A dare un sostegno all’italiano in Svizzera potrebbe venire l’insegnamento della geografia e della storia. Non è fantascienza e neanche una provocazione. Negli ultimi anni c’è stato un impegno fin qui ineguagliato per cercare, non solo di difendere, ma anche di promuovere la terza lingua nazionale al di fuori dei suoi territori tradizionali. A rendere difficile la sua vita si ergono parecchi ostacoli. Non ultimo quello della concorrenza dell’inglese, del francese (nella Svizzera tedesca) e del tedesco (in Romandia). Né possono essere sottovalutate, siamo realisti, le ragioni di chi sostiene che due lingue “straniere” nelle classi elementari sono troppe. Ognuno vuole, ognuno insiste, ma poi le risorse e le forze degli allievi e dei docenti sono quelle che sono. Sicché, al di là delle speranze delle minoranze linguistiche, il problema rimane. Non solo: esso è tutt’altro che facilmente risolvibile.

C’è tuttavia, nel dibattito sempre aperto, un difetto di partenza di cui bisognerebbe tenere conto. Non basta inquadrare il “problema” dell’italiano nell’ambito della questione del numero delle lingue che possono o devono essere insegnate. Si sceglie di studiare una lingua, a meno che non si sia obbligati a farlo, sulla base dell’interesse che questa lingua desta. Ma, soprattutto, non dobbiamo mai dimenticarlo, di quello che sta dietro una lingua. Abbreviando si potrebbe dire: più una lingua è “sexy” e più volentieri la si accosta. C’è, lo sappiamo, chi studia l’italiano perché è bello, musicale, intriso d’arte; e chi per amore delle diversità nazionali, cioè per rispetto del multiculturalismo svizzero. Ciò che tuttavia non bisogna dimenticare è che, sotto una lingua, c’è una realtà. Ecco quello di cui si dovrebbe innanzitutto parlare nelle scuole.

Prima ancora di aprire le grammatiche.
Lasciamo pur stare il fatto che troppo spesso nelle aule la contemporaneità è assente. C’è purtroppo anche dell’altro. Chi studia storia nella Svizzera tedesca viene confrontato con la Rivoluzione francese, ma non sa nulla dell’Italia, dalla caduta dell’impero romano giù giù fino ai nostri giorni. Chi studia le geografia deve spesso imparare a memoria il nome degli affluenti di un fiume, ma non ha idea di dove si trovi la Pianura Padana e tantomeno sa, nel tempo delle migrazioni, che la costa africana dista settanta chilometri da quella italiana. Molti in Svizzera, specie i giovani, identificano l’Italia con il paese delle vacanze o con quello delle mafie. Pochi sanno che, dopo la Germania, l’Italia è il più importante partner commerciale della Svizzera. Dovrebbero bastare dati come questi per dover mettersi a riflettere seriamente: non solo nei centri economici e industriali, o nelle banche, ma anche nelle aule scolastiche.
Il compito, tutti se ne rendono conto, è difficile. Assai più difficile di quello, già molto arduo, di ottenere che nelle scuole d’oltralpe l’italiano non venga lasciato da parte, come succede troppe volte. Ricordiamoci però che c’è un bacino importante: quello dei figli di seconda e di terza generazione degli immigrati italiani che spesso non sanno più l’italiano (fuori parlano tedesco o francese, a casa per bene che vada un dialetto d’Italia). In genere questi giovani sono molto curiosi di conoscere il paese da cui sono partiti i loro nonni o i loro genitori. E intuiscono che l’Italia è qualcosa di più di quello che i loro famigliari raccontano e di assai migliore dello spettacolo penoso offerto dai suoi teatri politici e dai telegiornali nazionali.

Non è molto, d’accordo. Potrebbe essere però già un passo importante. Non dimentichiamo che quello che a noi pare spesso un atteggiamento quasi irritante, intendiamo la scarsa attenzione riservata all’italiano nelle scuole svizzere germanofone e francofone, è in realtà frutto di ignoranza o di non conoscenza (non abbiamo letto qualche giorno fa che la metà dei Romandi non è mai venuta nel Ticino?). A chi meritoriamente si impegna nel tentativo di costringere le scuole svizzere a dare spazio più istituzionale e meno occasionale alla lingua italiana viene pertanto di dare un consiglio. Si invitino alle riunioni anche i colleghi di altre discipline. E si provi a fare qualche lezione “interdisciplinare”: italiano e storia, italiano e geografia (magari usando anche il tedesco o il francese, se qualcuno l’italiano ancora non lo capisce). Se l’ignoranza, che spesso è molta, e non certo per colpa soltanto degli allievi, viene messa da parte; se la curiosità di conoscere seriamente diventa più forte, ecco che allora l’interesse per l’italiano non potrà che rinvigorirsi. E si sarà fatto un bel passo avanti: non solo nei numeri percentuali di chi studia una lingua, ma soprattutto nelle motivazioni che spingono a farlo. Perché questa, e non soltanto la volontà (o la mancanza di volontà) politica, è la vera sostanza del discorso.

Renato Martinoni
Professore all’Università di San Gallo