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“Ciò che vorremmo davvero revocare oggi è il termine razza”. Andrea Riccardi, Presidente della Società Dante Alighieri ha concluso così i lavori del Consiglio Centrale che ha approvato con voto unanime, l’atto di revoca delle circolari che, aderendo alle leggi razziali del fascismo, esclusero tutti gli ebrei dalla vita dell’istituzione

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Sinossi a cura di Aldo Onorati
Taluni critici (ben pochi però) dividono la “Commedia” in due parti, proprio grazie alla protasi di questo canto, in cui Dante sembra prendere definitivamente le distanze dal mondo. L’ipotesi è affascinante, se non vi fossero canti che tornano ai problemi terrestri con la passione forte e infuocata dell’Alighieri (non solo i tre di Cacciaguida, ma le invettive contro il luogo “dove Cristo tutto dì si merca”, etc.). Tuttavia, la dichiarazione del poeta è chiara, e vale la pena sistemare in prosa quanto egli scrive in versi non fraintendibili (per onestà, bisogna dire che Dante quasi traduce da Persio, Satira 1 e 5, dall’Ecclesiaste etc., ma la sua aggiunta dà un nuovo significato alle considerazioni dell’inutilità degli sforzi umani sulla Terra, ed è il dodicesimo verso a farlo, perché Dante è gloriosamente accolto in cielo, con Beatrice, seguace ormai della teologia e teso al Bene Supremo, mentre le fonti si fermano alle considerazioni sconsolate dell’uomo senza speranze di terminare in Dio la sua ascesa verso la pace. Segnalo qui che alla fine della presente ‘sinossi critica’ ci sarà un’appendice dedicata alla tecnica del verso nel Poema Sacro, prendendo spunto proprio dalla chiusa della protasi, o invettiva come dir si voglia).
“Oh, insensato affanno dei mortali, quanto sono difettivi i ragionamenti che ti fanno battere le ali verso il basso! Chi si affaticava nei cavilli giuridici, chi negli studi di medicina, e chi brigando per far carriera nella Chiesa, chi con prepotenza o con inganno voler regnare, chi rubare per arricchirsi e chi arraffare nei maneggi pubblici, chi si estenuava nei piaceri di Venere e chi si abbandonava all’ozio; quando, libero da tutte queste inutile e meschine fatiche con cui gli uomini si dannano sotto il Sole, io, grazie alla Sapienza scritturale e teologica (Beatrice), ero stato accolto in cielo cotanto gloriosamente”.
L’avverbio non va inteso, secondo me, nel senso di un atto di superbia da parte di Dante (come vuole Tommaseo, ad es.), ma va inserito nella gloria totale del cielo del Sole, in quanto l’essere accolto da tali spiriti nella pienezza di Dio è di per sé un fatto glorioso.
Dunque, siamo in Paradiso, dove la logica terrena è capovolta. Già abbiamo avuto un’anticipazione in Purgatorio, canto XI, incontro coi superbi, dove il maggiore lodava il minore (Oderisi da Gubbio onora Franco Bolognese e afferma che in Terra non sarebbe stato così cortese a causa del difetto umano di vantare se stesso abbassando il valore altrui). In questo caso, non si tratta di inferiori o superiori, bensì di un altro procedimento: un Ordine religioso loda l’altro e critica i propri confratelli degeneri; così san Tommaso - dopo aver chiarito i due versi oscuri del X canto (e lo vedremo a suo tempo per non interrompere il filo del discorso) – tesse le laudi di san Francesco e riprende con durezza i frati domenicani allontanatisi dai dettami del Fondatore; allo stesso modo, nel canto successivo, san Bonaventura fa l’elogio di san Domenico biasimando i francescani che si sono allontanati dall’ovile.
Tommaso d’Aquino dice che la Provvidenza, in tempo giusto, ha mandato in Terra due campioni che aiutassero la Chiesa in un momento di difficoltà (la ricchezza inquinante alla quale il Poverello d’Assisi ha contrapposto la lieta paupertas – tutto il canto sarà tessuto sull’allegoria delle nozze tra Francesco e madonna Povertà – e le eresie che san Domenico combatterà con la parola e la dottrina). Essi sono come le due ruote della biga con la quale Cristo vincerà la civil briga. L’uno fu tutto serafico in ardore; l’altro, di cherubica luce uno splendore. “Parlerò del primo di loro, tanto è come se elogiassi il secondo, poiché entrambi agirono a un unico fine”, sottolinea Tommaso.
