VI - STUPOR (Andria)
Castel del Monte
Castel del Monte possiede un valore universale eccezionale per la perfezione delle sue forme, l'armonia e la fusione di elementi culturali venuti dal Nord dell'Europa, dal mondo Musulmano e dall'antichità classica. È un capolavoro unico dell'architettura medievale, che riflette l'umanesimo del suo fondatore: Federico II di Svevia. Nel 1996, con questa motivazione, il Comitato del Patrimonio Mondiale UNESCO inserisce ufficialmente il castello, voluto da Federico II di Svevia intorno al 1240, nella World Heritage List.

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
E’ domenica. E’ il 10 aprile. Siamo nel primo pomeriggio. Antipurgatorio, secondo balzo, terzo gruppo. Vi sono le anime dei negligenti finiti per morte violenta. La pena del contrappasso è uguale a quella dei peccatori incontrati prima: tardarono a pentirsi quando erano vivi; adesso attendono il tempo della purificazione stabilito da Dio (ma Dante, in questo canto, non lo indica).
Il pellegrino è nella calca delle anime che lo stringono. Promette di ricordarle nel mondo (l’esempio del gioco della zara, cioè dei dadi, diffuso nel medioevo quale gioco d’azzardo, è straordinario), liberandosi da esse. E ne nomina alcune (Benincasa, giudice del distretto di Arezzo: l’Aretin, ucciso da Ghino di Tacco fratello e nipote di due giustiziati dal Benincasa; Federico Novello, figlio di Guido Novello e il figlio di Mazzucco degli Scornigiani di Pisa - quel da Pisa -; e altri che non sono se non semplici nomi). A tutte, però, promette di pregare per loro o di interessarsi affinché i parenti lo facciano. Poi, rivolto a Virgilio, pone una questione di somma importanza, dicendo: “Questa gente prega e fa pregare perché le orazioni pieghino (o modifichino) i decreti celesti, ma tu, Maestro, lo neghi nell’Eneide, quando la Sibilla risponde a Palinuro: non sperare che le decisioni del cielo possano mutare grazie alle preghiere”. Virgilio spiega al suo allievo che, ai tempi dei pagani il “priego da Dio era disgiunto”, per cui la prece non era efficace, non aveva potere di espiazione. Quindi il Poeta latino dice all’Alighieri che Beatrice gli chiarirà meglio l’intricata questione.
La preoccupazione del pellegrino è ora data dal tempo: bisogna camminare più in fretta, perché il sole è al declinare. Virgilio gli addita un’anima solitaria, in fondo al percorso: lei indicherà loro il cammino. Quello spirito aveva il sembiante d’un leone in quiete, disdegnoso e altero. Il maestro domanda alcune cose, ma l’anima non risponde, bensì chiede a sua volta notizie dei viandanti e la loro patria. Virgilio la nomina: “Mantova”, e quell’ombra solitaria, un poco scostante, all’udire il nome della città, si fece ardito ad abbracciare Virgilio, interrompendolo così: “o Mantovano, io son Sordello / de la tua terra!”
Sordello da Goito fu uno dei più importanti poeti italiani di lingua provenzale, nato nel 1200 circa.
L’incontro dei due concittadini offre a Dante il pretesto per un’invettiva contro l’Italia (si noti che nel VI canto dell’Inferno vi era stata una frecciata contro Firenze e nel VI del Paradiso Giustiniano parlerà dell’Impero: c’è un crescendo spaziale e sostanziale nelle relazioni politiche fra i sesti canti delle tre cantiche). L’Italia è paragonata a una meretrice, a una “nave sanza nocchiere in gran tempesta”, a una serva, a un luogo di dolore, anzi: a un rifugio del dolore. E’ bastato che Virgilio nominasse Mantova, perché l’altro mantovano abbracciasse il suo concittadino, mentre ogni città è in guerra con le altre e in guerre civili all’interno. A che è valso il lavoro dell’imperatore Giustiniano sul codice giuridico, se la sella è vacante del cavaliere? Segue una condanna alla Chiesa nel suo “essere temporale”, ed una contro Alberto I d’Austria, figlio di Rodolfo I d’Asburgo, imperatore nel decennio 1298-1308, quando fu ucciso dal nipote Giovanni (Dante – e lo leggiamo nel “Monarchia” - guarda a una governo universale quale potere di pace fra le parti sempre in lotta all’interno dei comuni e fra i comuni stessi). Le città d’Italia – scrive il Poeta in questa che lui stesso chiama ‘digressione’- sono tutte piene di tiranni e ogni villano si vanta di essere il salvatore della patria. Poi un’ironia pungente colpisce Firenze in due versi antifrastici: la sua città non è colpita dall’invettiva, perché non ha difetti (“tu ricca, tu con pace e tu con senno!”), tanto che le leggi, neppure applicate, non durano un solo mese: Firenze che rinnovi i tuoi cittadini mandandone alcuni in esilio e altri rischiandoli; sei come quella donna malata che cerca il sollievo dal dolore rivoltandosi continuamente nel suo letto.