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L’ITALIANO VA IN SCENA, IL PALCOSCENICO È IL MONDO INTERO

Mosca, Doha, Tirana, Città del Capo e altre 100 città: sono più di 180 gli eventi della Rete Dante per la XIX Settimana della Lingua italiana nel mondo “L’italiano sul palcoscenico”

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Sinossi a cura di Aldo Onorati
Lo splendore di Beatrice si fa più intenso. Il cielo di Venere illumina maggiormente la guida di Dante, il quale, per nominare il pianeta in cui ormai si trovano, accenna alla mitologia che parla della dea dell’amore. E sono così completi i 12 versi della protasi.
Il Poeta afferma che non si era accorto di essere salito alla terza sfera (il Della Lana spiega: “Per la continuitade delli cieli tra i quali non è intervallo”), se non perché Beatrice era divenuta più bella. Così, appaiono come faville di un fuoco le anime, che si notano al modo stesso delle voci nel coro quando divergono l’una dalle altre secondo la tonalità. Gli spiriti si muovono veloci. In quelli più vicini sentivi cantare Osanna: una bellezza di canto che il Poeta brama – e spera - di riascoltare.
Una delle anime si appressò a Dante e Beatrice, parlando spontaneamente: “Noi tutti siamo lieti di soddisfare ogni tuo desiderio, perché tu possa gioire di noi e con noi”. Si tratta di Carlo Martello, nato nel 1271, figlio di Carlo II d’Angiò, il quale venne fatto prigioniero dagli Aragonesi nel 1284. Fu così che il nonno Carlo I lo investì dell’eredità al trono. Morì giovanissimo, nel 1295. L’amicizia con l’Alighieri va collocata nel 1294, precisamente in marzo, quando Carlo Martello fu ospitato con grandi onori a Firenze.
“L’ordine angelico dei Principati ci dà impulso, quelli che tu nominasti scrivendo Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete”. Infatti, questo verso apre la prima canzone del Convivio.
Come era accaduto spesso con Virgilio, al quale Dante rivolgeva lo sguardo interrogativo per avere consenso di parlare, così è ora con Beatrice: il Poeta la interroga con gli occhi e lei approva che Dante chieda allo spirito: “Deh, chi siete?”. L’anima accrebbe il suo splendore per la letizia di soddisfare il desiderio di Dante. Ed ecco la lunga spiegazione dell’interrogato: “La mia vita fu breve. La luce che vedi mi nasconde come la seta cela in un bozzolo il baco. Tu mi amasti molto, e a buon motivo. Se fossi vissuto di più, avrei avuto modo di mostrarti i frutti del mio amore, oltre le parole. La Provenza mi aspettava come suo re al tempo debito, così mi attendeva il regno di Puglia”.
Notiamo come in Dante la precisazione geografica tramite i fiumi (il loro nome) è un mezzo retorico che si ripete.
“Mi rifulgeva in fronte già la corona di quella terra bagnata dal Danubio appena esso lascia le sponde tedesche. E la bella Trinacria (la Sicilia) mi attenderebbe ancora se il cattivo governo che tiene i popoli oppressi (“mala signoria, che sempre accora/ li popoli suggetti”, v. 73-74) non avesse aizzato i palermitani ad armarsi al grido di ‘Muoiano i francesi’ (i Vespri siciliani); e se mio fratello Roberto d’Angiò potesse prevedere che il malgoverno attizza alla ribellione i sudditi, non si circonderebbe di Catalani avidi, perché bisogna che da parte sua o di altri si provveda a non caricare oltre di pesi la barca già ricolma. La sua natura, che si fa da generosa ad avara, avrebbe bisogno di ministri non avidi”.
Il dialogo in Paradiso, fra Dante e Carlo Martello, si svolge nel 1300. Bisogna precisare qualche riferimento, e tenere sempre in mente che l’Alighieri scrive dopo quella data in cui immagina l’itinerario nei tre regni dell’oltretomba. Infatti, Roberto era stato designato alla successione prima di quel tempo, sebbene l’ascesa al trono sia del 1309.
