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Spadolini: uomo delle istituzioni, storico e giornalista. La sua memoria e la sua eredità di preziosi volumi e cimeli risorgimentali sono custoditi dalla Fondazione a lui intitolata, che gestisce le sue abitazioni di Pian de’ Giullari e di via Cavour, entrambe a Firenze, dove si trovano i suoi amatissimi libri e le sue ‘carte’, in gran parte consultabili dal pubblico. Ci sono anche i cimeli risorgimentali dei quali era un appassionato collezionista e i doni di stato, che conservava come se fossero elementi storiografici o biografici. Forse entrambe le cose.

Il 5 novembre a Roma, presso la Biblioteca del Senato della Repubblica Giovanni Spadolini (piazza della Minerva, zona Pantheon) alle 16 si svolgerà un convegno per celebrare i novant’anni dalla sua nascita. Apriranno i lavori il presidente del Senato Pietro Grasso e ill presidente della Fondazione per le vittime dei reati, Sergio Zavoli. Interventi di Giuliano Amato, Giuseppe Galasso, Stefano Folli, Cosimo Ceccuti, Antonio Paolucci. Una mostra al Complesso del Vittoriano (Gipsoteca, ingresso Ara Coeli) esporrà fino al 15 dicembre documentazione inedita, fotografie e video Rai, con cimeli, dipinti, disegni e oggettistica varia. Abbiamo chiesto al professor Cosimo Ceccuti, presidente della Fondazione Nuova Antologia, che conta ben 150 anni di pubblicazione ininterrotta della rivista omonima, di parlarci dell’eredità di Giovanni Spadolini e di condividere con noi un suo ricordo personale.

 

D: Come si sono legati il lavoro di giornalista e la conoscenza della storia nella carriera istituzionale di Spadolini?

R: Spadolini diceva di avere tre anime: giornalista, storico e uomo delle istituzioni. Preferiva questa espressione a quella di ‘uomo politico' perché la parola 'politica' era talvolta equivocata. Sin da piccolo iniziò a scrivere i suoi primi libri di storia su quaderni (saranno esposti alla mostra) e il primo giornalino alla maniera di Gobetti, intitolato "Il mio pensiero". Era già un giornalismo culturale il suo, con biografie dei personaggi dell'arte o della storia d'Italia. Entrato nell'attività giornalistica nel 1948, pubblica "Il '48: realtà e leggenda di una rivoluzione". Collabora poi con "Il Mondo" di Pannunzio fin dal primo numero, nel '49, dove scrive articoli di cultura e, a puntate, la storia dei radicali, dei repubblicani e dell'opposizione cattolica. Era un filone nuovo, fino allora inesplorato, dello stato non ufficiale, bensì dell'organizzazione contraria al sistema monarchico istituzionale, quelli che stavano fuori dal Parlamento. 

Poi Missiroli lo porta al "Messaggero" nel '52 e gli assegna i fondi politici. Da due anni insegna già Storia contemporanea o Storia moderna II a Scienze Politiche. Aggiunge così il filone di commentatore politico e di lì a poco, nel '55, diventa direttore del "Carlino", dove scrive i suoi fondi per tredici anni, poi passa al "Corriere". Nel frattempo continua a insegnare e soprattutto a pubblicare volumi, "L'opposizione cattolica", "Il Tevere più largo" sono alcuni dei titoli che rientreranno nel linguaggio comune. Nati come articoli di giornale e si sviluppano poi come ricerca storica scientifica.

 

D: Le tre componenti procedono di pari passo...

R: Sempre di pari passo, per tutto l'arco della sua vita. Per Spadolini la 'storia contemporanea' è anche la storia di se stesso: ogni momento della vita e della cronaca, in realtà, diventa storia. Così affronta le sue stesse esperienze ministeriali, i governi. Quando fa il governo nel 1981, il primo governo laico della Repubblica, scrive infatti "Italia della ragione", "Italia di minoranza", "Italia dei laici" e ricerca nella Costituente i suoi precursori, come Parri. L'attività dello storico, il giornalismo e la politica sempre presenti nella stessa persona: tre anime, una sola identità.

D: Spadolini desiderava che le sue ‘carte’ e i suoi amatissimi libri, oggi raccolti nella casa di Pian dei Giullari, fossero studiati dai giovani dopo la sua morte. Si è avverato questo desiderio? Quanti giovani studiosi frequentano oggi quella casa?

R:
Il desiderio si è cercato di realizzarlo aprendo la biblioteca, schedando gli ottantamila volumi e pubblicandoli informatizzati in internet per renderli disponibili. Vale anche per le grandi raccolte di periodici. Noi abbiamo sempre tenuto aggiornati i filoni principali dei suoi studi con le opere che sono uscite dopo il 1994. Vengono molti studenti nella ‘casa dei libri’: chi fa studi specialistici, come tesi di laurea o tesi di dottorato, e arriva da Firenze e da altre parti d'Italia, anche dall'estero. Poi ci sono i laboratori per le scuole, con attività per i licei, soprattutto fiorentini, che studiano le fonti dell'epoca e i giornali ricostruendo il clima storico.

