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“Ciò che vorremmo davvero revocare oggi è il termine razza”. Andrea Riccardi, Presidente della Società Dante Alighieri ha concluso così i lavori del Consiglio Centrale che ha approvato con voto unanime, l’atto di revoca delle circolari che, aderendo alle leggi razziali del fascismo, esclusero tutti gli ebrei dalla vita dell’istituzione

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QUASI UN DIARIO DI VIAGGIO di Lamberto Lambertini
Domina la città il castello Normanno/Svevo. Anche se innalzato dai saraceni, da noi è stato scelto in nome di Federico II, che più volte appare nei versi e nei pensieri di Dante. In questo caso, oltre alle vicende politiche, ci sono voluti ben quattro terremoti, a dispetto del tentativo di ricostruirlo, da parte di Gioacchino Murat. Fari della Storia, fascino delle rovine.

XXVIII - VIAGGIO (Cosenza)
Castello Normanno-Svevo
Il Castello Normanno-Svevo, risalente al VI sec. a.C. sorge sul colle Pancrazio della città di Cosenza. Il Castello rappresenta il simbolo della città cosentina. Costruito dai Saraceni, venne poi modificato da Federico II durante il XIII sec. Di forma rettangolare, tipica struttura normanna, l'edificio era dotato di due torri ottagonali. Dopo essere stato un luogo di seminario divenne una prigione. Ristrutturato di recente, il Castello presenta oggi solo una delle due torri ottagonali.