“Come mai da un seme buono nasce una pianta cattiva?”, chiede Dante, aprendo una delle questioni più importanti affrontate nella cantica e che furono vive durante il Medioevo: l’essenza umana influenzata dalle sfere celesti e soprattutto il fenomeno della degenerazione dell’uomo. Teniamo presente i versi 82-83 (“la sua natura, che di larga parca/ discese”) nonché il dettato evangelico: “Un albero buono non può produrre frutti cattivi” (Matteo, 7, 18).
Ed ecco il discorso, fortemente didascalico, da parte di Carlo Martello: “Se riuscirò a chiarirti il dubbio che ti assilla, avrai la verità davanti agli occhi mentre ora l’hai alle spalle”. Il metodo è quello della logica Scolastica. L’inizio ribadisce cose già dette circa l’influenza astrale, con una variante fondamentale: la Provvidenza, che – in mente Dei – dispone che gli esseri si realizzino secondo possibilità in armonia con tutto il creato, per cui ogni saetta che quest’arco scocca fa centro. Se così non fosse, questo cielo sul quale tu ora stai produrrebbe i suoi effetti malamente”. Segue un dialogo-interrogazione-risposta fra Dante e Carlo.
Lo spirito: “Dimmi, secondo te sarebbe peggio se l’uomo nel mondo non vivesse nel consorzio sociale?”
Il Poeta: “Sì, e non chiedo chiarificazioni su ciò”.
Carlo Martello: “Potrebbe succedere ciò se gli uomini non si differenziassero nei compiti e nelle attività, come dice Aristotele?”
Ed ecco la conclusione dell’ anima beata: “E’ necessità di vita e di convivenza la diversità di vocazioni, per cui uno nasce Solone (cioè legislatore), uno Serse (guerriero), uno Melchisedech (cioè sacerdote), un altro Dedalo (inventore). La natura circolare, le sfere celesti, fanno il loro lavoro alla perfezione, ma non seguono le dinastie, le parentele, non badano al casato, bensì fanno piovere le loro influenze su tutte le persone senza particolarità specifiche per ogni casta”.
Qui bisogna spiegare meglio la situazione del tempo di Dante. Non poche volte egli parla, in questa e in alte sue opere, della nobiltà sociale, contrapponendo ad essa quella dell’anima: la nobiltà non discende dai sacri lombi, ma dalle qualità elette del singolo individuo.
Continua Carlo: “Esaù si vende per un piatto di lenticchie, mostrandosi assai diverso dal fratello Giacobbe, stessa progenie di Isacco ma differente nei due suoi figli; Romolo viene creduto progenie di Marte, ma il suo genitore è un uomo oscuro, eppure ha fondato Roma”. E qui vale la pena riportare nuda la bellissima terzina che sintetizza il pensiero generale di questo canto: “Natura generata il suo cammino/ simil farebbe sempre a’ generanti, / se non vincesse il proveder divino” (v. 133-135): è la Provvidenza divina a vietare che i discendenti seguano comunque la via intrapresa dai genitori.
“Adesso quello che ti era dietro la schiena ti sta davanti agli occhi, ma siccome tu mi stai particolarmente a cuore, voglio che un’ulteriore verità di ricopra come un mantello”, continua Carlo. “L’indole non dà buona prova di sé quando trova il destino avverso, come qualunque seme che cada in un terreno inadatto alla crescita. Per questo gli uomini deviano, in quanto non pongono mente esatta ed attenta alle virtù che i cieli instillano. Voi, per contro, forzate a prendere la via della religione chi ha nel sangue l’istinto della guerra, e fate re chi ha la stoffa del predicatore. Di conseguenza, sbagliate strada con vostro danno”.

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