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L’83° Congresso Internazionale della Società Dante Alighieri - "Italia, Argentina, Mondo – L’italiano ci unisce si terrà a Buenos Aires, Argentina, tra il 18 e il 20 luglio 2019. Sarà il primo congresso mondiale della rete Dante ad essere organizzato fuori dal continente europeo: per la Società, il legame fraterno tra i paesi, alimentato per generazioni, è vitale.

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Sinossi a cura di Aldo Onorati
E’ ancora il mercoledì 13 aprile dell’Anno Santo.
Il canto conclude e corona l’itinerarium mentis in Deum del Poeta e l’esistenza terrena di Dante. Questi sono gli ultimi versi che egli ha scritto. Se l’intero Poema Sacro va letto (o ascoltato) a capo chino, la chiusa di esso, cioè l’arrivo al punto in che “si quieta ogni intelletto”, va meditata in ginocchio. E non perché contenga l’invocazione alla Vergine, o almeno non solo per quella, ma perché Dante “è andato oltre” (espressione che rubo a Thomas Mann riguardo il suo giudizio sul “Parsifal” di Wagner), oltre cioè le possibilità umane, sicché il XXXIII del Paradiso rimane un unicum nella storia delle letterature. Ancora: quanto azzardo a dire non si riferisce soltanto al tentativo dell’Alighieri di “descrivere” l’incontro con la Trinità (Dio, per completare la realtà), perché infatti il Pellegrino dichiara in continuazione la sua incapacità, l’impossibilità a riportare ai mortali, in termini mortali, l’eterno e lo spirituale; si riferisce allo stupore travolgente dell’avvicinarsi alla visione per eccellenza, e così, proprio per le sue recusatio e per i tentativi sovrumani di porgere “un poco di quel che parevi” (l’aspetto della Divinità), egli intercala a passi dottrinari difficili e altissimi, versi o terzine di ineguagliabile bellezza simbolica, metaforica, ove la passione per l’Ente Supremo che Dante subisce nel cuore e nell’intelletto, ci viene trasmessa in crescendo, senza pausa di alcun genere (hanno un bel dire i critici che ritagliano con le forbici la “poesia” dalla “non poesia”!): è un desiderio ardente del navigante che trova il porto: non il suo, ma quello ove tutti anelano di gettare per sempre l’ancora, perché l’uomo si quieta in Dio. La Fede suprema di Dante si esplica qui senza dichiarazione alcuna (d’altronde lo ha già fatto nell’esame sostenuto con san Pietro, ma là Dante si esprime con termini freddi e personali: qui coinvolge e avvolge il mondo, poiché è impossibile resistere alla forza di attrazione che il suo procedere verso il Vertice della vita – Dio – e il vertice della Poesia esercita sul lettore). Il canto è unitario: non ci sono – ripeto con inflessibile convinzione – momenti maggiori e minori, rappresentati i primi dagli esempi e i secondi dal procedimento dottrinario che usa termini e diritture teologiche: qui Dante non si sdoppia (se così posso esprimermi) fra il narratore e il teologo: tutto si fa palpito intenso, tensione suprema, meraviglia incontrollabile, commozione contagiosa. E si rimane avvolti con lui nella spirale in cui l’alta fantasia perde padronanza di sé in quanto assorbita e coinvolta – come in una ruota che si muove con uguale direzione – nel vortice del Volere Eterno, fine ultimo di ogni nostro desiderio e “naufragio” nel mare della infinita beatitudine. Tu, lettore, senti di essere preso in questo miracolo. Non c’è più il narratore da una parte e il fruitore dall’altra: poeta e ascoltatore sono soggetti entrambi a una forza centripeta che li assimila, li eguaglia, per cui, alla fine, il percorso di Dante è il nostro.

La preghiera di san Bernardo alla Madonna è piena di antitesi (Vergine e madre, figlia del tuo figlio, umile e alta), e ricalca la preghiera popolare, tanto che il termine “ventre” rimane a testimonianza della fedeltà del Poeta all’orazione della liturgia mariana. Bernardo è un orante, non un oratore (è l’umiltà dell’espressione che lo rivela tale).