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
È il primo pomeriggio del 9 aprile. Sempre nell’ottavo cerchio, ma nella bolgia IX.
Vi sono puniti gli operatori di scismi e i seminatori di scandali. Un diavolo li squarcia in modo indescrivibile, ma i loro corpi si ricompongono nel lungo giro che i dannati fanno, per poi venire massacrati di nuovo al punto in cui l’esecutore infernale li attende. Come divisero le famiglie, la società, le religioni, così sono smembrati nel corpo dalla spada dell’infallibile applicatore della punizione.
“Chi poria mai pur con parole sciolte/ dicer del sangue e de le piaghe a pieno/ ch’i’ ora vidi?” (v. 1-3). Li cito per sottolineare il “pur con parole sciolte”, vale a dire in prosa, senza le costrizioni della rima (un tempo, la tecnica del verso non rendeva l’esistenza facile a coloro che si illudono di essere poeti solo andando a capo a casaccio: sia detto per inciso).
Dante forza la mano nel portare esempi di massacri guerreschi in Puglia e oltre, fino a Tagliacozzo, ma rimane un elenco soltanto, che nulla aggiunge all’icastica impressionante delle descrizioni successive, afferrate di prima mano, che destano raccapriccio. Un paragone con la botte (veggia) che perde liquido quando una doga si apre, introduce la presenza di un personaggio celeberrimo e il linguaggio (lo stile) si fa mezzano, violentemente plebeo ma plastico: “Già veggia, per mezzul perdere o lulla,/ com’io vidi un, così non si pertugia, / rotto dal mento infin dove si trulla./ Tra le gambe pendevan le minugia;/ la corata pareva e ‘l tristo sacco/ che merda fa di quel che si trangugia” (v. 22-27). Certamente una botte che abbia perduto la doga media o quella del coperchio (lulla), non si spalanca alla maniera in cui vidi un dannato sventrato dal mento all’inizio delle gambe. Tra di esse pendeva l’intestino; si notavano la corata e lo stomaco repellente che muta in materia fecale il cibo.
Maometto, sentendosi guardato, apre ancor di più, con le mani, la propria ferita e pronuncia il suo nome. Poi segnala Alì, cugino e genero suo, quarto successore, il quale è spaccato dal mento alla fronte. Poi spiega, senza esserne richiesto, la modalità della pena, di cui abbiamo parlato prima. Quindi chiede a Dante: “Chi sei tu, che temporeggi sul ponte invece di venire fra noi a causa delle tue colpe?”. Virgilio risponde com’ è prevedibile. Ma tanti che l’udirono, dimenticando per un attimo il martirio, si arrestarono meravigliati a guardare il pellegrino vivo.
Certo, il poeta fiorentino non ci va leggero con gli scismatici, e sappiamo perché: egli ama talmente la Chiesa, da volerla unita ferreamente (ma non è estraneo il fatto che la paura dell’impero islamico, allora in enorme espansione, teneva sospeso ogni Paese cristiano). Ora, perché Dante pone Maometto nella bolgia degli scismatici? È evidente che non lo guarda quale profeta, e quindi non come il fondatore di una nuova religione (che nei primi sei secoli ha dato vita alla più grande civiltà del Mediterraneo), bensì quale operatore di separazione all’interno della cristianità. Ma le parole di Maometto sono semplicemente un avvertimento per fra’ Dolcino Tornielli, seguace della ‘setta dei fratelli apostolici’, un movimento che si rifaceva al Vangelo nell’assoluta povertà, nella comunanza delle cose, però aggiungeva la proprietà comune anche delle donne e misconosceva la gerarchia cattolica. Nel 1300 fra’ Dolcino diventò il capo della setta, e il papa (Clemente V) non tardò a passare alle vie di fatto. Dolcino e i seguaci si nascosero nel territorio di Biella, sul monte Rubello. Nel 1307, preso, salì sul rogo, a Novara, con la sua donna e non pochi seguaci. Allora, per la prescienza di cui si è parlato nel X canto, Maometto prevede il disastro di quell’inverno gelido, nonché le conseguenze per l’eretico: “Esorta fra’ Dolcino a provvedersi di vivande, affinché non venga qui dove sto io e non dia la palma della vittoria ai Novaresi”. È un avvertimento affettuoso, e non mi pare che vi si nasconda qualche ironia: anzi, queste parole ci avvicinano il fondatore dell’Islam e rendono autenticità sofferta alla convinzione di Dante che Maometto avesse operato lo scisma di cui sconta la pena. Antichi commentatori portavano avanti la leggenda secondo cui Maometto fosse un cardinale che, non eletto papa, avesse aperto una strada diversa al cristianesimo (Attilio Momigliano).
Altri presenti nella bolgia sono Pier da Medicina (la cui implorazione fa ricordare l’atmosfera del racconto di Francesca e preannuncia la struggente preghiera di Pia nel Purgatorio), che parla male di Malatestino da Rimini (nel passo precedente sulla Romagna, Dante aveva già accennato alla famiglia Malatesta) e Curione, il quale consigliò a Cesare di passare il Rubicone. È privo di lingua, proprio lui che ha parlato in un momento fatale, spingendo Cesare a marciare contro Roma. Quindi compare Mosca dÈ Lamberti (con le braccia monche), desideroso anch’egli di consegnare un messaggio a Dante: “Ricordati di me, che dissi, sciagurato, ‘Cosa fatta, capo ha’, mandando così a morte Buondelmonte dei Buondelmonti, cosa che fu all’origine della divisione e delle guerre tra famiglie fiorentine” (guelfi e ghibellini).
Il canto, che gronda sangue per le ferite, le mutilazioni, le lacerazioni, gli squartamenti dei dannati, si conclude con l’incontro di Bertran de Born, trovatore (1140-1215), esaltato da Dante nel De vulgari eloquentia quale poeta della ‘armorum probitas’. Ed è una chiusa “in bellezza”, per dirla ironicamente. Egli, infatti, porta per i capelli la propria testa (l’uso continuo, da parte dell’Alighieri, del verbo vedere, in prima persona al passato remoto “io vidi”, è quasi un giuramento di certezza a cui credere assolutamente): “e ‘l capo tronco tenea per le chiome,/ pesol con mano a guisa di lanterna: /e quel mirava noi e dicea:-Oh me!-“ (v. 121-123, in cui la chiusa della terzina è una rima composita). È interessante sentire proprio dalla voce di Bertran (qui condannato perché mise Enrico III d’Inghilterra contro il padre Enrico II) la regola del contrappasso (almeno del suo, ma la significazione è generale): “Perch’io parti’ così giunte persone”, cioè divise padre e figlio che erano uniti negli intenti e nell’affetto, “partito porto il mio cerebro, lasso!, /dal suo principio ch’è in questo troncone.”, in quanto nel medioevo era opinione diffusa che il cervello avesse radici nel midollo spinale; “Così s’osserva in me lo contrappasso” (v. 139-142).

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