QUASI UN DIARIO DI VIAGGIO di Lamberto Lambertini
Un invito gentile della presidente della Dante. Anche qui siamo alle prime tappe del viaggio. Scopriamo una città ritrosa, pregna di contraddittorie bellezze che il sole del sud mostra impietosamente. Castelli millenari. Storici teatri. Arte contemporanea per le strade. Poi, la sera, a sorpresa, la conquista della squadra dei Lupi dell'ambito scudetto. Quasi un diario.

XXIV - SIPARIO (Cosenza)
Teatro Rendano
Il teatro intitolato al musicista Alfonso Rendano, costruzione ottocentesca in stile neo-classico. Il progetto del teatro è dell’architetto Zumpano e la costruzione ha richiesto oltre vent’anni fino all’inaugurazione il 20 Novembre 1909, con la rappresentazione dell’Aida di Verdi. Nel corso del secondo conflitto mondiale il soffitto è stato distrutto da un bombardamento. Ricostruito negli anni ’50, il teatro è stato riaperto nel 1966. Dieci anni dopo, nel 1976, è stato riconosciuto teatro di tradizione.

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
Sabato 9 aprile, ore 11 circa della mattina. Nella settima bolgia sono puniti i ladri. Morsi da serpenti che li avvolgono in spire tenaci, legando loro le mani che hanno realizzato il ladrocinio, stanno nudi ed inermi, sconvolti da continue mostruose metamorfosi: loro che rapinarono agli altri, vedono il proprio corpo sottratto dalle serpi..
L’incipit è lungo, di 21 versi. È un paragone con un “villanello” che, scorgendo la brina, crede sia neve. Essendo primavera (“e già le notti al mezzo dì sen vanno”, v. 3, cioè notte e giorno sono di pari durata: equinozio), pensa ai danni che una nevicata produrrebbe al bestiame e alle sementi, ma, accortosi trattarsi di una normale gelata mattutina, si rincuora; così il pellegrino, vedendo Virgilio sgomento, teme qualche inciampo nel procedere, ma poi, scorgendo i segni della speranza sul volto del maestro, si rassicura. La guida gli consiglia di aggrapparsi a un roccione, provando prima se esso è in grado di reggere il peso del suo corpo. Devono risalire dalla bolgia degli ipocriti. Però, da quel punto dell’argine la scoscesa era minore, per cui, sebbene a fatica, i due riescono a riconquistare la sommità.
Dante è sfinito; gli manca il fiato. Si siede. Virgilio lo rimbrotta con una delle esortazioni che hanno potenza di proverbio, ordinandogli di rialzarsi, perché chi siede sulle piume o poltrisce a letto non raggiunge la fama, “sanza la qual chi sua vita consuma,/ cotal vestigio in terra di sé lascia, / qual fummo in aere e in acqua la schiuma” (v. 49-51: fummo è come etterno nella dizione medievale: va letto fumo ed eterno). Dante è un soldato, tetragono ai colpi di sventura, e qui lo ribadisce con le parole del maestro: “vinci l’ambascia/ con l’animo che vince ogni battaglia” (v. 53-54). Infatti, il pellegrino rassicura la guida così: “Va, ch’i’ son forte e ardito” (v. 60).
Riprendono il disagevole cammino e, mentre Dante parla, una voce proviene dall’altra bolgia, però indecifrabile (anche qui troviamo endecasillabi sdruccioli di grande effetto musicale ed espressivo). È buio intenso. Dante ode appena, ma non vede nulla al fondo. Prega il maestro di facilitare l’andata, ed ecco un’altra sentenza: “Altra risposta, - disse-, non ti rendo/ se non lo far; ché la dimanda onesta/ si dÈ seguir con l’opera tacendo”: attualissimo detto, oggi, tempo di sole parole e di nessun fatto!
I due discendono il ponte dall’apice, ed ecco apparire l’ottava bolgia, piena di serpenti d’ogni specie, che neanche la Libia da sola produce. L’elenco di essi è interessante: l’Alighieri ha attinto da Lucano (Farsaglia). In mezzo a questo cumulo di colubri, le anime correvano “nude e spaventate” (v. 92), senza sperare di potersi riparare in una grotta o di trovare l’elitropia (pietra che è antidoto contro il morso velenoso, secondo la convinzione di allora). I serpenti legavano loro le mani dietro la schiena, formando un groppo sul ventre del dannato e puntandogli a forza nelle reni testa e coda.
Sia questo canto che il prossimo, trasmettono immagini raccapriccianti e fatti da brivido. Entrambi i passi si basano –come vedremo- sull’invenzione plastica dell’orrido, nella quale Dante sfida apertamente Lucano e Ovidio, misurandosi coi grandi che l’hanno preceduto in temi simili. Un peccatore viene morso alla nuca da un aspide, divenendo immediatamente cenere. Ma essa tornò “di butto” (cioè di botto, locuzione gergale fra le non poche a noi lettori vicine e coinvolgenti) la persona che era un attimo avanti (è il reiterarsi in eterno della punizione e il rinnovarsi del dolore ad ogni istante: senza speranza alcuna).
Dante accenna al prodigio della fenice che rinasce dalle sue proprie ceneri, ma aggiunge che il ladro ricompostosi dalla polvere, aveva sembianti smarriti a causa della grande angoscia sofferta. Non è, quindi, solo una punizione fisica, bensì una pena che scuote nel profondo e lascia esterrefatti. Alla domanda di Virgilio sulla sua identità, il dannato risponde: “Io piovvi di Toscana,/ poco tempo è, in questa gola fiera. / Vita bestial mi piacque e non umana” (v. 122-124). È Vanni Fucci, di Pistoia. Per il suo essere violento fu soprannominato Vanni bestia. Le cronache giudiziarie di quegli anni si occuparono di frequente di lui, per aver ferito in modo grave un ragazzo, per aver picchiato a sangue un prete. Scacciato dalla città, si dette a servire i fiorentini contro i suoi concittadini (e fu in quel tempo che Dante lo conobbe). Ma è qui, e non fra gli iracondi, perché il suo peggior peccato consisté nel rubare, nel duomo di Pisa, arredi sacri. Al dannato morde il cuore essere riconosciuto: “… Più mi duol che tu m’hai colto/ ne la miseria dove tu mi vedi,/ che quando fui de l’altra vita tolto” (v. 133-135). E proprio per tale smacco, Vanni Fucci predice a Dante, per vendetta (“e detto l’ho perché
doler ti debbia!”, v. 151), un avvenire doloroso, e lo fa con nebbiose parole, riferimenti oscuri ma non al punto che Dante non possa intendere qualcosa e temere per sé oltre che per Firenze.