Le parole del Santo formano una speciale richiesta, ma in modo di farla precedere dalle lodi: Ella è umile e alta più che creatura (non ha uguali nell’umiltà, avendo accettato senza batter ciglio il messaggio dell’arcangelo Gabriele; non ha pari nell’altezza perché madre di Dio, il quale non disdegnò di farsi creatura umana essendo tuttavia il Creatore: e qui c’è una nuova antitesi, potente, inafferrabile per bellezza). Nel concepimento di Maria si è rinnovato l’amore fra il Padre Celeste e l’uomo tanto che è fiorita questa Rosa Mistica. “Fra i beati, tu, Maria, sei fiaccola di carità nel meriggio (come il Sole quando è più alto nel cielo terrestre), e fra i mortali sei fontana inesauribile di speranza. Infatti, sei tanto grande e tanto piena di virtù, che chi vuole una grazia senza ricorrere a te, fa come colui il quale crede di poter volare senz’ali. La tua bontà non solo soccorre chi ti prega, ma molte volte precorre, precede le invocazioni”.
La terzina 19-21 è calibrata secondo i canoni della nostra religione: in primis la Madonna possiede la virtù della misericordia, poi quella della pietà. Solo per ultima Dante pone la magnificenza (umile e alta: l’umiltà sta avanti alla regalità). Comunque, in lei si aduna tutto quanto possa esservi di bontà in ciò che è creato.
Dal verso 22 inizia la richiesta dopo le lodi. Noteremo che i verbi “supplica”, prego” etc. sono reiterati perché alla divinità i “preghi” sono grati. “Dante, costui che mi sta a lato, il quale ha visto le vite spirituali nelle diverse condizioni di pena, attesa e beatitudine, ti supplica di ricevere, per tua grazia, la forza di volgere lo sguardo verso Dio”. Qui entra con la propria richiesta diretta Bernardo, che mai arse tanto di desiderio per un suo bisogno quanto per quello del Pellegrino. Egli ha viaggiato nel regno del male e della purgazione; ha necessità di non avere lo sguardo offuscato da nessuna nube perché Dio si manifesti a lui. Ma il Santo, ripetendo il verbo “pregare” – e lodando ancora la Regina del Cielo, la quale può ciò che vuole – Le chiede di conservare puri i sentimenti di Dante dopo aver visto Dio: “Vinca tua guardia i movimenti umani” (v. 37); poi, come in un solenne affresco grottesco, supplica la Madonna a guardare Beatrice che, con gli altri beati, chiudono le mani in preghiera rafforzando quella di Bernardo: una coralità di intenti impossibile a reperirsi in Terra.
Gli occhi di Maria, “diletti” e venerati dal Creatore, fissi nell’oratore, dimostrarono quanto le preghiere devote, nate dal cuore, le siano gradite; quindi il suo sguardo si rivolse verso l’Eterno Lume.
La Vergine ha aspetto e modi regali: non sorride, non muove ciglio, non fa trapelare nulla dei suoi moti interiori: Ella guarda, e intercede con gli occhi rivolgendoli a Dio. Non parla. L’assenso è muto, ma eloquente come si addice alla Maestà sovrana, in questo caso la “Ianua coeli”. Dante sottolinea che non si creda cosa facile – per l’essere umano – sopportare la luce divina. Poi aggiunge che, stando vicino alla meta di ogni suo profondo desiderio, si accorse che l’intensità di esso era giunta al culmine.
Da questo punto, cioè dal verso 49, notiamo sottesa alla narrazione una inesplicabile potenza di trasmissione emotiva al lettore. E’ come – per noi abituati al prodigio delle navi spaziali quando prendono velocità per sottrarsi alla forza di gravitazione terrestre – assistere ad un lievitare in alto dell’anima a rapidità crescente, quasi che il desiderio estremo della visione sia un potere interno ed esterno in Dante: si sente già – pur senza dichiarazione esplicita – la mano di Dio operare secondo la richiesta di san Bernardo avallata da Maria Vergine.
