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XXIV - LUDUS (Gorizia)
Luna Park di Natale
A Gorizia il Luna Park tradizionale natalizio per i festeggiamenti in onore di Sant'Andrea.

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
Continuazione del precedente, questo canto ha grande importanza per l’argomento di storia letteraria riguardante il Dolce Stil Novo.
Forese e il Poeta continuano a parlare e a camminare svelti (il verbo andare è ripetuto tre volte in due versi). Le ombre, che parevano quasi scheletri tanto le orbite erano infossate, guardavano stupefatti il pellegrino perché ancora vivo. E Dante, proseguendo il colloquio con l’amico, dice che Stazio procede più lentamente di quanto dovrebbe, a causa di Virgilio. Ed ecco le domande, comprensibilissime: dov’è Piccarda? C’è qualcuno, fra voi, ch’io debba notare? La risposta di Forese: “Mia sorella, che non so se sia più bella fuori che dentro (in Paradiso ella dirà a Dante: “e se la mente tua ben sé riguarda / non mi ti celerà l’esser più bella”), trionfa lieta nell’alto Olimpo (nella Commedia si mescolano i termini sacri a quelli profani). Questi”, e lo mostrò a dito, “è Bonagiunta da Lucca (ovvero Bonagiunta Orbicciani, rimatore, notaio, e, stando al Lana, “uomo corrotto molto nel vizio della gola”), e quello che gli sta accanto è papa Martino IV, elevato al soglio di Pietro grazie a Carlo d’Angiò nel febbraio 1281. Morì nel 1285 sembra per un’indigestione di anguille, speciali quelle di Bolsena che egli faceva purgare nel buon vivo Vernaccia”.
Qualche grande lettore della Commedia nota che il “giornalismo” di Dante appesantisce la narrazione, e spesso è vero; però, quante notizie aneddotiche sul suo tempo e sui personaggi a lui coevi! “Vidi usare i denti a vuoto per la fame Ubaldino da la Pila (Ubaldino degli Ubaldini, congiunto del cardinale Ottaviano, posto in Inferno fra gli epicurei), e Bonifazio Fieschi, arcivescovo di Ravenna, buongustaio generoso dispensatore di convivi ai suoi numerosi amici”. Altri nomi seguono, ma il Poeta si accorge che Bonagiunta lo guarda con interesse e capta dal suo sussurro una parola. Gentucca. Allora la curiosità dell’Alighieri si fa acuta, e gli chiede di palesargli il suo pensiero. Buon presagio: “Una donna, ancora giovanissima ora (cioè durante il loro colloquio), ti renderà gradita la mia città, Lucca. Ne avrai contezza a suo tempo”. Qui è necessaria una sosta da parte nostra: si era pensato, da alcuni commentatori antichi, trattarsi di un innamoramento corrisposto fra il Poeta e Gentucca; i moderni sostengono consistere in una cortese ospitalità durante il passaggio di Dante a Lucca; comunque, non si hanno elementi per sostenere entrambe le ipotesi.
Bonagiunta chiede: “Dimmi se io vedo qui colui che avviò una nuova maniera di poetare con la canzone Donne ch’avete intelletto d’amore” (è il primo verso della prima canzone dell’opera dantesca Vita Nuova). La risposta del Poeta è celeberrima, programmatica, polisemia nella sua apparente semplicità: “Io sono uno che quando amore mi ispira, annoto sensazioni e parole; realizzo in versi ciò che l’amore mi detta nell’animo”.
In Bonagiunta Dante rivela la sua visione critica (esegetica) della letteratura sua contemporanea. “Fratello, ora comprendo l’ostacolo che ritenne me, Lentini, Guittone d’Arezzo di qua dal Dolce Stil Novo che odo e conosco. Mi accorgo che le vostre penne seguono il dettato d’Amore fedelmente, cosa che non è successa a noi; ma chi riguarda attentamente le cose, non nota differenze fra i due stili, il nostro e il vostro”: tacque, soddisfatto, perché non aveva capito la diversità fra le due scuole, una delle quali, quella del Dolce Stil Novo, si basava sull’Amore inteso come fatto trascendente e universale.
D’improvviso, le anime riprendono a correre, come fanno le gru, che prima sono in gruppo e poi formano una lunga riga (cfr. Inferno, canto V, vv. 46-47), ma Forese, rimasto indietro, riprende il dialogo con Dante, chiedendogli, in un modo che a noi pare struggente: “Quando ti rivedro?”. “Non so quanto mi resti da vivere, né quanto tempo dovrò sostare nell’Antipurgatorio (o alla foce del Tevere, secondo alcuni commentatori). Aggiungici che la città in cui vivo, Firenze, va di male in peggio, destinata a una triste rovina”.
Forese lo incoraggia, predicendo la morte di Corso Donati, il fratello (che avverrà nel 1308). Quindi riprende il cammino velocemente dichiarando che in quel regno il tempo è prezioso e non può perderne oltre stando al passo di Dante (cfr. il canto XV dell’Inferno, Brunetto Latini).
Quando Forese fu tanto lontano dagli occhi, apparvero rami forti e frutta da un altro albero, neppure molto lontano. Sotto ad esso un piccolo stuolo di anime levava le mani in alto, gridando non so quali parole verso le fronde, a guisa di bambini che chiedono insistentemente una cosa, ma il pregato non risponde: anzi, fa sì che l’oggetto desiderato sia ben visibile ma non raggiungibile, per attizzare la voglia che non soddisferà mai.
La gente se ne partì delusa, mentre i tre si avvicinano all’albero, ed una voce tra le foglie dice: “Oltrepassate questa pianta senza avvicinarvi. Più su ne troverete un’altra il cui frutto fu morso da Eva. Questa che vedete, deriva da quella”. E aggiunge esempi di incontinenza della gola.
Partiti da lì e fatti più di mille passi, udirono una voce improvvisa: “Cosa andate pensando voi tre così solitari?”, per cui Dante sobbalzò come una bestia che è destata mentre dorme. Aveva parlato l’angelo che vigila all’uscita della cornice: un bagliore di luce che neppure le fornaci in cui si lavorano vetri e metalli producono. Questi li consiglia sul cammino da prendere. Dante, però, abbagliato dalla forza di quello splendore, perde l’orientamento e si volge verso i due dottori usando l’udito. E proprio allora, come una brezza di maggio che precede l’alba, il profumo dell’angelo si fa sentire, perché, con un colpo d’ala, cancellala un’altra “P” dalla fronte del pellegrino, dicendo: “Beati quelli che, illuminati dalla Grazia, evitano il peccato della gola ed hanno invece fame di quanto è giusto”.

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