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“Ciò che vorremmo davvero revocare oggi è il termine razza”. Andrea Riccardi, Presidente della Società Dante Alighieri ha concluso così i lavori del Consiglio Centrale che ha approvato con voto unanime, l’atto di revoca delle circolari che, aderendo alle leggi razziali del fascismo, esclusero tutti gli ebrei dalla vita dell’istituzione

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XXI - FATUM (Firenze)
Museo Archeologico Nazione di Napoli - Plastico di Pompei
All’interno del museo è custodito un plastico in legno e sughero degli scavi di Pompei. Commissionato nel 1861 dall’allora direttore degli scavi Giuseppe Fiorelli, riproduceva in scala 1:100 le scoperte archeologiche di allora.

Sede fiorentina della Società Dante Alighieri
La sede di Firenze della Dante si trova presso l'oratorio di San Pierino, in via Gino Capponi, già sede della Compagnia della santissima Annunziata. All'interno si trovano le decorazioni, dei maestri del tardo Cinquecento, con scene della "Passione di Cristo" e della "Vita della Vergine".

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
Avevamo detto che il canto precedente conteneva un accadimento di grande interesse. Infatti, lo scuotersi del monte avviene nel XX canto, ma verrà spiegato in questo.
E’ la mattina di martedì, il 12 di aprile. Il Poeta è tutto preso dalla voglia di conoscere la causa del terremoto, ma non può esprimersi perché si accorge di essere seguito da un’ombra; questa, infatti, parla “dicendo: - O frati miei, Dio vi dea pace”. Virgilio rispose come conveniva, ma sottolineò con mestizia che la pace non era concessa alle anime relegate nel Limbo. Al che il nuovo venuto, meravigliato, chiede spiegazioni: come siete giunti quassù, se Dio non vi ritiene degni di salire? Risponde Virgilio: “Guarda i segni che costui porta in fronte, e dedurrai che egli è destinato alla salvazione. Però, siccome è ancor vivo, la sua anima, che è sorella (serocchia) a te e a me, non poteva venir su da sola, in quanto non ha la nostra capacità di discernere. Per questo fui tratto fuori della gola infernale, e gli mostrerò i luoghi ultraterreni finché sarò in grado di giovargli”.
Ora, prima di passare alla spiegazione della causa del tremore del monte, bisogna spiegare la sostanza di tale risposta. Cosa significa, oltre il senso letterale, il sintagma: “quanto ‘l potrà menar mia scola”? Fermiamo un poco il passo e chiariamo. Il Poeta latino rappresenta la ragione. Ella, la ragione, è stata sufficiente a trarre il peccatore fuori dalla selva oscura e a fargli da guida nel mondo ‘sanza fine amaro’; inoltre, lo sta accompagnando nel regno della purgazione, ma siccome si avvicina il Paradiso Terrestre, che non è ancora Paradiso ma è altro dal Purgatorio pur stando al culmine del monte stesso, la ragione sola non basta più all’ascesa: serve la compagnia della fede, e Stazio, il nuovo venuto che sta salendo al Cielo perché ha scontato la pena, la rappresenta (vedremo fra poco in qual modo e perché).
Torniamo, dunque, al dialogo fra Virgilio e lo spirito “sconosciuto”. Il Maestro gli chiede la causa della scossa tellurica e il motivo del ‘congaudio’ di tutte le anime dai “piè molli” del monte fino alla cima. Risposta: qui non accade – oltre i tre scalini che immettono alla porta del Purgatorio – nulla dei fenomeni terrestri (clima, sismi, tuoni etc.). Il monte trema (il verbo è ripetuto tre volte) quando un’anima, mondata dai peccati, si muove per salire in Paradiso, e tutti gli spiriti purganti mandano a una voce un grido di gioia. Io sono stato qui per milleduecento anni (quattrocento per scontare il peccato dell’accidia, mezzo millennio a causa della prodigalità e gli altri fra l’Antipurgatorio e i suoi cerchi). Il terremoto e la lode unanime sono stati causati dalla mia liberazione dal tormento e dai peccati. Stazio – anticipiamo la cosa – accompagnerà i due fino al Paradiso Terrestre, come a significare che la ragione da sola non è sufficiente, senza l’ausilio della fede, a procedere nella salita della salvazione.
Abbiamo visto, dunque, il perché del terremoto e del congaudio. Ora veniamo a conoscere più da vicino l’anima che camminerà coi due pellegrini. Però è necessario chiarire alcuni punti. Dante fa confusione fra Publio Papinio Stazio, nato a Napoli nel 45 d.C., grande poeta latino, e Lucio Stazio Ursolo, tolosano, 58 d.C. Perché mai l’Alighieri opera questo scambio di persone? Era diffusa questa mescolanza nel Medioevo, in quanto allora non si conosceva l’opera Silvae (miscellanea composta di cinque libri, nella quale Stazio dichiara di essere nato a Napoli). Dunque è Publio Papinio Stazio l’autore della celebrata Tebaide e l’incompiuta Achilleide, non il retore Lucio Stazio Ursolo nato a Tolosa.
Ciò chiarito, leggiamo quanto dice il nuovo spirito: “Al tempo che il valoroso Tito disperse il popolo ebreo per vendicare la crocifissione di Gesù, io ero famosissimo in Terra, ma ancora privo di fede religiosa cristiana. Tanto era dolce il mio modo di poetare, che, pur essendo nato a Tolosa (abbiamo visto l’errore nelle righe precedenti), Roma mi trasse a sé e mi incoronò poeta”.
Qui è necessaria un’altra parentesi. Stazio non sa di trovarsi di fronte a Virgilio, e dice che starebbe ancora un anno nelle pene purgatoriali pur di aver conosciuto in vita il suo Maestro. E’ chiaro che Dante prende ancora occasione da Stazio per lodare il Poeta dell’Eneide.
Stazio afferma che senza l’insegnamento di Virgilio non avrebbe fermato “peso di dramma” (non sarebbe pesato nulla davanti alla storia). E qui c’è un gioco sottile di sguardi per tenere nascosta l’identità del Maestro, ma l’Alighieri avverte, con grande sapienza letteraria, che “non può tutto la virtù che vuole; / ché riso e pianto son tanto seguaci / a la passion di che ciascun si spicca, / che men seguon voler ne’ più veraci”: chi è schietto, non sa fingere e gli occhi o il colore del viso lo tradiscono. Stazio si accorge che qualcosa gli viene nascosto e, con una formula augurale, chiede spiegazione. Dante è fra l’incudine e il martello. Virgilio scioglie il nodo gordiano dandogli il permesso di parlare. Saputa l’identità del sommo Poeta latino, Stazio s’inchina per baciargli i piedi (si noti come nel poema sacro il rispetto per i grandi valori sia sempre presente, cosa oggi fuori uso), ma il Maestro lo trattiene con una dichiarazione di modestia che dovrebbe passare a saggezza di proverbio: “Frate, / non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi” (inoltre, ciò ricorda l’omaggio reso da Dante a papa Adriano V nel XIX canto, Pur.).

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