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“Ciò che vorremmo davvero revocare oggi è il termine razza”. Andrea Riccardi, Presidente della Società Dante Alighieri ha concluso così i lavori del Consiglio Centrale che ha approvato con voto unanime, l’atto di revoca delle circolari che, aderendo alle leggi razziali del fascismo, esclusero tutti gli ebrei dalla vita dell’istituzione

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Sinossi a cura di Aldo Onorati
La scelta di Cacciaguida da parte dell’Autore non è casuale: anch’egli, quindi, discende da una nobiltà acquistata nel modo più alto: dando la vita per la Fede. Ma tale subitaneo orgoglio terreno viene immediatamente messo a tacere, poiché in Paradiso le prosopopee non hanno valore alcuno. “Anche perché tu, fragile nobiltà di sangue, sei simile a un mantello che le forbici del tempo accorciano, se non si aggiunge giornalmente la stoffa rubata dall’oblio”.
Il parlare di Dante riprende dando del voi al trisavolo (segno di grande riguardo, che il Poeta, come abbiamo visto altrove, riserva a soli sei protagonisti della Commedia: Farinata, Cavalcante Cavalcanti, Beatrice, Brunetto Latini, Adriano V e Guinizelli; a Cacciaguida darà del tu nel proseguo del dialogo). E qui conviene seguire la tessitura narrativa anche per l’insolito modo di indicare la data di nascita del Martire per la Fede: “Voi siete il padre mio; voi mi date piena forza e letizia nel parlare, voi mi innalzate al punto che io son più di me stesso (quasi un secondo trasumanar). Rivelatemi ora, mia radice, quali furono i vostri avi e narratemi la vostra fanciullezza; ditemi dell’ovile di san Giovanni (il Battistero) e chi era la gente che in Firenze meritava gli onori più in alto grado”. C’è un pathos evidente, sebbene contenuto per la proprietà del luogo sacro, in quanto Cacciaguida non solo è il Cavaliere che rivelerà a Dante il sigillo profetico del suo viaggio (e, detto da un tal personaggio salito ai fastigi della gloria celeste, ha valore di assoluta dichiarazione veridica e indubitabile), ma il testimone di una Fiorenza che non c’è più, un teste oculare, credibile perché gli spiriti militanti, come gli altri beati, non possono mentire come talvolta fanno invece i testimoni umani (anche involontariamente). Cacciaguida parla con voce dolce e con toni soavi, ma non con la favella usata al tempo di Dante, e comincia dando il suo anno di nascita, ma lo fa al modo del pronipote, cioè da astronomo. Vale la pena riportare il passo, tenuto presente il fatto che la “sferica” dantesca era quella di Tolomeo, mentre oggi è quella eliocentrica almeno per quanto riguarda il nostro sistema solare, eppure gli anni, i moti dei pianeti etc. coincidono: “Dal dì che fu detto Ave dall’Arcangelo Gabriele a Maria, al parto in che mia madre, ora santa, s’alleviò di me dandomi alla luce, questo pianeta (Marte) si congiunse 580 volte al Sole, cioè compì 580 rivoluzioni sideree”. Alfragano (o Alfargano), sul suo Almagesto, che il Poeta conosceva, afferma che Marte compie il giro di rivoluzione in 687 giorni. Se moltiplichiamo tale cifra per le 580 volte che il pianeta rosso è passato davanti alle costellazioni dello Zodiaco con punto di riferimento il Leone, si hanno 398.460 giorni, i quali, divisi per il nostro anno solare di 365 giorni, dà 1091 anni solari: data di nascita di Cacciaguida. Da aggiungere che l’anno fiorentino (e l’era volgare) iniziava non dalla nascita di Cristo, ma dal dì dell’Annunciazione, quindi nove mesi prima.
