QUASI UN DIARIO DI VIAGGIO di Lamberto Lambertini
I Pupi. In scena, corpi rutilanti di vita. Fissi, inquietanti, pinocchi senza forza quando son sospesi, in attesa. Ideali protagonisti del Limbo, canto cha adoro, che mi commuove a leggerlo, alla pari di Francesca e del conte Ugolino. Anche qui, corre in aiuto il Caso. Nino Cuticchio, puparo e scultore, proprio quel giorno, si accingeva a rivestire d'abiti nuovi il suo Orlando. Come fosse un figlio. Continuità e rispetto.

IV - LEGNO (Palermo)
Nino Cuticchio puparo
Il teatro dei Pupi siciliani è annoverato negli elenchi dei Patrimoni orali e immateriali dell'umanità dell'UNESCO. Nino Cuticchio è esponente con il fratello Mimmo, della prestigiosa e storica famiglia di pupari palermitani. Figlio di Giacomo Cuticchio allievo dei fratelli Greco e di Tano Meli che nel 1933 apre il suo primo teatro dei Pupi a Palermo in Via Aloiso Juvara.

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
Venerdì santo, 8 aprile. È sera. Un tuono fortissimo ridesta il pellegrino, che cerca di orientarsi nel nuovo luogo in cui si trova. È buio fondo. Virgilio stesso è pallido, perché sta per rientrare nel Limbo (primo cerchio), in cui egli stesso è posto. Vi sono le anime di coloro i quali sono vissuti prima di Cristo e quelli morti senza battesimo. Ma la terra non trema né si odono lamenti di dolore. Dante domanda al Maestro se qualcuno mai sia uscito dal Limbo, e Virgilio narra la discesa di Cristo dopo la morte e resurrezione: Egli liberò i Patriarchi e gli Ebrei dell’Antico Testamento, i quali credettero nella venuta del Messia.
A un certo punto, l’Alighieri vede un fuoco che vince un emisfero di tenebre, intuendo che lì dimorano persone degne di onore. Infatti, una voce esclama: “Onorate l’altissimo poeta; / l’ombra sua torna, ch’era dipartita” (v. 80-81). Quattro ombre si avvicinano: Omero, Orazio, Ovidio, Lucano. Virgilio presenta loro Dante, che entra, per un attimo solo, nella schiera (“sì ch’io fui sesto tra cotanto senno”: è la dichiarazione inequivocabile secondo cui egli si immette nella scia della classicità, quale continuatore fra l’antico e il moderno). Quindi, procedono fino alla “lumera”, un nobile castello “sette volte cerchiato d’alte mura, /difeso intorno d’un bel fiumicello” (v. 107-108). Nonostante le difese logistiche, tutti entrano, scorgendo su un prato verde i grandi spiriti che si sono distinti per il coraggio, in antico, e per altezza d’ingegno: Elettra, Ettore, Enea, Cesare con gli occhi grifagni (nell’XI del Paradiso lo descriverà così “colui ch’a tutto il mondo fÈ paura”), e tanti altri, fra cui Camilla e Lavinia, Lucrezia e Marzia (di cui si parlerà a Catone Uticense nel I del Purgatorio), quindi Socrate, Platone e Aristotele (“Il maestro di color che sanno”), Seneca, Tolomeo, Avicenna, Averroà, Euclide, Galieno e tanti altri. Ma la compagnia si scioglie, e i due giungono in un luogo in cui non c’è luce.
Abbiamo incontrato, grazie a Virgilio e a Dante, spiriti magni relegati in questa zona dove sono esclusi dalla visione di Dio, quel Dio che non conobbero –e non per colpa loro. E tuttavia bramano Dio. Insomma, al tempo degli dèi falsi e bugiardi gli uomini o mancarono di una fede, o credettero in modo errato. Ma poi, dopo la venuta di Cristo, i peccatori furono renitenti alla Fede vera.