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Addio caro Presidente Ciampi, vecchio generale, comandante di un’Italia seria, riflessiva, non velleitaria; orgogliosa di sé, ma non sbruffona; combattiva, ma non aggressiva; lavoratrice e non scansafatiche; non geniale, ma nemmeno mediocre; volenterosa, metodica; affezionata alla dignità pubblica e non anarchica, semplicemente perché la repubblica è un altro modo di guardare a noi stessi. Ci hai insegnato a impegnarci al servizio dello Stato, ma che lo si può fare solo se non si ama il potere, se si accetta fin da principio il distacco dagli onori, sempre pronti a tornare in famiglia, come gli antichi romani.

E lui, Ciampi, Cincinnato avrebbe voluto esserlo ben prima del 2006. Non voleva diventare governatore della Banca d’Italia, nel 1979, non voleva proprio, anzi stava preparandosi alla pensione. Non voleva diventare presidente del Consiglio nel 1993. Resistette, tante volte. L’ultima frase che mi disse Guido Carli uscendo dal suo ufficio la sera del 22 aprile del 1993 fu questa: «Questa volta il governatore non potrà dire di no. Ora tocca a lui. La situazione è troppo difficile». Carli morì di ictus la mattina dopo. E Ciampi il 29 aprile 1993 venne chiamato, primo non parlamentare, a fare il presidente del Consiglio, in un anno difficilissimo.

Uomo d’azione, non economista, guidava economisti sofisticati e internazionalizzati con pugno di ferro. E così, entrato in Parlamento in punta di piedi a presentare il suo governo, si rivelò uomo di decisioni rapide, politico consumato, da negoziati durissimi. Durissimo con la Confindustria, che non voleva firmare l’accordo sul costo del lavoro dopo aver ottenuto la fine della scala mobile. Durissimo contro l’abolizione dell’articolo 18. Perché Ciampi difendeva i lavoratori, ed era convinto che i corpi intermedi della società, sindacati per primi, fossero essenziali non solo per la democrazia, ma anche per il benessere economico. Conosceva l’Italia; era appassionato di geografia, di mappe, la conosceva chilometro per chilometro, palmo a palmo, come ne conosceva la storia, antica e moderna. Viaggiava e ascoltava la gente, il popolo. Da Presidente della Repubblica volle conoscere tutti gli 8000 sindaci d’Italia, ma a casa loro, non al Quirinale.

Ciampi era un europeista autentico. Ammirava la Germania, ed era profondamente stimato dai tedeschi. Ricordo le parole sussurrate dell’allora cardinale Ratzinger a una cena a Villa Almone in onore di Gerard Schroeder, non ancora cancelliere. Ma per loro era un osso duro. Disarticolò ben tre proposte di patto di stabilità che prevedevano diversi meccanismi di sanzioni automatiche in caso di sforamento dei deficit, senza tener conto della recessione. Intrecciava rapporti anche levantini con francesi, austriaci, irlandesi, britannici per bloccare le proposte tedesche. Riuscendoci. Certo, le stesse proposte tornarono fuori nel 2011 e lì non fu possibile fermarle.

Europeista sì, ma sempre con una stella polare: la Nazione. La Nazione con la N maiuscola, l’Italia. Ciampi non avrebbe mai ammainato il tricolore, mai anteposto ad esso nessuna altra bandiera, nemmeno quella europea. Ciampi era convinto che l’Unione europea fosse l’unica possibilità per i paesi europei, tutti, per conservare le nostre Nazioni, le nostre Patrie, non per annullarle. E quanti storsero il naso quando ripristinò la sfilata militare e la festa del 2 giugno? Quanti, a bassa voce, si mostravano disgustati per il ritorno di rituali pubblici repubblicani, cerimonie, alzabandiera, l’inno cantato, il cambio della guardia, le decorazioni? Studiammo insieme la sterminata letteratura francese in materia. Ciampi cercava di spiegare ai suoi critici, spesso grandi intellettuali della sinistra italiana, che se le istituzioni democratiche non avessero saputo ritrovare “calore”, emozione, presto saremmo stati in preda a nazionalismi distruttivi. Dovevamo anticipare questi sentimenti, e incanalarli nelle istituzioni democratiche. E quante critiche sui suoi viaggi nei cimiteri militari della Seconda guerra Mondiale: Cefalonia, El Alamein, Tambov. Era antifascista, Ciampi. Ma lo era con il buon senso della verità. Ammetteva che se invece che in Albania, da sottotenente, fosse stato inviato in Nordafrica, avrebbe combattuto con tutte le sue forze per l’Italia. L’8 settembre, quello no, quello Ciampi non lo perdonava, e non lo avrebbe mai perdonato. Era lo Stato in fuga, la sgangherata slealtà italiana, il crollo della dignità, la vergogna.

Ho passato tanti anni con lui, assistendolo ogni giorno, dopo la lettura dei giornali, ragionando su cosa dire, su come dirlo, su come non lasciare l’opinione pubblica “disorientata”. Quegli anni sono nel mio cuore. E’ stato per me un onore incancellabile, un insegnamento lento e continuo, ma anche un sollievo vedere un uomo leale che, ogni giorno, operava avendo in mente un solo pensiero: fare onore all’Italia, difendere l’interesse nazionale, difendere la costituzione repubblicana. Ma lo spirito repubblicano, il suo magistero profondo, implicano la capacità di sapersene distaccare. E cioè, impongono di non cedere alla lusinga del potere.

Silvio Berlusconi, e tanti altri leader politici, cercarono fino all’ultimo giorno, il giorno prima della prima seduta che avrebbe dovuto eleggere il nuovo presidente della Repubblica nel maggio 2006, di convincerlo ad accettare la rielezione – nonostante tutti gli scontri, tutte le divergenze che avevano avuto negli anni in cui era primo ministro-  ma non riuscì a scalfire la sua convinzione di lasciare per sempre il ponte del comando.

Addio vecchio generale! Tu sapevi bene che l’Italia non sarebbe mai stata quella che avevi sognato in gioventù, ma ci hai insegnato che il nostro dovere era di continuare a sognarla, ed amarla lo stesso.

Paolo Peluffo