, pure qui, all’ultimo bagliore del sole di mezzogiorno prima di salire in Cielo, Dante innerva gli esempi e i paragoni con mitologie del mondo antico lunghe a spiegarsi.
Le sette donne piangono la triste situazione rappresentata dalla scena simbolica del carro e delle sette “piaghe della Chiesa”. Beatrice ascoltava addolorata, simile alla Madonna sotto la Croce. Quando riprende a parlare, usa il latino, parafrasando Gesù che annuncia ai discepoli la sua morte e la sua resurrezione. Quindi, postasi a capo di tutte, accennò a Dante, a Stazio e alla donna di seguirla.
Non aveva trascorso più di dieci passi, che “con li occhi gli occhi mi percosse” (v. 18), invitandolo ad affrettare il cammino in modo da stare vicini per comprendere meglio quanto si sarebbero detti. E come fu sulla stessa linea del percorso, lei lo incitò a chiederle quanto aveva in cuore. Dante prova l’imbarazzo di chi è troppo reverente dinanzi a un superiore, per cui se la sbriga così: “Madonna, mia bisogna / voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono” (vv. 29-30).
D’ora in poi le parole di Beatrice si fanno enigmatiche, oscuramente allusive, ermetiche, sulla base di una criptografia profetica che al pellegrino sfugge nel significato profondo, a causa proprio del suo antico traviamento. Ma l’imperativo della “Teologia” è quello di ordinare a Dante di scrivere tutto quanto ha visto, vede e vedrà, per il bene del mondo dei vivi. Inoltre, c’è un forte accenno alla Giustizia Divina che non si farà attendere. “Io vedo certamente, e però il narro, / a darne tempo già stelle propinque, / secure d’ogni intoppo e d’ogni sbarro, / nel quale un cinquecento diece e cinque, / messo di Dio, anciderà la fuia / con quel gigante che con lei delinque” (vv. 40-45).
Qui bisogna spiegare l’allegoria, la criptografia e la profezia.
Il “cinquecento diece e cinque” va decriptato con cura e preso in seria considerazione, perché è illuminante nell’economia della provvidenzialità del viaggio dantesco e della di lui convinzione di essere il vaticinato (da Gioachino da Fiore) profeta dell’Età dello Spirito.
Procediamo con precisione, avvertendo che si tratta pur sempre di ipotesi, data l’oscurità enigmatica dei versi (d’altronde, in altri punti che già abbiamo sottolineato, e in alcuni che evidenzieremo, appare coerente e innegabile il riferimento all’ipotesi del profetiamo dantesco).
Cinquecento – dieci – cinque, in numeri romani è: D – X –V, che potrebbe significare tante cose. Però (e anche qui Dante segue la tecnica della criptografia dell’ Apocalisse), tra i fiumi d’inchiostro versati per cercare una spiegazione logica, si è trovata una via d’uscita: anagrammare DXV in DVX, cioè DUX, un condottiero (al quale si è anche dato un nome: l’imperatore Arrigo VII sul quale il Poeta aveva riposto tutte le sue speranze, cadute le quali si era allontanato dalle battaglie civili fiorentine: cfr. protasi dell’XI canto del Paradiso) che si identificasse col misterioso Veltro e che rimettesse a posto i disordini e le follie umane. Ma Dante non aveva bisogno di farsi anagrammare: maestro supremo del verso, avrebbe sistemato rime e allegorie in modo diverso se avesse voluto intendere DUX. Personalmente, sono con i critici che spiegano così il Cinquecento – Diece – Cinque: Dominus Xristi Vertagus, cioè il Veltro del Signore Cristo Gesù. Ma c’è pure chi va oltre e scrive: Dantes Xristi Vertagus, cioè Dante il Veltro del Signore.
Fermiamoci qui. Rimane certo il fatto che tutta la Commedia porta identificazioni del Poeta con i più alti “messi” di Dio.
