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XXX - SACRIFICIUM (Matera)
Distruzione carro trionfale della Madonna della Bruna
Il tradizionale carro trionfale per la festa della Madonna della Bruna, protettrice della città di Matera, a fine processione è “vittima” della distruzione da parte dei cittadini. Un antico rito di rinascita che prevede lo "strazzo" del carro per iniziarne uno nuovo anno.

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
Questo canto contiene, fra gli altri, un punto molto significativo nell’economia dell’Opera: appena compare Beatrice, Virgilio sparisce, ma non Stazio. La simbologia è chiara.
Le prime due quartine hanno un criptico linguaggio astronomico ma un concetto mistico. In parole semplici: i sette candelabri posti all’inizio della pompa religiosa, sono identificati (più che paragonati) alle sette stelle dell’Orsa con cui si orientano i naviganti.
Dunque il corteo si ferma davanti al pellegrino e i ventiquattro vecchi si girano verso il carro. Uno di loro ripeté tre volte (si tenga sempre presente la numerologia dantesca, riferita, come cifra base, alla Trinità) “Vieni, o sposa, dal Libano” (cfr. “Vecchio Testamento”, Cantico dei Cantici, interpretato quale profezia della nascita di Maria e di Gesù), e tutti gli altri gli fecero eco. 
Ora, segue all’importante grido del venerando una sorta di Alleluia che apre al “prodigio” della comparsa di Beatrice. Infatti, centinaia di angeli si levarono sul divino carriaggio, e un coro cantava: “Benedictus qui venis”, mentre fiori ovunque vibravano nell’aria alle parole: “Oh, spargete a piene mani i gigli” (che ricorda l’ovidiano invito: “Sparge rosas, parcentes dexteras odi”: Dante – lo voglio ripetere - deve moltissimo a Ovidio).
Nella ripresa poetica, l’Alighieri dice: “Non poche volte vidi l’oriente color rosato e il resto del ciel sereno; altrettanto mi capitò di vedere il Sole spuntare fra i cirri, per cui lo potevo guardare a occhio nudo. Altresì, dentro la nuvola di fiori che si levavano in alto e ricadevano in un tripudio festante, ‘sovra candido vel cinta d’uliva / donna m’apparve, sotto verde manto / vestita di color di fiamma viva’. Ed il mio spirito, che da tanto tempo non mirava più una simile presenza, pur non riconoscendola all’istante, avvertì un fascino misterioso quale quello che mi aveva trafitto alla fine della puerizia. Allora spinsi lo sguardo a sinistra con la stessa trepidazione con cui il fanciullino corre verso la mamma quando ha paura; e feci questo per trasmettere a Virgilio che avevo riconosciuto i segni dell’antica fiamma (Eneide, IV, 23: “adgnosco veteris vestigia flammae”: l’amore fra Didone ed Enea). Ma Virgilio era sparito, padre dolcissimo: ed io piansi nonostante fossi nel Paradiso Terrestre che Eva aveva perduto”. Dante qui usa “patre” e “matre”, ma non lo fa per motivi di rima, perché non sarebbe mutato nulla se avesse scritto “padre” e “madre”: lo fa per dare un tono “tragico” (in quanto allo stile), che riecheggiasse la dizione latina dei due sostantivi. Ed ecco un altro punto fondamentale: la prima parola di Beatrice è il nome di Dante. Bisogna fare – la ritengo necessaria - una piccola parentesi. Nel Medioevo non era uso firmare le opere, ma l’Alighieri qui si firma, anche se subito dopo si scusa dicendo: “Mi volsi al suon del nome mio, / che di necessità qui si registra”. Di necessità, perché il Poeta riporta i fatti, le parole, la cronaca (diciamo così) ineffabile: quindi egli “registra”, non lo fa per vanagloria. Beh, dobbiamo ammirare la perfezione dell’espediente letterario e la potenza dell’incipit di un discorso che è rampogna verso di lui da parte di Beatrice. La quale così inizia il suo pesante rimbrotto: “Dante, non piangere ancora se Virgilio è sparito, perché avrai motivo maggiore per lacrimare”. Fu allora che il Poeta poté discernere la donna (che prima gli era apparsa confusa tra i fiori sparsi nell’aria dagli angeli) fissarlo di qua dal rivolo.
I rimproveri sono un crescendo. La donna rivela il suo nome: Beatrice. Dante abbassa lo sguardo al fiumicello, ma scorge i suoi occhi e sposta l’attenzione sull’erba che non riflette le sembianze, tanto sente il pungolo della vergogna. In quel tratto di tempo, gli angeli cantarono: è un lacerto di necessità narrativa nella sospensione breve della tensione suscitata anche nel lettore. Infatti, il Poeta intuisce che gli spiriti angelici sentissero pietà di lui, quasi avessero chiesto: “Donna, perché lo mortifichi in tal modo?”.
Il pellegrino torna a piangere, e lei continua rincarando la dose: “Il suo dolore deve essere della stessa misura della colpa commessa. Costui ebbe dal Cielo tanti doni, ma, contrariamente alle sue buone disposizioni, si mosse su una strada sbagliata, e si sa che un terreno tanto più è fertile, quanto più produce erbaccia se lasciato incolto. Io lo sostenni per un periodo di tempo con la mia presenza. Ma non appena superai la giovinezza e divenni pura anima, “questi si tolse a me, e diessi altrui” (v. 126). Percorse strade non rette, seguì false promesse di cose terrene. Il peggio è che le mie preghiere presso Dio, e gli avvertimenti che gli detti in sogno, valsero poco. Cadde così in basso, che nulla poteva più salvarlo, fuorché fargli vedere le condizioni dei dannati. Per questo pregai Virgilio di guidarlo nell’impervio cammino. Costui deve pagare il prezzo del suo traviamento con un pentimento totale e sincero, affinché gli sia possibile gustare l’acqua del Lete: se così non accadesse, sarebbe violato il decreto divino”.

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