Segui la diretta dell'83° Congresso Internazionale a Buenos Aires

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Con i video saluti del Presidente della Repubblica Argentina Mauricio Macri e del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella si è aperto ieri nel Campus della Universidad Católica Argentina di Buenos Aires l’83° Congresso Internazionale della Società Dante Alighieri.

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Sinossi a cura di Aldo Onorati
Anche i canti VIII e IX sono “gemelli”, in quanto siamo ancora nel terzo cielo (quello di Venere) e Carlo Martello continua a parlare. Però è Dante che apre il canto riferendosi alla “bella Clemenza” così: “Dopo che Carlo tuo mi ebbe chiarito il dubbio, accennò alle ingiustizie che avrebbero subito i suoi figli”. Ora dobbiamo individuare a chi si riferisce il Poeta, in quanto questo nome è comune sia alla figlia di Carlo Martello che alla moglie. La prima andò sposa a Luigi X di Francia nel 1315 e si spense nel 1328; la seconda, Clemenza d’Asburgo, prole dell’imperatore Rodolfo I, era stata impalmata dal sedicenne Carlo, morta poco dopo il marito nel 1295. Il Del Lungo – e siamo d’accordo con lui – porta come prova l’appellativo “Carlo tuo”, che è tipicamente coniugale. Quindi l’Alighieri sembra parlare alla moglie del suo amico, ma ella era stata sepolta già da cinque anni quando Dante incontra Carlo in cielo. Comunque, non è la prima volta che il Poeta indirizza le sue parole a persone non più in vita.
La continuazione del discorso da parte del beato è un oscuro, breve preannuncio generico che risponde agli “inganni/ che ricever dovea la sua semenza” (“Taci e lascia mover gli anni”, v. 4). Infatti, come asserisce Pietro Alighieri, forse si tratta della profezia della battaglia di Montecatini (1315) in cui i guelfi vennero sconfitti (erano sostenuti dagli Angioini) e in cui perirono un nipote e un fratello di Roberto d’Angiò, il quale, quest’ultimo, appoggiato da Bonifacio VIII e Clemente V, aveva usurpato il regno di Napoli a Carlo Roberto (Caroberto) figlio di Carlo Martello. Dante serbava rancore contro l’indegno sopraffattore, in quanto, sostenendo i Neri a Firenze, aveva contrastato l’agognata impresa dell’alto Arrigo in Italia.
Ed ecco un altro di quelli splendori avvicinarsi al pellegrino, dimostrando, con la sua luminosità, la gioia di parlargli. Si tratta di Canizza Da Romano, figlia di Ezzelino II e sorella del crudele Ezzelino III Da Romano, famigerato per la sua cattiveria. Sposata a Rizzardo di San Bonifacio di Verona, per i soliti intrighi politici, grazie a Sordello da Goito, che stava alla corte di Rizzardo, fu riportata nella famiglia di origine attraverso un rapimento. Certo, se si dà retta alle “Postille Cassinesi”, dobbiamo considerarla magna meretrix; comunque siano andate le cose, avanzando negli anni, Cunizza operò per il bene di tanta gente e menò un’esistenza religiosa.
Come al solito, Dante si serve di indicazioni fluviali (Brenta e Piave in questo caso) per indicare un luogo: quello in cui vide la luce Cunizza (la Marca Trevigiana), presso un piccolo rialzo, il colle di Romano (che non arriva a cento metri di altitudine). “D’una radice nacqui e io ed ella”: indica la facella devastatrice del fratello e, con ciò, continua e chiarisce ancora il quesito su cui si era ragionato fra Dante e Carlo Martello, cioè sulla differenza tra genitori e figli; infatti, mentre lei, sebbene in tarda età, meritò il Paradiso grazie alla sua carità verso gli altri, il fratello rimane alla storia come un sanguinario tiranno, eppure erano discesi dalla stessa radice (Ezzelino II il padre e Adelaide degli Alberti di Mangona la madre). “Con gioia perdono a me stessa la cagione della mia sorte: cosa forse difficile a comprendere fuori di questo luogo.
