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Dante, sotto certi aspetti, è il tipico intellettuale del suo tempo: ferrato in filosofia e teologia ma scarsamente preparato sulla matematica e le scienze. Sarà per questo che nella Divina Commedia sono citati solo due teoremi matematici: il primo è quello che afferma che la somma degli angoli di un triangolo è di 180 gradi (“veggion le terrene menti non capere in triangol due ottusi'”) e il secondo quello per il quale il triangolo iscritto in una semi-circonferenza che ha un lato coincidente con il diametro è un triangolo rettangolo (ovvero “del mezzo cerchio far non si puote triangol sì che un retto non avesse”).

Ragionamento a parte merita la precisione con cui il poeta descrive il cono costituito dall'Inferno, il corrispondente del Purgatorio e una sorta di primordiale “ipersfera”, figura quadridimensionale sconosciuta alla sua epoca, con cui Dante descrive il reame celeste e quello terreno. È questa la parte di poema che gli valse l'attenzione di Galileo Galilei, il quale tenne due lezioni su questo tema.