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Si conclude l’83° Congresso Internazionale. Ora la Dante guarda a Oriente e al Mediterraneo: la prossima sede sarà Bari.

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QUASI UN DIARIO DI VIAGGIO di Lamberto Lambertini
La quadreria nel piano nobile del Palazzo Pitti. Tutto disposto non per logica sistematica, ma puramente decorativa. Così come la volle per sé il Granduca Pietro Leopoldo. Questo mi ha colpito, commosso e convinto. E intanto, in questo spazio vissuto, calpestato, così com'è, da privati, puoi vedere, uno sull'altro, in angoli nascosti e inaccessibili, i grandi maestri della pittura. Oggi, ieri, lo stesso percorso.

XXX - STORIA (Firenze)
Galleria Palatina
La Galleria Palatina realizzata tra la fine del settecento e i primi anni dell'ottocento, è situata nel'ala sinistra di Palazzo Pitti. Fu residenza di illustri personaggi della storia tra cui la famiglia dei Medici, successivamente ospitò quella dei Lorena nonchè il Re d'Italia tra la fine dell'ottocento e i primi anni del 1900. Nelle sale, un tempo adibite a luoghi di rappresentanza, trovano posto capolavori principalmente provenienti dalle collezioni della famiglia dei Medici. La Galleria Palatina ospita le opere straordinarie di maestri d'arte come Caravaggio, Raffaello, Rubens, Tiziano, Pietro da Cortona e di altri maestri italiani ed europei del Rinascimento e del Seicento.