Gli antenati e lo stesso narrante nacquero nel sestiere di Porta san Pietro, dentro de la cerchia antica, ma Cacciaguida non vuole dire altro sugli avi (“più è tacer che ragionare onesto”, v. 45). Cosa nasconde questo verso? Anche se da lontano per significazione, esso riecheggia il v. 104 del XV dell’Inferno, quando Brunetto dice: “de li altri fia laudabile tacerci”, ma poi continua spiegando il perché: “il tempo saria corto a tanto suono”. Qui non c’è séguito, per cui molti critici si sono sbizzarriti in ipotesi diametralmente opposte, sulle quali non stiamo a ragionare. E’ modestia? Allora l’albero genealogico di Dante si compone di gente altolocata. E’ prudenza? Allora la stirpe affonda le radici in persone venute dalla campagna alla città. Comunque, i cittadini atti alle armi, al tempo del trisavolo erano un quinto di quelli odierni, e gli artigiani erano di pura appartenenza a Firenze, non essendosi ancora inurbati quivi, oriundi da Campi, Certaldo, Figline. Un disprezzo dichiarato per questi contadini, che sarebbe stato meglio averli come confinanti che come concittadini fetidi di baratteria. Poi Cacciaguida si scaglia in un’invettiva contro la Chiesa, la quale ha trattato male l’imperatore, da matrigna (noverca), tanto che i vari Cerchi e Buondelmonti sarebbero ancora gli uni nelle parrocchie di Acone e gli altri in Valdigrieve. Il mescolarsi delle persone da ogni dove nelle città è da sempre causa di rovina. “Pensa alla fine che han fatto Luni e Orbisaglia, alla decadenza di Senigallia e Chiusi: come rovinano le città, così finiscono le stirpi. Le vostre cose tutte hanno lor morte, sì come voi; ma alcune, durando più a lungo della vita umana, celano la loro fine agli occhi dei viventi. La Fortuna fa di Firenze quello che la Luna fa nel suo volgere scoprendo e coprendo le coste”. A questo punto inizia l’elencazione delle famiglie di Firenze coeve a Cacciaguida, di cui si è perduta la memoria. Fino al verso 108 è un susseguirsi di nomi ormai per noi insignificanti, ma al tempo del Poeta valeva la pena ricordarli per monito ai presenti. Monito che ci riporta diretti all’XI del Purgatorio, canto dei superbi e della “vanagloria delle umane posse”; di fatti, Dante non perde occasione soprattutto in Paradiso per riflettere (o farsi comunicare e insegnare, come in questo caso) sulla fragile durata di ogni cosa, la morte sempre presente (“di questa vita che al termine vola” aveva scritto già in precedenza): insomma, il senso della caducità terrena di ogni realtà non sempre si infiora nella speranza dell’atteso, anelato incontro con Dio. In Dante convivono due desideri, dalle spinte uguali: quello della gloria per vivere nel mondo dopo la morte e quello della pace del suo cuore provato dal dolore e dall’ingiusta condanna, ma anche la pace universale che aveva sperato realizzabile nella figura di Arrigo VII. Nello stesso tempo, egli vede la fallacia del ricordo fra gli uomini, eppure lo brama: contraddizione che si scioglie nel XXXIII canto, dove la continua recusatio smonta la tensione ai riconoscimenti del mondo, dimostrando l’impossibilità da parte dell’uomo di meritare Dio se non per la Sua infinita misericordia.
La chiusa del canto riecheggia la nostalgia dei giorni dell’infanzia che seguirono al battesimo (“A così riposato, a così bello / viver di cittadini, a così fida / cittadinanza, a così dolce ostello…”). Se riflettiamo che è Dante a parlare per bocca del trisavolo, dobbiamo crede ch’egli fosse convinto d’un’età di pace e sicurezza nella Fiorenza antica. Non si esprimerebbe con tanta passione Cacciaguida, se non ci fosse almeno una parte di verità in questa nostalgia ferma e sicura (“Con queste genti, e con altre con esse,/ vid’io Fiorenza in sì fatto riposo,/ che non avea cagione onde piangesse”); non solo, ma quelle persone, per non dire genti che sarebbe dispersivo, viveva in tanta giustizia che l’insegna del giglio non era stata mai posta a ritroso né si era cangiata in vermiglio a causa delle lotte interne. E’ storia? E’ speranza? E’ il sogno di vedere realizzata una situazione che il ricordo pone davanti a chi vive in guerra continua fra Guelfi e Ghibellini, Guelfi Bianchi e Neri. E’ un incoraggiamento ai coevi di Dante a tentare di ristabilire una pace e una giustizia che, forse vagheggiata nelle parole del trisavolo, suona come auspicio della serenità in Terra come in Cielo.

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