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“Ciò che vorremmo davvero revocare oggi è il termine razza”. Andrea Riccardi, Presidente della Società Dante Alighieri ha concluso così i lavori del Consiglio Centrale che ha approvato con voto unanime, l’atto di revoca delle circolari che, aderendo alle leggi razziali del fascismo, esclusero tutti gli ebrei dalla vita dell’istituzione

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XXVII - EDEN (Matera)
Chiese rupestri e Duomo
A Matera sono presenti circa centocinquanta siti di culto rupastri che vanno dall’alto medioevo fino al secolo XIX. La cattedrale della Madonna della Bruna e di Sant’Eustachio, in stile romanico-pugliese nel XIII secolo, divide i due rioni Sassi Barisano e Caveoso.

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
Precisazione astronomica
Riprendo il passo di pag. 143 del libro “Commento astronomico della Divina Commedia” di Giovanni Buti e Renzo Bertagni (Firenze 2008), che chiarisce non solo il riferimento astronomico dei 6 primi versi di questo canto, ma spiega scientificamente la situazione che abbiamo trovato anche nel 2° del Purgatorio (vv. 1-9) e può essere punto di riferimento esemplificativo nel panorama celeste di questa bellissima cantica:
“Il Sole stava appunto nella posizione in cui sta quando sorge a Gerusalemme (dove morì Colui che lo creò), mentre l’Ebro si trovava sotto la Libra e le acque del Gange erano riarse dall’ora meridiana; quindi (al Purgatorio) era il tramonto, quando l’angelo di Dio ci apparve.
E’ la situazione inversa di 2°, 1-9. Se a Gerusalemme il Sole vibra i primi raggi, alle foci del Gange, che è a 90° ad oriente, è mezzogiorno e al Purgatorio, che è antipode, è il tramonto; e se il Sole, che si torva nella costellazione dell’Ariete è alle foci del Gange, la notte, che si trova nella costellazione diametralmente opposta della Libra, è alle sorgenti dell’Ebro”.

