Intervista in esclusiva per la Società Dante Alighieri al Direttore di Rete Paolo Ruffini, considerato tra i principali innovatori dei linguaggi e dei programmi televisivi italiani.
 
Come giudica quantitativamente/qualitativamente la presenza di programmi/rubriche di cultura nelle tv italiane?
 
Come prima risposta direi "insufficiente", su tutti i due punti di vista. Poca presenza nei palinsesti e poco seguito. Ma facendo una considerazione più ampia, posso dire che la televisione nella sua interezza è di per sè una proposta culturale. Ci si chiede però quale cultura si sta diffondendo, cioè quanto sia carica di memoria o di smemoratezza, di approfondimento o di superficialità. E' sbagliato pensare che la proposta culturale sia una nicchia all'interno della comunicazione di massa. Il dovere dei comunicatori di massa è quello di innalzare il livello culturale medio di un Paese. Dobbiamo porci il problema del gradiente culturale di tutti i programmi, perché comunque tutti fanno cultura. Fa cultura uno show di intrattenimento, fa cultura un talent. Non ci limitiamo a considerare una categoria delimitata dall'oggetto narrato come campo delle trasmissioni culturali. In realtà lo sforzo che la televisione tutta dovrebbe fare è di considerare la sua intera proposta culturale e far sì che abbia al suo interno uno sforzo di innalzamento del livello culturale del Paese. Una delle migliori trasmissioni culturali italiane è "Che Tempo che fa" (ndr Rai3, di Fabio Fazio). Tra i "guai" della televisione possiamo per fortuna dire che si è riusciti a portare una trasmissione culturale su ben due prime serate, che non è cosa comune. Di certo possono nascerne altre, ma ripeto è importante riconsiderare tutto il linguaggio televisivo che mescola i diversi generi narrati.
 
Perché si legge poco in Italia? cosa possono fare i mass media per promuovere la lettura o quanto meno l'interesse verso prodotti culturali e formativi?
 
Il problema è legato alla scuola, alla formazione, alla lettura nella scuola. Ma non solo in Italia. Certo, la nostra epoca ci obbliga alla lettura veloce, ossia al consumo velocissimo delle informazioni sui dispositivi elettronici che ha disabituato fasce crescenti di popolazione, che non hanno voglia di prendersi il tempo per un libro, che ha una fruizione più lunga. Quindi credo che la causa sia questa. I mass media possono incentivare la lettura dei libri, se assumono come criterio quello che dicevo prima; la promozione della lettura non avviene con l'alibi comodo di una trasmissione dedicata agli addetti ai lavori e ai "già lettori". Ma avviene incuriosendo chi lettore non lo è, in tanti modi. Bisogna incuriosire all'approfondimento, rendere evidente il bisogno di capire meglio i temi che stai trattando. E' attraverso strumenti come i libri, la musica, gli itinerari culturali, i link che invogli le persone ad andarsi a comprare un libro.
 
I social networks quanto stanno modificando il linguaggio giornalistico. I lettori e gli ascoltatori sono preparati a questi cambiamenti o "rincorrono" i vostri codici?
 
Il linguaggio si sta modificando tanto e fa parte di un processo continuo della storia del linguaggio, che continuamente cambia, con o senza i social. Il linguaggio di sua natura si modifica, proprio perchè è vivo.  Se non fosse vivo sarebbe morto, non sarebbe linguaggio e non favorirebbe una relazione. Non bisogna essere sgomenti e demonizzare i nuovi linguaggi. Bisogna piuttosto inserirli dentro un percorso comunicativo dove ogni linguaggio ha la sua specificità e poi rimandare ad altri linguaggi.  Bisogna ad esempio abituarsi a delle frasi brevi, a delle comunicazioni concise ma che di per se non sono sostitutive delle altre.  Proprio perché il lettore è una persona curiosa e vive nel suo tempo, quindi preparato per definizione.  Non può esistere una cultura sradicata dal proprio tempo, che vive in un arrocco extratemporale.
 
Invece di usare una parola in inglese o straniera o di uso comune, preferisce usare la traduzione italiana? O sceglie caso per caso?
 
Io scelgo a seconda dei casi. Il linguaggio ha una sua forza e quindi credo che le parole si pongano al nostro linguaggio a seconda dell'uso. Se la parola di uso comune non è italiana non ha senso tradurla. Se esiste una parola di uso comune italiana non ha senso affidarsi alla parola di uso comune non italiana.  Il fatto che la lingua italiana possa introiettare parole di di altri linguaggi, rende la lingua ricca. Non è una resa ad altri linguaggi. Del resto è sempre avvenuto. E' la vita che forgia le parole nel fuoco delle relazioni. Non è mero esercizio di una traduzione.
 
Quale libro sul comodino di casa?
 
"Il Romanzo della nazione" di Maurizio Maggiani.  Un bellissimo libro di uno dei miei autori preferiti  che si colloca nel solco di racconti collettivi della memoria di un Paese.
 
La modernità di Dante. Perchè gli Italiani devono ricordare Dante, ciò che ha scritto e sostenuto nella sua epoca?
 
Dante al di la del suo settecentocinquantenario è un poeta che ci interpella sempre, qui ed ora. Questa è la ragione per cui dovremmo leggerne e parlarne. Questo è il motivo per cui TV2000 ha realizzato un nuovo programma di Franco Nembrini che andrà in onda dal 7 dicembre, un programma che andrà in 34 puntate su Dante e le sue opere. Lo sforzo che abbiamo fatto è di comunicare che quello che il Sommo Poeta scrive non riguarda gli uomini e le donne di secoli fa, ma bensì gli uomini e le donne di tutte le epoche. Solo i grandi intellettuali e artisti sanno rendere universali i loro messaggi.
 
Valerio De Luca