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Ogni settimana consigliamo una nostra selezione tra narrativa e saggistica di autori italiani. Buona lettura!
 
Sotto le ciglia chissà
Fabrizio De André
Mondadori
240 pagine - 19,50 euro
 
 
De Andrè annotava in maniera istintiva e quasi maniacale impressioni, ricordi, detti popolari imparati nei carruggi di Genova o appresi dai contadini della Gallura, ricette, citazioni. In questo mare di appunti si trovano le idee che avrebbero dato vita alle sue canzoni, trasformate poi nelle parole che potevano essere collocate negli "spazi stretti" lasciati dalla musica grazie ad un lavoro di artigiano meticoloso e alla ricerca di un solo termine, il migliore e più agile, in grado di restituire tutta l'idea originale. I discorsi che pronunciava sul palco, le risposte ai giornalisti o i versi delle canzoni erano tutti frutto di un lavoro lungo e complesso originato dal desiderio di comunicare senza equivoci: tra i suoi appunti infatti si leggono riflessioni a volte contraddittorie, numerose varianti della medesima frase così come l'annotazione nitida di tutti i "saluti pubblici a privatissimi affetti" da fare durante la tappa di un tour. Le pagine di questo libro, quindi, sono una selezione che speriamo possa suscitare lo stesso nostro senso di sorpresa. Così come ci auguriamo che l'eterogeneità dei contenuti riesca a sottolineare il sapore delle carte di Fabrizio, raccolte negli anni da Dori Ghezzi e oggi conservate al Centro Studi a lui dedicato presso l'Università di Siena. 
 
Fabrizio De André (Genova 1940 ' Milano 1999) è uno dei cantautori italiani più carismatici. La sua voce e le sue poesie, caratterizzate da una forte umanità e da ricerca costante, cantano temi universali che uniscono generazioni diverse.
  
 
Italia a scatti. Il racconto dei grandi fotografi
Giuseppe Matarazzo
Electa editore
Pag. 160, euro 20
 
 
“La fotografia sta morendo per eccesso di successo”.
È il paradosso di Ferdinando Scianna. Forse non andrà così e la fotografia si salverà, ma il dubbio, guardando a ciò che avviene nella società dell’immagine, rimane: settanta milioni di foto al giorno caricate solo su Instagram, realizzate con il nostro inseparabile smartphone; gallery dei siti di informazione che usano immagini più come riempitivi o specchietti per le allodole che vera testimonianza visiva. Miliardi di scatti per raccontare cosa?
Vanità, voyeurismo o vera narrazione sociale? Cosa resterà un giorno di questo flusso instancabile di immagini, e se avranno ragione gli scettici, lo scopriremo fra molti anni. Quel che è sicuro, è che se oggi possiamo raccontare la nostra storia e chi siamo lo dobbiamo a una generazione di fotografi che l’Italia l’ha girata palmo a palmo, e scatto dopo scatto ha colto quello che stava succedendo e cosa valesse la pena documentare prima che andasse perduto.
Con un motto che oggi fa molto “antico”: “Capire, prima di fotografare”. Grandi fotografi che hanno osservato gli ultimi cinquant’anni dell’Italia sapendo aspettare l’istante buono, da dietro un obiettivo dai tempi analogici e umani, senza la fretta di aggiornare il proprio profilo social o di inviare tempestivamente una mail alle agenzie o di bruciare il sito concorrente.
 
Giuseppe Matarazzo, 39 anni, è nato a Siracusa e vive a Milano. 
Giornalista, lavora nella redazione cultura del quotidiano “Avvenire”. 
Laureato in Scienze politiche all’Università di Urbino, si è specializzato in politiche territoriali. Ha conseguito il primo master in giornalismo “Leonardo Mondadori”. 
Per l’azienda di Segrate ha lavorato nei settimanali “Tu”, “Sorrisi e Canzoni” e “Star Tv”. 
I suoi inizi in Sicilia, alla “Gazzetta del Sud”. Ha collaborato negli anni con varie testate, fra cui “L’Osservatore Romano”, “Prima Comunicazione”, “Campus”, “Panorama.it”. Con Electa ha pubblicato Api. Ottant’anni di storia (2014). 
 
 
Pesce d’aprile. Lo scherzo del destino che ci ha reso più forti.
Cesare Bocci, Daniela Spada
Sperling & Kupfer
19 euro, 215 pagine
 
 
La prima domenica a casa dopo il parto con la piccola Mia che aspetta di essere allattata, poi un improvviso dolore cancella tutto. È il 1° aprile 2000. Daniela Spada si risveglierà dal coma dopo venti giorni per ritrovarsi in un incubo ancora più grande: il lungo percorso per riprendersi dalle conseguenze di un ictus bastardo che ha colpito il cervelletto. 
«Non camminerà più», avverte il medico. «Certo che lo farà!» risponde il suo compagno Cesare Bocci, il volto televisivo di Mimì Augello e di tante fiction di successo, che ha più fiducia nella forza della sua donna che nelle diagnosi. E il tempo gli dà ragione: lottando contro il dolore e lo sconforto, contro un servizio sanitario a volte poco umano, e contro il rimpianto per tutto quello che l'ictus si è portato via – i primi mesi di Mia, il lavoro, la moto, il sax, lo sci d'acqua, il ballo... 
Daniela si è rimessa in piedi, più coraggiosa di ogni pronostico: ha ripreso a guidare, si è inventata una nuova professione e ha recuperato giorno dopo giorno il rapporto speciale con la figlia. 
A distanza di sedici anni, Daniela e Cesare hanno deciso di raccontare la loro storia, per dimostrare che un ictus non è la fine del mondo e, a modo suo, ha lasciato anche inattesi regali: straordinarie prove d'affetto, la scoperta di una forza insospettata, una famiglia sempre più solida. 
Perché, come dice Daniela, «invece di pensare a quello che non potete più fare, pensate a quello che avete in più».
 
Cesare Bocci, marchigiano, attore italiano tra i più noti della sua generazione, sceneggiatore per diletto. Ha cominciato a recitare da ragazzo e da allora la passione non l'ha più abbandonato. Nel 1983 è stato tra i fondatori della Compagnia della Rancia. Trasferitosi a Roma, ha preso parte a numerosi film e fiction, tra cui la fortunatissima serie del Commissario Montalbano, dove interpreta Mimì Augello, il bel vicecommissario sciupafemmine amatissimo dal pubblico. Periodicamente ritorna al suo primo amore, il teatro.