Il Santo sorrideva e faceva cenno al Pellegrino affinché alzasse lo sguardo, “ma io era/ già per me stesso tal qual ei volea” (v. 51-52): il miracolo si stava compiendo: la vista di Dante, divenuta più sincera, penetrava sempre più nel raggio “de l’alta luce che da sé è vera” (v. 54): luce perfetta nella sua stessa essenza.
“Da questo momento in avanti il mio vedere fu maggiore di quanto io possa mostrare con le parole, perché esse cedono di fronte a una cosa tanto alta, e la memoria stessa viene meno davanti a tanto andar oltre le possibilità di descrizione”. Oltraggio ha preso in seguito il significato di offesa, mentre etimologicamente esso voleva dire: tutto ciò che supera la normalità delle cose.
Efficace l’esempio che il Poeta porta nella similitudine con un uomo che sogna, il quale, al risveglio, non ricorda di preciso quanto ha sognato, ma gli rimane impressa la passione, cioè il turbamento o la meraviglia di quanto è avvenuto nel sonno: egli ora è così, qui sulla Terra, nel tentare di descrivere il dono offertogli dalla Provvidenza; poco è rimasto nella mente, tolta la sensazione dolce che ancora distilla nel suo cuore. Poi una delle terzine più belle dell’intera cantica, commossa e quasi fuori dal contesto, se non per il tentativo di dare un’immagine concreta del suo stato: la sua mente non è diversa dalla neve che perde forma all’apparire del Sole, sciogliendosi; è come le foglie sparse dal vento con la scritta della profezia della Sibilla. Segue un’invocazione all’Altissimo affinché ripresti almeno un poco (alle facoltà di Dante) di quel tanto che gli apparve, rendendo la parola adatta a esprimere la potenza d’una sola favilla almeno della Sua gloria, affinché le genti future possano farne frutto copioso. Ma se tutto questo riuscirà, la vittoria sarà di Dio e non dell’umile servo.
Avevo accennato in precedenza che la recusatio non era un espediente nuovo al tempi di Dante, perché il dichiarare la propria incapacità ad esprimere qualcosa era stata già praticata dagli antichi, con la sostanziale differenza che per loro funzionava da sollecitazione di complimenti da parte dei lettori (come chi si abbassa falsamente onde farsi dire che è il contrario), mentre quella del Fiorentino è sofferta e sincera: ciò si evince dall’atmosfera generale del canto e dalla fatica che Dante – altrove pieno di sé tanto da paragonarsi ai sommi - rivela nel procedere (non in fatto di resa narrativa e lirica) verso l’indicibile, lui uomo limitato tra il nascere e il morire, costretto dalla materia alle strettoie mortali, eppure – a guisa di un Ulisse che tenta l’inosabile e perisce per aver osato – eroico nel voler esprimere quanto sa di non riuscire a realizzare neanche nella minima parte: da questa sincera, dolente, umanissima consapevolezza delle barriere insuperabili, nasce la Poesia totale e mai prima l’Alighieri ci è apparso così vicino, così umano, così vulnerabile: e così immenso!
Il verso 76 inizia con un “Io credo”, che l’autore usa spesso e che bisogna intendere come affermazione di assoluta certezza, noi moderni abituati a dare a tale verbo anche un significato di “penso, suppongo”.
Ormai Dante è catturato dalla crescente luce divina, e non può distogliere gli occhi da quel raggio, per la conseguenza certa di smarrirsi. E proprio questo pensiero lo sprona nel coraggio di sostenere la prova della Luce, tanto che congiunge il suo sguardo con quello del Creatore: il momento è solenne; il Poeta, conscio di tale Grazia, esprime gratitudine e lode al fattore supremo. E qui c’è la terzina più intensa, bella, potente e riassuntiva di tutto il Poema Sacro.
“Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna” (v. 85-87).
Tutto ciò che è sparso nel Cosmo, diversamente sistemato ovunque, con gradazioni di vita e di forza disuguali, insomma: “lo gran mar dell’essere”, è contenuto nella profondità dell’amore divino come in un unico libro lo sono i vari fogli (o capitoli) squadernati ovunque (metafora alla quale fa immediatamente seguito una terminologia scolastica non difficile, che potremmo spiegare così: “Le mie parole possono solo offrire un’ombra di quell’immagine in cui le essenze e le contingenze e le loro relazioni sono intimamente unite”). Ma è testimonianza dell’avvenuta realtà per Dante stesso (la cosa tanto è incredibile!), il fatto che, sentendosi pieno di letizia nel descriverla, si conferma per sé medesimo di averla vissuta concretamente e non sognata.