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
L’orario è pressoché lo stesso già indicato, e si è nella X bolgia. Non esiste soluzione di continuità fra i due canti, anche se l’incipit, direi meglio l’attacco di questo è di una grandiosità epica. Dante attinge dalle Metamorfosi di Ovidio a piene mani per il mito (Giunone gelosa di Semele amante di Giove al quale aveva dato un figlio, cioè Bacco, sfogò la sua ira su Tebe il cui re era il padre della fanciulla che non ne uscì indenne; poi, la follia di Atamante, re di Orcomeno, il quale scambiò la moglie e i figli per una leonessa e due leoncini, per cui li catturò, uccidendo Learco su un sasso, mentre la madre, con Melicerta in braccio, si gettò da uno scoglio in mare). I due casi mitologici, sono seguiti dalla storia di Ecuba, impazzita per il declino funesto di Troia e per la morte di Polissena, nonché dell’altro suo prediletto figlio, Polidoro, ucciso da Polimestore re di Tracia a cui lei lo aveva affidato. Lo strazio le fece emettere un ululato di cagna, un latrato che dimostrava come l’estremo dolore muti la natura umana.
Ebbene, Dante cita in estrema sintesi (e non si può fare a meno di note esplicative, purtroppo, sempre che non si conosca a menadito tutto lo scibile che il poeta tocca talvolta per soli cenni o per allusioni) alcuni fatti di pazzia per dare un pallido esempio di quanta follia agitasse altri falsari a danno di coloro che erano condannati all’immobilità. In realtà, Dante vede “due ombre smorte e nude,/ che mordendo correvan di quel modo/ che ‘l porco quando del porcil si schiude” (v. 25-27). Questi che addentano le ombre immote, sono i falsari di persona, come ho esplicitato nel passo precedente. Uno (Gianni Schicchi) azzannò Capocchio fra il collo e la schiena; l’Aretino (Griffolino) rivela il nome del “folletto”, che in questo caso significa spirito maligno. Ma chi è Gianni Schicchi (riportato in auge dalla musica di Giacomo Piccini)? Oggi lo definiremmo imitatore, uno che sa tramutarsi in questo o quel personaggio perfettamente. Infatti, Simone Donati, sospettando che lo zio Buoso lo avesse dimenticato nel testamento, pregò Gianni di fingersi morente e spacciarsi per Buoso. Venne il notaio e il ‘falsario di persona’ dettò il testamento in favore di Simone, ma –e qui sta il bello- non dimenticò neppure se stesso, facendosi assegnare una bellissima mula e un legato di cento fiorini d’oro. Altra dannata è Mirra, la quale, coprendosi il capo, si concedette al padre contro le regole della natura.
Spariti dalla scena i due, Dante si volse a guardare altri “mal nati”. E qui prende la scena Mastro Adamo, falsario di monete, seduto a terra inchiodato in eterno, idropico, pancia enorme come un liuto e viso emaciato, spalancate le labbra per la rabbiosa sete.
“O voi che sanz’alcuna pena siete, /e non so io perché, nel mondo gramo -,/ diss’elli a noi, -guadate e attendete/ a la miseria del maestro Adamo; / io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli, / e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo” (v. 58-63).
Adam de Anglia, dunque proveniente dall’Inghilterra, lavorava per i conti Guidi di Romena quale falsificatore di monete. Colto sul fatto, i Fiorentini lo bruciarono sul rogo nel 1281. Egli stesso confessa a Dante che falsò “la lega suggellata del Battista”, cioè il fiorino d’oro di Fiorenza, il quale presenta su una faccia il giglio e sull’altra Giovanni il Battista. Dice l’Ottimo che nel Medioevo falsificare le monete era ritenuto grave reato sociale “imperciocché la moneta fu trovata per comune utile e bene degli uomini”.
Il passo che segue, e che perderebbe di potenza espressiva ad essere spiegato, rende Mastro Adamo degno di compassione, e, comunque, ne fa un personaggio talmente distrutto nelle membra e nella psiche, da avvicinarcelo nonostante il suo peccato (ma egli divide la sua colpa coi conti Guidi – e vedremo fra poco il risentimento dell’Inglese contro i corruttori-, in quanto lo obbligarono a coniar moneta non autentica a causa dei debiti che gravavano sul casato, tanto che il conte Guido, il quale morì nel 1291, lasciò una situazione disastrosa). Or dunque, non parteggiamo per il dannato, in quanto ognuno cerca di addossare agli altri le proprie colpe, ma noi non conosciamo i segreti motivi, o i ricatti che legarono il committente all’artigiano.
“Li ruscelletti che d’i verdi colli/ del Casentin discendon giuso in Arno, / facendo i lor canali freddi e molli,/ sempre mi stanno innanzi, e non indarno,/ ché l’imagine lor vie più m’asciuga/ che ‘l male ond’io nel volto mi discarno” (v. 64-68): lungi dall’essere un quadretto idilliaco, è uno straziante desiderio inappagabile e per ciò stesso più ardente, più ineliminabile dalla brama fisica e psichica. La sottolineatura della freschezza delle acque, la morbidezza delle sponde dei canali, è antifrastica alla brutale realtà dell’inferno, di quella ultima bolgia, e –non sappiamo il perché –mastro Adamo ci fa un’immensa pena. Non solo gli è vietato bere, dissetarsi almeno una volta sola, ma è impossibilitato dalla sua immobilità assoluta a vendicarsi. Infatti, a non molta distanza da lui, almeno come dicono le ombre che possono girovagare, già è condannato uno dei conti Guidi. “S’io fossi pur di tanto ancor leggero/ ch’i’ potessi in cent’anni andare un’oncia,/ io sarei messo già per lo sentiero, / cercando lui fra questa gente sconcia” (v. 82-85). Io –continua Adamo - per colpa loro sono tra questa raccomandabile compagnia, perché mi indussero a coniare fiorini che avevano tre carati di rame, per cui l’oro risultava a ventuno e non a ventiquattro.
L’attenzione di Dante è presa da due dannati che giacciono stretti di qua e di là da Mastro Adamo, e i loro corpi fumano come le mani bagnate l’inverno. Dalla domanda del pellegrino sull’identità dei due, nasce un crescendo dialogico non solo fra l’Alighieri e il falsario, ma fra questi e Senone. È cosa difficile, in poesia, cioè in versi canonici regolati da rigidissime leggi tecniche, svolgere una conversazione e per di più naturale, frizzante, comica, sardonica, da battibecco vero e proprio. Qui, come d’altronde in altri ambiti, Dante è maestro sommo. Tutto il passo ricorda il pungente brevissimo alterco del XIII canto, di Iacopo da Sant’Andrea contro Lano dal Toppo e del Fiorentino suicida contro Iacopo; ciò dà l’atmosfera di quei discorsi a tu per tu, beceri e maligni, goffi e divertenti, di cui un tempo si godeva nelle piazze, nelle strade, nelle osterie, e che talvolta finivano in modo manesco. Infatti, mastro Adamo nomina i due “coinquilini” (la moglie del sovrano egizio Putifarre e “ ‘l falso Sinon greco di Troia”), ma il bugiardo che si fece catturare dai troiani convincendoli a introdurre il cavallo nella città, non gradisce il modo in cui è presentato; perciò col pugno “percosse l’epa croia”, che risuonò come fosse un tamburo, “e mastro Adamo li percosse il volto/ col braccio suo, che non parve men duro” (v. 104-105). Maneschi entrambi, se le dicono di tutti i colori. Il battibecco è esilarante, bellissimo. Dante usa la replicazione, un rafforzativo del discorso basato, nel caso specifico, sulla congiunzione “e”, che funge da ripresa e da crescendo. In 14 versi, troviamo 9 volte la “e”. I due si offendono a vicenda; Senone dice di essere in Inferno per un solo fallo, mentre aggredisce l’idropico sottolineando che i suoi furfanteschi lavori furono continui e molti. Ma Adamo inveisce sottolineando che tutto il mondo però conosce il tranello del cavallo di Troia. Quindi si spiattellano in faccia i mali che li affliggono: l’acqua marcia che riempie il ventre di Adamo, e la puzza del febbrone che porta il dolore di testa a Senone. Allora, Virgilio, con insolita durezza, distoglie Dante da quel volgare alterco. L’Alighieri sente un tale imbarazzo, che il maestro si accorge di aver calcato la mano e dice: “Una vergogna minore già è in grado di scusare un errore superiore al tuo”. È il caso di ripetere che la “Divina Commedia” è anche –fra l’altro- un fine trattato di galateo.

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