XXII - LABORYNTHUS (Medio Campidano/Barumini)
Complesso nuragico
Il complesso nuragico di Barumini è il più importante sito archeologico della Sardegna. Riconosciuto dall’UNESCO quale sito patrimonio dell’umanità, “Su Nuraxi” è l’esempio più integro e meglio preservato di nuraghe.

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
Anche se i tre salgono alla cornice dei golosi, cioè alla sesta, questo e il canto precedente sono considerati gemelli, inscindibili (come tanti altri nell’opera). L’espiazione purificante è la seguente: sono magri, macilenti, patiscono sete e fame; recitano il salmo “Labia mea Domine”, riportando esempi di golosità punita e temperanza virtuosa. Il contrappasso: loro spalancarono la bocca solo per ricevere cibo; la fame e la sete li smagriscono e la loro preghiera è rivolta al Signore affinché li gratifichi almeno di cantare le sue lodi da quella bocca che fu avida di cibo e bevande.
L’angelo ha cancellato dalla fronte del Poeta un’altra “P”.
I tre procedono; i due autori latini parlano e Dante ascolta. Dice Virgilio che da quando Giovenale è sceso nel Limbo, ha appreso della stima e dell’affetto che Stazio nutre per lui: sentimenti ricambiati dal Mantovano, anche se non si sono conosciuti di persona. Poi, con un tatto che bisogna leggere di prima mano da Dante stesso (“Ma dimmi, e come amico mi perdona / se troppa sicurtà m’allarga il freno, / e come amico omai meco ragiona”, vv 19-21), Virgilio chiede a Stazio come può aver avuto albergo nel suo seno, fra tanta sapienza, l’avarizia. Lo spirito interrogato sorride un poco e quindi risponde: “Ogni tuo dire è un segno d’amore tuo nei miei confronti. Però, io ero tra gli avari, ma punito come prodigo: vizio opposto all’altro, sebbene ugualmente pernicioso, perché affetto da dismisura. Eccesso che ricomposi quando capii i versi dell’ Eneide nei quali tu, crucciato contro la natura umana, gridi: - A quali esecrande vie non conduci, bramosia dell’oro, le anime dei mortali? -. Mi fu salutare, altrimenti sarei ancora e per sempre nel quarto cerchio dell’Inferno a spingere col petto pesanti massi nelle ingiurie fra avari e prodighi. Sappi, infatti, che la colpa che salta all’opposto di un’altra, secca come quella il suo verde. Quindi, se sono stato fra quella gente che piange l’avarizia, è accaduto per il suo contrario: la prodigalità”.
Virgilio riprende (e l’argomento è delicato, perché spiega, di lontano, come Virgilio nel Medioevo fosse ritenuto un profeta della venuta di Cristo): “Quando tu scrivesti la Tebaide, non pare che fossi ancora convertito a quella fede senza la quale non è sufficiente operare con virtù. ‘Se così è, qual sole o quai candele / ti stenebraron sì, che tu drizzasti / poscia di retro al pescator le vele?’”
La risposta di Strazio è netta: tu prima m’invitasti ad esser poeta, e per primo appresso a Dio m’illuminasti. Facesti come quello che cammina di notte, che porta il lume dietro le spalle senza giovare al suo percorso, ma rende le persone che vengono dietro dotte del luogo su cui muovo i passi. E questo lo facesti scrivendo ‘Secol si rinova; / torna giustizia e primo tempo umano, / e progenie scende da ciel nova’. Grazie a te fui poeta, grazie a te fui cristiano”.
Una parentesi obbligatoria. Virgilio fu creduto profeta profano della venuta di Gesù grazie a questi versi che scrisse nella IV Egloga o Bucolica: “Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo; / iam redit e Virgo, redeunt Saturnia regna, / iam nova progenies caelo demittitur alto”, mentre la realtà è che i Poeta mantovano annuncia la rinascita morale del mondo, il ritorno del secolo aureo, sotto il consolato di Asinio Pollione (siamo al 40 a.C.), e il fanciullo che sarebbe dovuto nascere era forse il figlio del suo mecenate Asinio.
Risolto questo qui pro quo, ascoltiamo ancora la narrazione di Stazio, il quale comincia a frequentare gli apostoli, tanto che li vedeva quasi per abitudine. “Mi parvero tanto santi che, quando Domiziano li perseguitò, i loro pianti non furono senza il mio stesso lacrimare, al punto che li aiutai, ma, principalmente, i loro costumi integri mi fecero disprezzare tutte le altre scuole di filosofia. Stavo scrivendo il IX libro della Tebaide quando presi il battesimo, ma per paura fui un cristiano rinchiuso in me, lungamente mostrandomi ancora pagano. Per questa pusillanimità stetti quattrocento anni nel IV cerchio”.
Ora, esternato quanto premeva nel suo cuore, Stazio chiede – giustamente, pensando che l’incontro non si ripeterà più – dei suoi amici e colleghi: Terenzio, Plauto, Lucio Vario Rufo (Dante scrive Varro), Cecilio Stazio. Virgilio risponde che, insieme a Persio e a tanti altri, stanno – con lui - insieme a Omero “nel primo cinghio del carcere cieco” (v. 103). Il vasto elenco che declina dal verso 106 al 114 possiamo saltarlo benissimo.
I poeti antichi tacevano mentre salivano per la strada. L’ora quinta stava per scoccare (le 11 antimeridiane). Virgilio consigliò di procedere volgendo le spalle destre verso la cornice (in Inferno procedevano a mano manca: significato simbolico del demonio). Dante è rimasto indietro e ascolta i loro sermoni che a poetar gli davano intelletto. Ma improvviso ruppe i dolci ragionamenti un albero capovolto, pieno di frutti fragranti: mentre l’abete si digrada verso l’alto, quello lo faceva verso il basso, per evitare che i frutti venissero colti. Ma dalla parte in cui la parete chiudeva il cammino, scendeva dall’alto acqua pura che irrorava la zona alta dell’albero. Una voce da dentro il fogliame proferì: “Di questi frutti avrete carenza” (ricordando l’ammonimento del Genesi a non mangiare quei pomi. Ed ecco l’esempio di temperanza: alle nozze di Canaan Maria invitò Gesù a fare il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino, ma non per il proprio piacere, bensì per la riuscita della cerimonia. Poi, ecco un esempio preso dalla storia pagana: le romane antiche si contentavano dell’acqua, non bevevano il vino. Miele e locuste furono il cibo del Battista nel deserto, ed egli è glorioso e tanto grande “quanto per lo Vangelio v’è aperto”.