Le collezioni risorgimentali, Napoleone, Garibaldi, Mazzini e l'Unità d'Italia sono temi che interessano enormemente le scuole elementari e medie. Si dice che Spadolini ha inventato la storia contemporanea. È vero, ma lui non la fa cominciare dal 1901, bensì dall'Illuminismo, da Voltaire. Da quando Voltaire pone l'uomo al centro dell'Universo, con l'Illuminismo e l'Encyclopédie che danno origine a una visione dell'uomo veramente europeo.

 

D: Proprio grazie alla loro “cultura” i nostri padri costituenti hanno creato le basi del presente democratico. Concorda con la visione oggi diffusa che la politica e la cultura debbano seguire percorsi rigorosamente distinti?

R:
Direi assolutamente di no. Mi accingo a celebrare i 150 anni di pubblicazioni ininterrotte della "Nuova Antologia", e i contributi che arrivano sono tutti di convincimento che la base prima dev'essere la cultura. Cito un intervento di Carlo Azeglio Ciampi che guardando al futuro dice "È difficile per una persona che ha superato i novant'anni guardare al futuro. Però la via è una sola, solo i giovani, con la forza della cultura, potranno costruirsi un avvenire migliore tra tutte le difficoltà." Si può far tutto, anche le preparazioni più tecniche, ma sempre a partire da una base culturale. Diceva anche Bobbio, grande filosofo: "Un paese che non ha memoria storica, non ha avvenire".

D: Oltre a quella per l’Arma dei Carabinieri e per i cimeli del Risorgimento, Spadolini era anche un appassionato di caricature. Quante furono le sue passioni?

R:
Alla mostra ne abbiamo identificate quattro. La passione per l'Arma dei Carabinieri, quella per le caricature (anche quelle che lo riguardavano, come quelle di Forattini), per i cimeli, le raccolte napoleoniche e risorgimentali e abbiamo incluso anche la passione per i doni. A volte erano preziosi come quelli provenienti dal Medio Oriente, oppure anche semplici come le caramelle di Reagan, che era suo grande amico. Lui le conservava ed esponeva come se fossero stati dei libri preziosi. Perché erano momenti della sua vita, come quella con Mitterrand che gli regalò "Rome, Naples et Florence" di Stendhal, con Schmidt, con la Thatcher, con Karamanlis, Shimon Peres. Tutti i loro doni li conservava con amore e attenzione.


D: Visti in questo modo anche i doni diventano fonti storiografiche...

R: Alla fine rientrano anche loro nella storia, sono una forma di racconto. Per conoscere meglio una persona si può guardare anche ai doni che fa. Un Mitterrand che ti regala l'edizione del '26 con una dedica e in uno scrigno di "Rome, Naples et Florence" di Stendhal è una prova di una grande cultura. In questo senso Spadolini era davvero uno storico, un cronista, un giornalista.


D: In occasione dei novant’anni dalla nascita qual è l’eredità più preziosa lasciata in dote ai contemporanei?

R:
Credo che sia l'esempio della sua vita di uomo di cultura che aveva queste tre anime, nelle quali credeva e si impegnava. Fare giornalismo come va fatto, in modo libero, indipendente, con una funzione anche etica. Gli anni al "Corriere della Sera" furono quelli delle grandi inchieste, della difesa di Venezia quando nessuno ci pensava, dell'apertura verso la contestazione quando in molti credevano che fosse solo qualche grullarello che non aveva voglia di studiare. Lui invece intervistò Marcuse per primo. Il suo approccio alla professione è un'eredità, naturalmente con l'esempio della vita politica.

Credeva nel concetto machiavellico della politica come soluzione dei problemi. Diceva "Noi siamo prestati alla politica, quindi ognuno di noi deve avere un lavoro, e quando va in Parlamento deve mettere tutta la sua esperienza” nel fare l'interesse generale del Paese. La sua ultima frase in Parlamento: "In una democrazia non si va al potere, si va al governo e con le valigie pronte." L'eredità, infine, è un esempio di grande onestà, rigore morale, la concezione generale del senso dello Stato.

D: Vorrebbe condividere con i nostri lettori un suo ricordo personale di Giovanni Spadolini?

R: Quando lasciò la presidenza del Consiglio, dopo la crisi seguita alla 'lite delle comari', era triste. Ma il suo governo aveva avuto un grande successo e alle elezioni successive i consensi salirono al massimo storico del 5,6%, dal 4% della Costituente. Spostare il consenso di due punti percentuali allora significava parecchio. Gli dissi: "Professore, è stato il primo governo laico e ha avuto tanto successo. La ricorderanno per quello che ha fatto.” Lui mi rispose "Sarò ricordato molto più per quello che ho impedito fosse fatto."

 

 

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