Qui abbiamo di nuovo una terzina grandiosa, sebbene ambigua nel significato:
“Un punto solo m’è maggior letargo
che venticinque secoli alla ‘mpresa
che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo” (v. 94-96).
I più la spiegano così (e mi accodo alla loro esegesi): “Quel solo attimo della visione è per me come un sonno durato venticinque secoli, dalle gesta degli Argonauti ad oggi, dal momento in cui Nettuno, re del mare, si stupì ammirando l’ombra d’Argo che solcava le onde vergini”.
E’ l’identico stupore (quello di Nettuno) che prova Dante alla visione inusitata: nel fissare immobile e attento la Luce divina, il desiderio del Pellegrino di rafforza, e la volontà di contemplazione si autoalimenta. Infatti, una volta messi sulla via che porta a Dio, non è consentito volgere lo sguardo ad altro, in quanto tutto il bene si raccoglie in Lui, e fuor di Lui è difettivo quel che lì è perfetto.
Ecco di nuovo una replicazione della recusatio: la tensione è al limite. L’aspirazione sta realizzando il suo fine. Ormai i modi di esprimersi del Poeta, in confronto a quanto ha visto, saranno più brevi e incompleti di quelli di un infante ancora allattato dal seno materno (Dante restò orfano in tenerissima età, per cui l’immagine del fantolino che bagna la lingua alla mammella è un’allusione continua alla sua orfanezza). E questa inadeguatezza della favella (dello scritto) non è data dal fatto che egli vede più “ch’un semplice sembiante” – Dio, infatti, è sempre uguale a se stesso -, ma perché, guardando, la vista acquistava sempre più vigore e “il mio cambiamento trasformava quell’unico aspetto agli occhi miei”. Infatti, nel profondo della Luce divina apparvero tre cerchi, di una stessa dimensione ma di tre colori differenti; il primo e il secondo si riflettono a vicenda, e il terzo è a guisa di fuoco derivante da entrambi.
Altra dichiarazione di impotenza ad esprimere il meraviglioso: “Oh quanto è corto il dire e come fioco/ al mio concetto! E questo, a quel ch’i’ vidi, / è tanto, che non basta a dicer ‘poco’” (v.121-123): il mio parlare è fioco al confronto di quanto vidi e che ricordo, ma pure il ‘poco’ è impreciso rispetto a quello che mi è stato dato di assistere.
La terzina successiva è una lode dottrinale alla Trinità, alla sua magnificenza: Ella soltanto può comprendere sé stessa, amarsi in modo totale, sorridersi nell’intendersi. Quel cerchio che sembrava generato dal primo e quindi pareva il suo riflesso, attentamente guardato dal Pellegrino attonito si delineò con la stessa figura umana segnata dall’identico colore del cerchio: è il mistero dell’Incarnazione, la natura umana e divina di Cristo. Il Poeta è smarrito nel concetto. Non può comprendere il Mistero. E’ come il geometra concentrato sull’irrisolto problema della quadratura del cerchio (significa il poter stabilire il lato di un quadrato che ha la stessa area di un cerchio); egli non riesce a trovare il principio matematico di cui ha bisogno. Dante voleva comprendere in qual modo l’immagine umana potesse adattarsi alla circonferenza e trovarvi luogo, ma le ali del proprio ingegno erano inadeguate a raggiungere quella vetta: sennonché (e qui sta il “colpo di scena”, la risoluzione di tutto) l’intelletto incapace di volare così in alto raggiunse il suo desiderio per folgorazione divina. Ogni possibilità umana viene meno, ma il Pellegrino ormai è nella beatitudine eterna, coinvolto dalla Divinità che dà pace e muove la volontà dello stesso uomo-Dante all’interno dell’infinita ruota che, uniformemente, gira intorno al Dio insieme al Sole e alle altre stelle.

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