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L’ITALIANO VA IN SCENA, IL PALCOSCENICO È IL MONDO INTERO

Mosca, Doha, Tirana, Città del Capo e altre 100 città: sono più di 180 gli eventi della Rete Dante per la XIX Settimana della Lingua italiana nel mondo “L’italiano sul palcoscenico”

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I - ALBA (Firenze)
Galleria Tornabuoni Arte Bianco Italia a cura di Dominique Stella
Quaranta opere monocromatiche bianche di artisti esponenti delle avanguardie italiane della fine degli anni ’50. Opere di Vincenzo Agnetti, Alberto Biasi, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Enrico Castellani, Dadamaino, Lucio Fontana, Piero Manzoni, Salvatore Scarpitta, Turi Simeti, Nanda Vigo e altri illustri rappresentanti del bianco italiano.

 

Sinossi a cura di Aldo Onorati
E’ il 10 aprile del 1300, domenica, Pasqua del Signore. Siamo poco dopo le quattro del mattino. Ora Dante è fuori del regno senza fine amaro, e rivede il cielo. Il “dolce color d’oriental zaffiro” è la dichiarazione d’una situazione nuova, aperta alle stelle (ogni cantica termina con questa parola polisemantica). “A li occhi miei ricominciò diletto”: è un panorama spirituale (oltre che vero). Da questo momento in poi, l’astronomia (diciamo meglio le indicazioni astronomiche) avrà gran parte e peso nella narrazione, non solo come mezzo per indicare le ore, la posizione del sole, le costellazioni, ma come simbolo; infatti, il pianeta che “d’amar conforta” (Venere), illuminava tutto l’oriente, velando la costellazione dei Pesci che era in congiunzione con esso, e Dante getta lo sguardo verso il Polo Sud: vede quattro stelle (“non viste mai fuor ch’a la prima gente”). Ora, d’accordo che il Poeta intende con esse le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza), ma esiste la Croce del Sud (nella costellazione del Centauro): chissà che Dante non sapesse della loro esistenza? Comunque, appena il pellegrino ebbe distolto lo sguardo da esse, gli apparve un vecchio solitario, che incuteva tanta riverenza dall’aspetto, quanta non ne deve di più un buon figlio al padre. La barba lunga, brizzolata e lunghi i capelli, che si dividevano sul petto in due strisce. La chiarità stellare (le virtù) illuminavano il volto severo come vi fosse già il sole. Il misterioso personaggio, meravigliato della presenza insolita di due che sono saliti per la “natural burella” da un regno doloroso a quello della speranza, rivolge loro tre precise domande. Risponde Virgilio, ampiamente, spiegando la condizione di vivente del Poeta, nonché la sua obbedienza di anima limbica ad ordini celesti: “Sono stato mandato in suo soccorso per la sua stessa salvezza, e non c’era altra via di questa già percorsa”. Come in altre richieste, c’è la captatio benevolentiae; infatti, Virgilio afferma, esagerando, che il fine, o uno dei fini, del viaggio di Dante, è quello di vedere e udire lui, il guardiano del Purgatorio. Dante cerca la libertà dello spirito, come il “veglio” l’ha cercata nel mondo, rifiutando la vita pur di non soggiacere a una dittatura da lui stesso aborrita. Ora, nel più cristiano dei regni, il Purgatorio, Dante pone a guardiano un pagano (Catone Uticense) e per di più suicida. I suicidi li abbiamo incontrati nel XIII canto dell’Inferno. Perché l’Alighieri si prende tale libertà? Le ipotesi sono molte, ma non escludiamo mai che Dante, come scrive Giuseppe Prezzolini “è sempre ortodosso, ma assai spesso il calore della sua poesia, come pure l’entusiasmo e l’ammirazione per una condotta nobile gli strappano il riconoscimento del valore dell’uomo, sua pure peccatore o ribelle, purché mosso da grandezza d’animo. Tale appassionata riverenza per i valori umani fa sì che l’intero edificio teologico vacilli”.
Altra captatio benevolentiae è la seguente: Virgilio dichiara di trovarsi nel Limbo, ove sta anche Marzia (la moglie di Catone), la quale sembra pregare ancora il marito che la consideri sua moglie (Marzia fu richiesta da Ortesnio, e Catone gliela cedette, riprendendola con sé dopo la morte di Ortensio). La risposta dell’Uticense è quasi sdegnosa: Marzia non può più nulla nel suo animo “or che di là dal mal fiume dimora”. Se però una donna del cielo dispone questo cammino nei tre regni, non c’è bisogno di “altre lusinghe nei miei confronti” (questa è la decisa, brusca, dura, irrevocabile licenza a entrare nel viaggio purgatoriale). Però, bisogna che Dante lavi le macchie dal volto, le quali testimoniano il passaggio in Inferno. Sparte le mani sulla rugiada, Virgilio cancella dalle “guance lagrimose” del suo protetto ogni ombra; poi, seguendo l’ordine di Catone, cinge alla vita il pellegrino con un flessibile giunco, simbolo dell’umiltà (si piega al batter dell’onda). Meraviglia! La pianta svèlta rinacque subito là dove Virgilio l’aveva sradicata.

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