La geografia dantesca è un fatto interiore, pur essendo esatta toponomasticamente etc. Essa serve al Nostro per delineare non solo i luoghi in cui si svolge una scena o si dipana un racconto, ma già per introdurre la personalità di un’anima, e per non scollare mai, neppure in Paradiso, la realtà delle origini terrene con lo sviluppo ideale del personaggio cantato. Si sa che Dante amava Francesco d’una passione totale, ed è concretamente descritto il suo amore per il Poverello in questo bellissimo canto, in cui già la descrizione dei luoghi (più vicini al cuore del Poeta e alla sua regione) ha un sapore di tenerezza partecipata (a differenza di quanto accadrà nel XII canto, più freddo, calcolato, rimarcato sulla simmetria dei passi che citerò alla fine del secondo canto gemello). Insomma, Assisi è chiamato Oriente, perché come qui nasce il nostro Sole, lì è venuto al mondo un altro luminare. Francesco, non lontano dal giorno della nascita, già dette prova di notevoli virtù, ed amò subito la povertà al punto di scendere in guerra col padre: la povertà che è vista dagli uomini peggiore della morte, alla quale ognuno serra la porta in faccia.
La storia dell’esistenza del Patrono d’Italia è nota e non la ripetiamo qui sulle orme del Poeta, bensì puntiamo il dito sulla scelta che Dante fa nel sottolineare solo un punto, dei tanti, fra le virtù del santo: la scelta totale di Madonna Paupertas. Nemmeno Maria salì sulla croce del Figlio, ma solo la Povertà che era sua sposa, la quale rimase vedova millecento anni e più, e non le valse, ad avere nuovo marito, neppure l’esempio di Amiclate, pescatore indigente al massimo, il quale teneva aperta la porta della sua capanna perché non avrebbero potuto rubargli quello che non possedeva, al punto che non si curò della presenza di “colui ch’a tutto ‘l mondo fé paura” (Cesare). Quando giunsero a nozze Francesco e madonna Povertà, la loro gioia, il sembiante sereno, la concordia richiamarono stuoli di seguaci, da formare già una grande famiglia. Ed ecco che, a scorno della nascita ricca dal mercante Pietro Bernardone, abbandona ogni bene terreno; perfino gli abiti restituisce al padre, e, con umiltà regale (ossimoro altamente significativo) presentò la prima regola al grande papa Innocenzo III, il quale, nella sua lungimiranza, dette il sigillo a voce all’Ordine francescano (cosa che ratificò per iscritto il successore Onorio III, nel 1223, in quanto il problema delle eresie vietava, prima di lui, il riconoscimento di nuove espressioni religiose). Dante narra anche del tentativo di Francesco fatto nel 1219, al tempo della V crociata, di andare in Oriente, insieme a 12 frati, a cercar di convertire al cattolicesimo niente meno che il Sultano, se non addirittura i musulmani. Fu catturato a san Giovanni d’Acri e messo in prigione, tant’è vero che Dante definisce superba la presenza del Sultano (ma il Buti ed altri spiegano l’aggettivo così: fastosa e ricca, in quanto alcune fonti riferiscono che il Santo fu accolto con simpatia, mentre altre parlano di ostilità da parte del sovrano al-Malik alo-Kamil). Trovando quindi ancora acerba alla conversione quella gente, egli tornò in Italia, stabilendosi alla Verna (“crudo sasso intra Tevero e Arno”, v. 106), dove da Cristo ebbe il dono delle stimmate “che le sue membra due anni portarno” (v. 108). E quando a Dio parve ora di chiamarlo alla beatitudine eterna in premio al suo essersi fatto umile e piccolo, ma grande nelle opere e nella santità, Francesco raccomandò ai suoi frati la sua sposa, affinché l’amassero come preziosa eredità. Quindi, sulla nuda terra, l’anima preclara tornò al suo fattore.
Al verso 117 termina l’elogio diretto di san Tommaso a san Francesco. Il Filosofo d’Aquino continua a parlare al Poeta, dicendo di pensare a quale doveva e poteva essere il degno collega di Francesco designato a mantenere la barca di Pietro in alto mare sulla giusta rotta: e questi fu il patriarca dei domenicani, i quali, se seguono il suo insegnamento, si arricchiscono spiritualmente. Ma il suo gregge è ghiotto di novità, per cui si allontanano dall’ovile, tornando ad esso – se vi tornano - vuote di latte. Ci sono frati che seguono rigidamente la regola, ma sono talmente pochi, “che le cappe fornisce poco panno” (v. 132), cioè: i mantelli si fanno con poca stoffa. Così, il canto si conclude con l’implicita spiegazione dell’oscuro detto di Tommaso nel X canto: “U’ ben s’impingua se non vaneggia”, vale a significare: “chi non si allontana dallo stazzo, si impingua di beni spirituali, perché rimane fedele al Fondatore senza cercare inutili – e forse eretiche – novità”.
Il fatto che Dante elegga la povertà sulle tante virtù del Santo, è molto complesso e lungo sa spiegare. Non solo bisogna immettersi nei tempi narrati, in cui la Chiesa stava andando verso l’ostentata ricchezza, ma perché la povertà è per Dante l’antidoto all’avidità della Lupa, che corrompe il genere umano, ed è la qualità primaria del Veltro, il quale “non ciberà terra né peltro”, ma “sapienza, amore e virtute”.

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