Beatrice, recando esempi pagani (e di nuovo Ovidio è presente, anche se non citato), riconosce che il suo discorso può risultare incomprensibile alla mente di Dante offuscata dal peccato, ma dice chiaro, come un ordine che ripeterà Cacciaguida nel XVII del Paradiso: “Tu nota; e sì come da me son porte, / così queste parole segna ai vivi” (vv. 52-53): Dante ha un compito importantissimo e unico, quindi, al quale non verrà meno. Eppure, il Poeta chiede umilmente a Beatrice perché mai il suo dire, tanto atteso e desiderato, sia così incomprensibile. “Perché tu riconosca finalmente di aver seguito insegnamenti insufficienti con la tua filosofia artistico-morale”. Ma il pellegrino dichiara di non ricordare di essersi allontanato dagli insegnamenti di santa Madre Chiesa. “Certo”, risponde Beatrice, “hai bevuto l’acqua del Lete che fa dimenticare i peccati.”
E’ il meriggio. Le sette donne fermarono i passi sotto un’ombra tenue. E’ lì che Dante vede nascere due fiumi da una sorgente. Alla domanda che gli venga spiegata la meccanica di tale fenomeno per cui un’unica fonte si diparte in due rivi, Beatrice risponde: “Priega / Matelda che ‘l te dica” (vv. 118-119).
Il nome di Matelda viene svelato solo alla fine della cantica e del canto stesso. Ora, quindi, bisogna dedicare qualche riga alla donna “misteriosa” che ha avuto e avrà ancora per poco tanta cura del “peccatore”.
Matelda
Com’è prassi (personalmente non so fino a che punto necessaria o utile), si cerca sempre, da parte dei critici o dei semplici studiosi, un riferimento reale del personaggio descritto da un poeta. Su Matelda, essendo cantata dal Maestro di color che sanno, si sono sparsi fiumi d’inchiostro per trovare un’identificazione della donna del Paradiso terrestre. Si è pensato a elementi femminili dell’Antico testamento, a martiri cristiane o addirittura a eroine pagane. Più fortunata (si fa per dire) sul piano storico-esegetico è l’ipotesi che identifica la custode dell’Eden con Matilde di Canossa oppure con Matilde di Magdeburgo o Matilde di Hachenborn, coetanee le ultime due, suore benedettine vissute nello stesso convento nel XIII secolo e autrici di libri di alta spiritualità. Il fatto che lei anticipi la venuta di Beatrice (la teologia), potrebbe far pensare a un’identificazione con la filosofia. Più stimolante l’idea del Buti: “Matelda si può interpretare mathesim laudans, cioè ‘laudante la divinazione’ o vero la ‘scienza di Dio’ ” (Mathe - il sim cade – e del laudans resta lda, venendo meno, per ipocorismo, la a, la u, la n e la s). Come che sia, pure se qualcuno l’ha assimilata alla Grazia, rimane sospesa ogni questione, a meno che non si voglia tirare in ballo la “donna Primavera” (Vita Nova).

Tornando alla narrazione, Matelda rispose a Beatrice: “Queste ed altre cose gli sono state dette da parte mia e son sicura /che l’acqua di Leté non gliel nascose”. Poi, viene la spiegazione che anche l’Eunoè scaturisce dalla stessa fonte ma si dirama per altra via. Questo fiume ha la proprietà di far ricordare il bene compiuto (eu che in greco significa bene e nous che vuol dire mente: è un’invenzione del Poeta).
La donna gentile prende per mano Dante, dicendo a Stazio, donnescamente (cioè con la dolcezza che dovrebbe essere distintiva del sesso femminile): “Vieni insieme a lui”. Si capisce che Dante beve al rivo, ma si scusa col lettore di non aver più spazio per descrivere la bontà indicibile dell’acqua. Quindi, sintetizza gli ultimi istanti dell’avvenimento dichiarando di essere stato rinnovato dalla “santissima onda”, ormai “puro e disposto a salire a le stelle” (v. 145).
Si noti che ogni cantica si chiude con il sostantivo “stelle”, la cui significazione è chiara e coerente con tutto l’assunto del Poema Sacro.