Vicino a me sta la luce di Folchetto di Marsiglia, la cui fama nel mondo resterà ancora cinquecento anni (il che significa ‘per sempre’), grazie alle sue virtù. A questa realtà di lasciare un ricordo positivo di sé, non pensa la turba di gente attuale che abita la Marca Trevigiana, la quale, benché punita, ancora non si pente, ma non tarderà a compiersi una profezia: l’acqua della palude che circonda Vicenza (il Bacchiglione) vedrà i padovani meravigliarsi perché diventerà rossa ed a Treviso, alla confluenza del Sile e del Cagnano (l’attuale Botteniga), Ricciardo da Camino, figlio dell’ottimo Gherardo, tiranneggerà con l’alterigia dei superbi, ma già si costruisce la ragnatela per ucciderlo.
Anche Feltre piangerà dolorosamente il tradimento del vescovo Alessandro Novello”.
Alcuni Ferraresi, infatti, nel 1314 si rifugeranno presso questo alto prelato, ma lui li consegnerà ai loro nemici.
Cunizza tacque e si volse verso le altre scintille per inserirsi di nuovo nelle loro danze.
“L’altra letizia, che già mi era nota come persona preziosa, mi si presentò alla vista quale rubino percosso dai raggi del sole. Nel cielo, l’accrescimento della letizia si dimostra con l’aumento dello splendore, come in Terra col riso, ma mentre lassù la gioia è eterna, qui dura poco e ad essa segue repentino il dolore che si palesa nell’espressione buia del volto”.
Questa volta Dante parla senza porre tempo fra il desiderio, la considerazione e la richiesta. Troviamo la già usata constatazione secondo la quale lo spirito beato legge in Dio il pensiero altrui (la parola inluia è coniata da Dante, come indìa, intuassi etc.). E’ per questo che il Poeta dice a Folchetto: “Tu sai già cosa desidero chiederti, quindi perché non parli? Io non attenderei la tua domanda se io potessi entrare in te, come tu in me” (inmii è il terzo neologismo dantesco in pochi versi).
Il discorso di Folchetto è d’importanza centrale non solo in questa cantica, ma in tutto il poema. E si vedrà il perché: c’è di mezzo Firenze come città simbolo del male, degenerata a causa del maligno attraverso la sete dell’oro, che fa dimenticare il Vangelo, i sommi dottori della Chiesa, e si studiano solo i decretali (nei quali si trattano pure questioni economiche). Papa e Cardinali volgono la mente non a Nazaret, ma al denaro; però il Vaticano e tutti i luoghi di Roma resi sacri dai martiri che seguirono l’esempio di san Pietro, saranno presto resi liberi dall’adulterio.
Questo, in sintesi, l’epilogo (così posso definirlo) di tante invettive sparse nelle altre due cantiche. La profezia si innesta al simbolo del Veltro, al desiderio di Dante (e degli uomini di buona volontà) di un rinnovamento radicale dell’umanità. C’è, da parte del Poeta, una sorta di speranza placata, di allontanamento dalle cose terrene: distacco che prenderà forma definitiva nella protasi dell’XI del Paradiso (anche se torneranno, in bocca a personaggi altissimi, polemiche riguardanti “l’aiuola che ci fa tanto feroci”, ma saranno stemperate, nella loro irruenza, dall’avvicinarsi della indicibile visione di Dio).
Folchetto di Marsiglia, celebre amatore e trovatore marsigliese di origine italiana, frequentò le corti di Riccardo Cuor di Leone, Alfonso VIII di Castiglia etc., onorato per le sue poesie di cui ci restano alcune (diciannove di sicura paternità sua) che trattano l’amore. La sua vita avventurosa mutò con l’abbraccio alla religione. Entrò nell’ordine cistercense. Nel 1205 divenne vescovo di Tolosa, accanito persecutore degli eretici albigesi. Morì nel 1321.
Raab (e si noti la grandezza di vedute di Dante), meretrice nella città di Gerico, cambiò vita mettendosi nella schiera di Mosè ed aiutando il grande legislatore ebraico ad entrare nella stessa città in cui ella aveva esercitato la prostituzione.

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