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L’83° Congresso Internazionale della Società Dante Alighieri "Italia, Argentina, Mondo – L’italiano ci unisce si terrà a Buenos Aires, Argentina, tra il 18 e il 20 luglio 2019. Sarà il primo congresso mondiale della rete Dante ad essere organizzato fuori dal continente europeo: per la Società, il legame fraterno tra i paesi, alimentato per generazioni, è vitale.

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V - SUMMUS (Bolzano)
Firmian - Messner Mountain Museum
Il Messner Mountain Museum è un sistema museale ideato dall'alpinista altoatesino Reinhold Messner. La sede centrale si trova a Castel Firmiano. Lo spazio espositivo caratterizzato da una struttura in vetro e acciaio si dipana tra cortili, torri e ampie sale. Cimeli, oggetti e opere raccontano il rapporto tra l’uomo e la montagna, il fascino delle vette più alte del mondo, il legame tra la religione e l’alpinismo. La fortezza, che domina la città di Bolzano e ha una vista suggestiva sulle cime del gruppo di Tessa, dell'Ötztal e dell’imponente Sciliar.

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
Siamo al secondo balzo. Gli spiriti che Dante incontra sono coloro che, colti da morte violenta, fecero appena in tempo a pentirsi prima di morire. Anche loro sono esclusi dal Purgatorio per quanto vissero e camminano cantando il “Miserere”.
Il Poeta si era già allontanato da quelle anime seguendo il suo duca, quando dietro a lui uno gridò: “Costui fa ombra e sembra vivo!”. Dante si volta e nota con quanta meraviglia lo guardano tutti. Ed ecco che, a guisa di Catone, Virgilio lo rimprovera perché mostra attenzione a quanto si bisbiglia fra le anime. Un ammonimento che dobbiamo tener presente sotto ogni significato è questo: “Sta come torre ferma, che non crolla/ giammai la cima per soffiar di venti” (viene in mente il terzo canto dell’Inferno, fra gli ignavi, quando il maestro dice al discepolo: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”). Dante arrossisce e assente. E intanto nuova gente procedeva cantando il “Miserere”, salmo penitenziale usato da David per impetrare il perdono di Dio. Ma il coro mutò la voce in un “oh!” lungo e rauco, appena l’ombra del corpo di Dante li sgomenta. Due di loro, come messaggeri, chiesero spiegazioni su quella straordinaria realtà. Virgilio conferma la loro intuizione, consigliandoli di trattare il vivo con cortesia, cosa che potrebbe essere utile alle anime purganti (per le preghiere e per la testimonianza che il Poeta può portare in terra). Quelli tornano più veloci di stelle cadenti e lampi, con la conseguenza che tutti accorsero verso il pellegrino. Però Virgilio, pur permettendo a Dante di ascoltarli, lo ammonisce a non fermarsi.
La parole delle ombre sono piene di commozione e di umile richiesta, reiterata, questa, affinché il vivente fermi il passo per ascoltarli, onde portare notizie nel mondo. Quindi dichiarano in che modo morirono pentendosi in tempo. E Dante: “Nonostante io guardi attentamente i vostri volti, non riconosco alcuno; però vi ascolterò, ve lo giuro in nome della Pace Celeste”.
Uno rispose: “A meno che un intralcio non blocchi la tua volontà, sappiamo che giuri il vero. Io, che parlo prima degli altri, ti prego, se per caso vedi la Marca Anconetana, nella città di Fano cerca chi mi vuole ancora bene e raccomanda loro di pregare per me. Io fui di Fano, ma le profonde ferite dalle quali uscì il sangue sul quale aveva sede la mia anima, mi furono fatte nel territorio di Padova (fondata da Antenore troiano, il quale aveva tradito la sua patria per favorire i Greci), proprio dove io credevo di stare più al sicuro. Me le fece fare, le ferite mortali, Azzo VIII d’Este, il quale mi odiava al di là di ogni possibile misura. Se, invece di passare nel territorio di Padova, io fossi fuggito verso Mira, che è un borgo posto fra Venezia e Padova, presso un canale del fiume Brenta, quando fui raggiunto al paese di Oriago, sarei ancora vivo. Allora corsi verso la palude, ma mi impigliai fra le canne e nel fango, così che caddi, vedendo uscire il sangue dal mio corpo e formare in terra un lago”.
C’è, in questo racconto di Jacopo del Cassero, un’accumulazione di nomi propri e di siti. Dante deve averlo conosciuto durante la battaglia di Campaldino, dove Jacopo era a capo dei militi mandati da Fano in soccorso di Firenze (contro Arezzo). Si dà qui l’occasione ottima per accennare all’Alighieri coraggioso e valente soldato.