L’angelo stava fuori dalle fiamme, cantando, con voce più bella e squillante di quella umana, il ‘Beati mundo corde’ (beati i puri di cuore). E aggiunge l’avvertimento-ordine che nessuno può andare oltre, se non attraverso il fuoco. Dante scolorisce come il condannato ad essere bruciato vivo nella fossa a testa in giù (d’altronde, se l’Alighieri non avesse rispettato i termini geografici dell’esilio, sarebbe stato arso vivo). Tuttavia Virgilio, che tante volte lo aveva incoraggiato (cfr. il supremo tentativo di contrastare i diavoli della Città di Dite nell’8° dell’Inferno), gli spiega che in Purgatorio c’è il tormento, ma non la morte. D’altronde, le cose sono andate bene con Gerione, perché dovrebbero andar male proprio in un luogo vicino a Dio? Ma la paura di Dante è tale, che nessuna riassicurazione lo tranquillizza. Infatti, disubbidisce all’invito di Virgilio a porre le mani avanti onde rendersi conto che, oltre al calore forte, non avrebbe subito alcun danno. La guida, però, anche se turbata dalla trasgrssione del suo protetto, escogita una mossa vincente: “Fra te e Beatrice c’è questo muro”. Per Dante è più forte di ogni altro comando: gli accadde come a Piramo e Tisbe (vedi nota 2). Quindi si volse al “savio duca” udendo “il nome / che ne la mente sempre mi rampolla”. Rivedere colei che lo prese d’amore fin dai primi anni e che ha pregato Maria di intercedere per la salvezza del peccatore nella selva oscura, è sogno supremo: qui la lettura si fa allegoria; infatti, mentre fino ad ora Dante era il terzo nella fila dei tre, adesso è in mezzo, custodito dalla ragione e dalla fede (“Poi dentro al foco innanzi mi si mise, / pregando Stazio che venisse retro, / che pria per lunga strada ci divise”.
La chiara nettezza dell’espressione, che descrive senza fronzoli il resto del viaggio periglioso, fa di questo canto uno dei più alti della seconda cantica. Ed eccoli nel fuoco: Dante afferma che si sarebbe gettato nella fornace in cui si fa il vetro, per rinfrescarsi (è un’iperbole: anche in ciò il Poeta precede i tempi – in questo caso, il secolo che meno lo ha letto e apprezzato: il Seicento). Il dolce padre lo confortava con la sola cosa efficace: “Mi par già di vedere gli occhi di Beatrice”. Queste sono fra le ultime parole pronunciate dal Saggio antico. La chiusa di questo canto precede il definitivo silenzio di Virglio.
Finalmente, seguendo una voce “luminosa”, che cantava “Venite, o benedetti del Padre mio”, furono fuori dal rogo nel punto in cui si presentava una scala atta a farli salire. Sta per calare la sera e in Purgatorio non si può procedere se è notte. I tre fanno pochi gradini, e si distendono per attendere il nuovo giorno, ognuno su uno scalino: e Dante in mezzo, a guisa d’un fanciullo nel letto materno fra i due genitori. Meglio: Dante porta la similitudine delle capre sorvegliate dal pastore, e lì i pastori erano due e “io come capra”, solo.
Le stelle gli appaiono più luminose e più grandi, nonostante il Poeta riuscisse a vedere solo uno spicchio di cielo a causa delle pareti rocciose molto strette. E pensando, e mirando l’infinito, lo colse il sonno, quel sonno che predice gli avvenimenti. Gli parve di vedere una donna bella raccogliere fiori e cantare (cosa che farà Matelda nel Paradiso Terrestre, ma qui l’allusione è diversa ed ha significato scritturale-simbolico): “Io sono Lia, impegnata ad infiorarmi d’una ghirlanda; mia sorella Rachele, invece, sta tutto il dì sempre davanti allo specchio lieta di rimirarsi. Io opero; lei contempla”.
E’ chiara la significazione dei versi così scorrevoli, limpidi, sobri, intensi: ci viene di pensare alla parabola del vangelo di Luca (10, 38-42), in cui Marta rimprovera Maria ché non l’aiuta nelle faccende di casa, ospite Gesù, e Gesù osserva: “Marta Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta”.
Intanto, gli splendori antelucani facevo fuggire da ogni lato le tenebre, e con esse svanì il sogno di Dante. Ed ecco giunto il momento solenne dell’addio da parte di Virgilio, la guida sicura, il Maestro dolce, la ragione che pondera e salva dello smarrimento del peccato. Il Poeta-profeta latino parla al suo figliolo in spirito: “Quel dolce frutto che per tanti rami va cercando l’affannoso impegno dei mortali (la felicità, credono i commentatori), oggi placherà la tua fame”. Dante dichiara che non ricevette mai notizie così splendide come quella. La qual cosa mise le ali ai piedi del pellegrino. Quando furono “in su ‘l grado superno”, “Virgilio ficcò li occhi suoi in me” come il padre che vuole consegnare la propria autorità al figlio attraverso anche un monito definitivo per il futuro, che diviene legge nell’ascoltatore quando chi parla è prossimo a sparire (in Terra per morte; nel Paradiso Terrestre per azione provvidenziale conclusa): “Ti ho condotto nel luogo dove per me non è possibile discernere oltre. Ti ho accompagnato con intelligenza e senso della realtà (qui Dante usa la cosiddetta rima equivoca con la parola “arte” ripetuta con significato diverso). Ammira la bellezza floreale che il luogo produce per virtù propria. Mentre attendi la venuta di Beatrice, puoi sederti o camminare in questo giardino meraviglioso. Io non ti farò più compagnia. Non aspettarti più alcuna mia parola o cenno; il tuo arbitrio è libero, dirittamente orientato al bene, guarito dalle passioni. Segui il tuo libero arbitrio: non ascoltarlo sarebbe un grave errore, per ch’io te sovra te corono e mitrio” (questa è una dittologia sinonimica di potente espressività).
Non ho voluto spiegare il verso 142, solenne e metaforico, d’una forza che chiude in bellezza e significazione la prima vera tappa del cammino nei due regni. L’uomo, avendo toccato con mano le giuste punizioni ai peccati, è messo all’altezza della scelta fra il bene e il male: è libero, signore di se stesso e del suo futuro.

Nota 2) Ovidio, nelle Metamorfosi, narra che Piramo e Tisbe, due giovani babilonesi innamorati, nonostante il divieto dei reciproci genitori, abitavano in due case confinanti, separate da un muro, che aveva un foro attraverso cui riuscivano a colloquiare. Così, riuscirono a darsi un appuntamento sotto il grande gelso (che faceva solo frutti bianchi). La prima ad arrivare su Tisbe, la quale, spaventata dalla vista di un leone dalla bocca insanguinata, fuggì verso un riparo, ma nella corsa le scivolò il velo sul terreno e il leone lo stracciò. Quando arrivò Piramo, non trovando la fidanzata ma il suo copricapo insanguinato, pensò al peggio: Tisbe era stata sbranata dalla belva. Disperato, si suicidò. Il sangue, che uscì abbondante dal suo corpo, nutrì le radici del gelso, e i suoi frutti divennero di colore rosso. Quando giunse l’amata, che lo chiamò con le lacrime e la disperazione, egli fece appena in tempo a guardarla, e morì. Allora la ragazza si suicidò accanto al suo amore. Un mito che poi si concretizzò in tante storie avvenire, come quella di Romeo e Giulietta.

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