X – URBE (Roma)
Erme del Gianicolo
Sul colle del Gianicolo sono state collocate, a più riprese, numerosi busti di patrioti italiani e stranieri che durante il Risorgimento sono stati protagonisti dell'unificazione dell'Italia.
Per le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia (2011), il Parco del Gianicolo è stato un grande cantiere, si compie una grande operazione di restauro dei monumenti di Garibaldi, di Anita, del Faro degli italiani d’Argentina, e di tutti i busti, lapidi e stele.

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
Siamo nella prima cornice, di cui è custode l’Angelo dell’umiltà, il quale cancella la prima P dalla fronte di Dante cantando il “Beati Pauperes spiritu”. L’ordinamento morale risponde all’amore eccessivo verso se stessi, che, per malo obietto, viene meno al bene pubblico. I primi spiriti che Dante incontra sono i superbi, i quali, in punizione dell’alterigia che li alimentò in vita, sono costretti a portare sulla cervice un masso pesante che li obbliga a guardare in terra.
Sono le dieci del mattino di lunedì 11 aprile.
Il Poeta sente, dietro di sé, richiudersi la porta. La luna è tramontata. Lo stretto viottolo in salita percorso con Virgilio, li ha portati alla prima cornice, larga tre volte l’altezza d’un corpo umano.
“Non avevamo fatto ancora un passo, quando mi accorsi che quella ripa meno scoscesa era di marmo bianco e intarsiata di bassorilievi talmente belli da far invidia a Policleto (il celeberrimo scultore greco del V secolo A.C.) e alla stessa Natura. Vi era raffigurato l’arcangelo Gabriele in atto di annunciare alla Madonna l’incarnazione: l’immagine sembrava parlare, tanto che si sarebbe potuto giurare che egli dicesse ‘Ave’ a Colei che rispondeva ‘Ecce ancilla Dei’: il tutto così preciso ‘come figura in cera si suggella’.
Dopo l’esortazione di Virgilio a guardare anche le altre scene, Dante si sposta verso la parete, dove ammira i buoi che tiravano il carro dell’Arca Santa, che ammonisce gli uomini a non svolgere un lavoro che non gli è stato commissionato (si parla del secondo libro dei Re: Oza, uno dei maestranti del carro, notando che l’Arca vacillava a causa dei buoi recalcitranti, usa una mano per tenerla ferma e viene fulminato). La gente sembrava cantare e gli incensi scolpiti parevano emanare odore. Davide precedeva l’Arca, saltando con vigore, tanto da sembrare “più e men che re”. Di contro, sul fondo della rappresentazione, Micol, la moglie, guardava da un palazzo grande, “sì come donna dispettosa e trista”, la scena (da lei non condivisa) di cui il marito era il soggetto. Più in là, era “narrata” la storia dell’imperatore Traiano che, mosso a compassione da una vedova che gli chiedeva giustizia per il figlio ammazzato, scese da cavallo e fece uccidere gli assassini, azione che portò il papa Gregorio Magno a pregare per lui, ottenendo che fosse tolto dall’Inferno ed elevato al Paradiso.
Mentre Dante si dilettava ad ammirare tanti esempi di umiltà, specie perché opera diretta di Dio, Virgilio disse: “Ecco, da questa parte avanzano lentamente molte genti: loro ci indicheranno la strada per salire”. Dante mosse gli occhi repentinamente, sebbene fossero paghi di stupirsi ai bassorilievi dei quali in Terra non è possibile vedere l’eguale. Poi c’è una spiegazione dell’Alighieri al lettore, che va comunque tenuta presente in modo dettagliato: “Non pensare al castigo in se stesso, ma a quello che segue: nel peggiore dei modi, esso non può andare più in là del Giudizio Universale”.
Siccome tutti i purganti sono chini sotto massi pesanti, Dante dice al maestro che quella processione non gli sembra formata da uomini e donne. Al che Virgilio risponde: “Io pure ebbi fra me qualche dubbio vedendoli così rannicchiati verso il pavimento, ma guarda fisso là e vedrai, in prima fila, come ognuno si batte il petto”.
Qui Dante interviene con un sermone morale che anticipa l’intero contenuto del canto successivo, e conviene riportarlo nella versione in prosa (come si usa dire ancora): “O cristiani superbi, miseri e stanchi, che, malati nella luce dell’intelletto, date fiducia al retrocedere; non vi accorgete che siamo vermi nati a formar l’angelica farfalla, la quale vola verso Dio per presentarsi alla Sua Giustizia con nudità assoluta? Perché il vostro animo galleggia in alto, dato che siete insetti incompleti al pari dei vermi la cui formazione è fallace? Io vidi rannicchiati quegli spiriti che procedevano verso di noi e ne sentii pena come accade quando si alza lo sguardo al sottotetto o al solaio e si notano figure con le ginocchia al petto che sembrano reggere il peso delle travi. Quelle anime erano chi più chi meno contratte, secondo la grandezza del masso che portavano sulle spalle; anzi, colui il quale sembrava sopportare la pena con maggiore pazienza, pareva dire nelle lacrime: “Non ne posso più”.