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L’ITALIANO VA IN SCENA, IL PALCOSCENICO È IL MONDO INTERO

Mosca, Doha, Tirana, Città del Capo e altre 100 città: sono più di 180 gli eventi della Rete Dante per la XIX Settimana della Lingua italiana nel mondo “L’italiano sul palcoscenico”

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QUASI UN DIARIO DI VIAGGIO di Lamberto Lambertini
Dici Solfatara e tutti pensano all'inferno, magari attraverso i film di Totò. "Troppo facile", ma alla fine siamo stati conquistati dalla forza evidente dei laghi ribollenti, dello zolfo fumante. La mia silhouette nel fumo, per molto tempo è stata logo e manifesto del nostro viaggio nell'oscuro. Il traffico che sveglia le strade diNapoli dall'alto dei tetti/cantiere dell'Albergo dei Poveri. Per andare ancora di più verso la luce, un giro nel trenino che gira intorno al Vesuvio, senza paura. Passione ferroviaria.

XXXI - MAGMA (Napoli/Pozzuoli)
Circumvesuviana
La Circumvesuviana è una rete ferroviaria prevalentemente extraurbana i cui treni, dal terminal di Napoli-Corso Garibaldi, si spingono verso sud e est, giungendo fino alle province di Salerno e Avellino, e servendo i popolosi comuni vesuviani, l'area del nolano, nonché la penisola sorrentina e la frequentatissima Pompei.
Solfatara di Pozzuoli
La solfatara è una tipologia di vulcano costituita da un campo fumaiolico e caratterizzata dall'emissione di vapori e gas sulfurei. La Solfatara di Pozzuoli è sicuramente quella più conosciuta nella nostra Penisola. Si tratta di uno dei 40 vulcani che caratterizzano la zona dei Campi Flegrei e che al momento è in uno stato di quiescenza. La solfatara si è formata circa 3.900 anni fa e già all'epoca dell'impero romano era molto nota e sfruttata per l'estrazione dell'allume e del bianchetto (che allora era utilizzato come stucco). A partire dal XVIII secolo, invece, le acque e i fanghi sulfurei della solfatara vennero sfruttati soprattuto per le loro proprietà medicamentose.
Real Albergo dei Poveri
Palazzo Fuga, Reclusorio, Serraglio, Albergo dei poveri, sono tutti modi per nominare il maggiore palazzo monumentale di Napoli. Il Real albergo dei poveri è una delle più grandi costruzioni settecentesche d'Europa. Basti pensare che solo la facciata si estende per un fronte continuo di 354 metri, circa cento metri in più rispetto al prospetto della non distante Reggia di Caserta.

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
Sabato 9 aprile, dopo le tre del pomeriggio. Il pozzo dei giganti divide la X bolgia dal IX cerchio.
Dante dice: “Quiv’era men che notte e men che giorno” (v. 10), cioè una sorta di crepuscolo fitto che ostacolava la veduta, ma un suono fortissimo di corno rintrona improvviso. Non staremo qui a descrivere le simbologie di tale strumento, ma diciamo subito che è di Nembrot, il gigante cui va la responsabilità di aver innalzato la torre di Babele, confuso le lingue (ed egli stesso ne usa una incomprensibile agli altri, così come le altrui sono indecifrabili per lui). I giganti sembrano torri a Dante, eppure essi stanno immersi a metà nella terra “da l’umbilico in giuso tutti quanti” (v.33: Farinata anche si mostra dalla cintola in su, ma Dante usa due modalità opposte per segnare i personaggi), per cui la parte del corpo emersa si aggira, con la testa, sui dieci metri, mentre l’intera statura, comprese le gambe non visibili, è di circa 25 metri.
Il poeta benedice la provvidenza per avere cessato di creare tali mostri, i quali gareggiarono con gli dèi: chi per voler scalare il cielo (Fialte, forse il più feroce e grande di tutti, che è legato con catene alle mani), chi perché fornito di cento braccia e cinquanta teste con bocche spiranti fuoco (Briareo, ma Dante aggiusta la tradizione antica e lo fa come gli altri, però più feroce nel volto), e Tizio, e Tifo, fino ad Anteo, immenso, l’unico non incatenato, il quale si presta, dopo una lunga e magistrale captatio benevolentiae da parte di Virgilio, a deporre i due pellegrini sul ghiaccio di Cocito. Il gigante si china, per poi rialzarsi come l’albero della nave (ma vale la pena leggere dal testo, per la bellezza del gioco di endecasillabi tronchi che donano alla chiusa un’atmosfera a sé: “Ma lievemente al fondo che divora/ Lucifero con Giuda, ci posò; / né, sì chinato, lì fece dimora, / e come albero in nave si levò” (v. 142-145).
Il canto usa alcuni francesismi (“dotta”, che significa paura, dal verbo dottare, spesso adoperato nella poesia duecentesca), fra cui di particolare risalto è “alle”, dal francese “halle”, per cui l’Anonimo scrive: “È una misura in Fiandra, come noi diciamo qui canna, ch’è intorno di braccia due e mezzo”. L’insistenza del poeta nella precisione delle misurazioni fa parte della tecnica narrativa di Dante, il quale –ed è qui la sorta di miracolo irripetibile- si eleva a poesia nel senso etimologico del termine nonostante l’adozione di esatti particolari, nomi propri, e dati numerici, posizioni di località, riferimenti storici e mitologici e teologici scientificamente comprovabili (d’altronde, vedremo fra poco, nell’incontro col Conte Ugolino, una dimostrazione suprema di “cronaca” assurta ad altissimo canto epico e lirico a un tempo).
Questo è un brano narrativo di passaggio, ma contiene indicazioni morali e didattiche. Primo: i giganti, purtroppo, sono forniti non solo di smisurata forza fisica, ma sono intelligenti, per cui le due qualità creano qualche pericolo data la possibilità di sopraffazione, l’astuzia e la brama di dominio che quasi sfida gli dèi per pareggiarli (“ché dove l’argomento de la mente/ s’aggiunge al mal volere e a la possa,/ nessun riparo vi può far la gente”; v. 55-57); secondo: la forza che diviene violenza e – come scrive Giorgio Bàrberi Squarotti – dismisura, alla fine ricade perniciosamente sull’irato, il quale, almeno qui in Inferno, è reso inoffensivo, immobile, privato delle sue capacità che l’hanno reso tracotante e superbo. La forza diviene vana se non indirizzata al bene: tale a noi sembra il messaggio interno, il punto etico di questo canto altrettanto bello e funzionale degli altri, ma particolare e quasi a se stante.

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