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III - MILITES (Gorizia)
Sacrario Militare di Redipuglia
Il Sacrario di Redipuglia è il più grande sacrario italiano dedicato ai caduti della Grande Guerra. Situato alle pendici del Monte Sei Busi fu realizzato dai progetti dell’architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni. Fu inaugurato il 18 settembre 1938. Accoglie i resti di 100.187 soldati caduti nei territori circostanti per questo denominato anche Sacrario "dei Centomila".

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
Siamo sulla spiaggia dell’isola agli antipodi di Gerusalemme. Il sole batte sulla schiena dei pellegrini. Dopo l’incontro con Casella (che ha significati simbolici importanti, come è stato detto), e la “subitana fuga” che ha disperso le anime per la campagna, Dante si stringe a Virgilio, il quale è preso da rimorso. E Dante commenta così quel gesto, sempre a mo’ di sentenza: “O dignitosa coscienza e netta, / come t’è picciol fallo amaro morso!”. Una considerazione attualissima: all’uomo onesto sembra insuperabile fallo un piccolo errore (mentre – si sottintende – al malvagio non tocca la coscienza neppure un grave atto commesso). Cosicché il Poeta latino rallenta il passo, riacquistando la sua dignità bloccando la fuga istintiva che sminuisce il decoro di ogni atto; anche la mente di Dante, concentrata sul rude rimbrotto di Catone, torna a pensare al viaggio di salvezza. Egli guarda la parete scoscesa del monte e, intanto, il sole che fiammeggiava rossiccio alle spalle, proiettava l’ombra del corpo sulla roccia: è una sola ombra, quindi il dubbio improvviso che Virgilio fosse sparito lasciandolo solo. Ma l’autore dell’ Eneide spiega la natura della trasparenza degli spiriti, simili ai cieli che lasciano passare i raggi dall’uno all’altro. Tuttavia, l’inconsistenza delle anime e la loro realtà a sentire, vedere, soffrire quasi fossero ancora rivestite di carne, è un mistero che Dio non svela a nessuno. La nostra ragione (altro ammonimento che ritroviamo nella “Quaestio de aqua et terra”) smetta di indagare nei problemi più grandi della sua capacità di comprensione. “Siate soddisfatti, uomini, di conoscere il quia, perché, se vi fosse stato dato di conoscere tutto, quale necessità ci sarebbe stata che Maria partorisse Gesù?”. Avete visto – prosegue il monito che dovremo tenere presente per tutta la “Commedia” – arrovellarsi senza risultato menti sovrane come Aristotele e Platone, e tanti altri ingegni supremi. Detto ciò, Virgilio chinò la fronte e tacque turbato. Vediamo in tale atteggiamento (oltre che nelle parole) il riconoscimento del limite della nostra ragione, se non illuminata dalla rivelazione evangelica. Si rifletta sul “folle volo” di Ulisse (Inf. C. XXVI); Dante considera la grandezza umana nell’osare l’inosabile, ma prende atto della sconfitta pur nell’ammirazione.
C’è ora una svolta narrativa, per cui i 45 versi precedenti devono considerarsi una sorta di prima parte del canto, una premessa dottrinale, esplicativa, didascalica. Infatti, il Poeta dice che giunsero ai piedi del monte, ove trovarono “la roccia sì erta”, che avrebbero tentato invano di scalarla. In questo frattempo (tra l’esaminare le possibilità di salire, da parte di Virgilio, e il guardare in su del pellegrino), appare da sinistra una moltitudine d’anime, che procede molto lenta. Dante avverte il maestro, il quale decide di avanzare verso le ombre, per guadagnare tempo. Ma quella gente stava ancora lontana, nonostante i mille passi percorsi dai due, quando la moltitudine si strinse ai duri massi “de l’alta ripa”. Da loro trasparivano la meraviglia e il dubbio per il fatto (come interpreta Benvenuto da Imola) che i due tornassero indietro dal percorso obbligato verso l’alto.
Virgilio domanda se c’è una strada meno ripida per salire. Le anime, come le pecore che imitano quello che fa la prima uscendo dallo stazzo, avanzano in poche verso i due, ma appena si accorgono che uno fa ombra, arretrano. Virgilio però previene la loro domanda spiegando quanto noi sappiamo, e sottolineando ancora una volta che Dante fa il viaggio da vivo per Volere Celeste.
La spiegazione del percorso è immediata, ed è corale. Però non finisce lì, perché un di loro parla, chiedendo a Dante se lo riconosce. Il Poeta lo guarda con attenzione, ma nota solo che era biondo e bello, con un taglio a metà d’un sopracciglio. Questa immagine è fedele a quella trasmessa dalla tradizione dei suoi tempi. Infatti, bisogna aggiungere che l’anima, appena Dante si fu “umilmente disdetto/ d’averlo visto mai”, mostrò una piaga sulla parte alta del petto. “Io son Manfredi”, dichiara, “nipote di Costanza d’Altavilla” (che noi incontreremo in Paradiso, nel cielo della Luna insieme a Piccarda Donati). La preghiera rivolta a Dante è quasi la stessa di altri personaggi: riportare in terra la verità dei fatti, se sono stati alterati da motivi ponderabili o appositamente a fini perversi. Ed ecco la narrazione da parte di lui (nato nel 1231 circa, figlio naturale di Federico II e Bianca Lancia di Monferrato; morti il padre e il fratello Corrado IV, governò il regno con saggezza, cingendo la corona il 10 agosto 1258 a Palermo; morì nella battaglia di Benevento, 1266, pugnando contro Carlo d’Angiò che era venuto in Italia su sollecitazione di papa Clemente IV): “Dopo che fui trafitto da ‘due punte mortali’, chiesi perdono a Dio, perché i miei peccati furono gravi, ma il pentimento fece sì ch’io fossi perdonato dall’infinita misericordia divina. Se il vescovo di Cosenza, messo alla caccia impietosa contro di me da parte di Clemente IV, avesse tenuto conto della carità di Dio, le mie ossa sarebbero ancora in capo al ponte sul fiume Calore, nei pressi di Benevento, ove fui sepolto sotto un pesante cumulo di sassi. Invece, poiché quel vescovo fece trasferire le mie ossa lungo il fiume Liri, con i ceri smorzati (consuetudine –a dire di Pietro Alighieri – riservata a punizione degli scomunicati e degli eretici), “or le bagna la pioggia e move il vento”. Poi, assai polemicamente, Dante, per bocca di Manfredi (scomunicato, costretto a stare sulla spiaggia del Purgatorio per trenta volte gli anni vissuti fuori di santa madre Chiesa), afferma che la scomunica non toglie la possibilità di essere perdonati da Dio se ci si pente dei peccati anche solo in punto di morte. Diciamo che il Poeta azzarda molto, contraddicendo – per un certo aspetto - quanto avevano affermato due luminari (per Dante stesso): san Tommaso e san Bonaventura. La preghiera reiterata di Manfredi chiude il canto: “Vedi adesso, dopo quello che hai ascoltato, se tu mi puoi far contento, rivelando alla mia bella e buona figlia Costanza, come mi hai visto, cioè perdonato da Dio e in Purgatorio. Fallo, perché qui, per voi che siete ancora nel mondo dei vivi, grazie alle vostre preghiere, noi accorciamo i tempi di attesa nella purgazione”. (Si tratta del dogma della comunione dei santi).