L’11 giugno 1289, a Campaldino, il ventiquattrenne Poeta combatteva con ardimento nella prima fila dei fiorentini. Il 16 agosto, nella sortita di Caprona, al comando di Nino Visconti, in tre giorni di duri scontri in cui Dante si distinse per il coraggio, il castello ne fu conquistato. Le armi forgiarono anche il politico, il cittadino coerente e tetragono ai colpi di sventura.

Un’altra anima parlò, umilmente invocando Dante, con un ottativo (“se”, verso 85): “Possa compiersi il tuo desiderio di salire al culmine del monte; aiuta però il mio di desiderio. Io fui di Montefeltro, sono Bonconte. Mia moglie Giovanna non ha cura di me, tanto che procedo con costoro a fronte bassa”. Ma ecco che Dante, avendolo conosciuto a Campaldino, dove il Poeta aveva combattuto valorosamente, rivolge pronto la domanda che stava a cuore non solo a lui, bensì a tutti quelli che lo conobbero, in quanto il suo corpo non verrà mai più ritrovato, lasciando adito a supposizione di ogni genere. La curiosità del pellegrino è tale da coinvolgere (seppure ce ne fosse stato bisogno, data la richiesta di Bonconte) lo spirito, il quale narra la verità sulla sua morte e sul dopo. “Nella parte a mezzogiorno del Casentino scorre un fiume, l’Archiano. Là dove il suo nome muta perché diviene affluente dell’Arno vicino a Bibbiena, io giunsi ferito alla gola, fuggendo a piedi e insanguinando il piano”. Anche qui, come per Jacopo del Cassero, il protagonista è il corpo, perché di esso si parla. “A quel punto persi la vista e la parola, ma feci in tempo a nominare la Madonna. Lì caddi morto e la mia carne rimase senza la mia anima. Riferisci ai vivi nel mondo come sono andate veramente le cose: pentitomi, anche se all’ultimo istante, l’angelo del Signore prese il mio spirito, mentre l’angelo perduto, il diavolo, gridava: ‘Per una lagrimuccia mi togli la parte eterna di lui, ma io farò del suo corpo una gestione particolare’. Infatti, satana scatenò una tempesta di pioggia alla fine del giorno. L’acqua che il terreno non fu in grado di assorbire, si gettò nei fossi a torrenti, e come si raccolse nei rivi più grandi, rovinò tanto velocemente nell’Arno (fiume cosiddetto reale perché sbocca in mare) che nessun impedimento la poté fermare. L’Archiano impetuoso trovò il mio corpo gelato sul punto in cui confluiva nell’Arno, spingendomi nella corrente centrale e sciogliendo la croce che le mie braccia avevano formato sul mio petto nell’attimo del pentimento. Mi rivoltò in continuazione per le sponde e il fondale, poi mi coprì e avvolse con la rena, i sassi, i rami, la ghiaia che l’inondazione aveva portato con sé, a mo’ di preda, nella forza della corrente”.
Ora appare nei sette versi finali, composti con la tecnica della didascalia posticipata, una figura femminile straordinaria ma nebulosa, come avvolta da un’atmosfera irreale: è Pia de’ Tolomei, sposata con Nello d’Inghiramo de’ Pannocchieschi, il quale, per gelosia o per passare ad altre nozze, la fece uccidere. L’intonazione è elegiaca, dolce. Pia si esprime senza rancore, e chiede a Dante unicamente di ricordarla. Ma c’è il tocco geniale del Poeta al verso 131 (“e riposato de la lunga via”: un’attenzione tipicamente femminile, di un animo sensibile, delicato, gentile, rivolto a considerare anche le necessità altrui: è la pennellata del grande artista, la quale dà l’impronta irripetibile al quadro). Poi, il verso “mediano” di sospensione, e quindi la ripresa del racconto sintetico, schivo della donna, nata a Siena, morta nella Maremma senese. Non ci sono altri nomi né indicazioni. La chiusa pone dubbi forti e irrisolti sul fatto che Pia fosse già stata sposata (a un Tolomei? A un altro di cui non si conosce il nome?) e quindi fosse andata in seconde nozze col Pannocchieschi; infatti, alcune redazioni riportano “disposando”, altre “disposata”. Comunque, anche Pia incentra il suo monologo sul “corpo”. Di lei, ad ogni modo, bisogna dire che non sta scritta in nessun documento riguardante la famiglia dei Tolomei, tanto che alcuni studiosi hanno azzardato l’ipotesi che Dante avesse inventato di sana pianta questa figura, questa storia. Perché lo avrebbe dovuto fare, se, in fondo, l’episodio non aggiunge nulla all’economia del canto (tranne che sul piano lirico)?

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