L'autore di "Notturno Bizantino" (Lepre editore) ci parla del suo nuovo bellissimo romanzo che, da qualche giorno, è entrato nella rosa di candidati del prossimo Premio Strega.
 
Ciò che colpisce, dopo aver letto il libro, è che sembra proprio che la storia si ripeta.  Nel 1507, come oggi, l’Europa abbandonò a se stessa la Grecia e la sua cultura. L’Europa in cerca di una unione più stabile. De Pascalis, cosa aggiunge?
 
Forse non è che la storia si ripete, è che i moventi delle azioni umane sono sempre gli stessi. Da un lato stupidità, avidità, cecità; dall’altro impossibilità oggettiva di capire e governare un sistema complesso come il flusso della grande storia. E così il gregge generalmente inconsapevole s’avvia al baratro. A volte c’è qualche singolo abbastanza lucido da capire cosa sta per accadere ma, seppure si trova ai vertici della piramide decisionale - come fu per Giuliano l’Apostata - si rivela comunque impotente a evitare il disastro. E poi, se i cervelli migliori cadono in battaglia, come avvenne nelle due guerre mondiali, o sono costretti a emigrare, come succede da noi oggi, e in loro vece s’immettono nel sistema, peraltro già corrotto e incapace di suo, poveri emigranti ignoranti e analfabeti o quasi, il crollo e il conseguente buio sono alle porte.  L’Europa di domani come l’Africa di oggi, questo vedo e temo. E non riesco a immaginare un luogo del mondo dove un ridotto nucleo di sapienti possa innescare l’iter virtuoso di un nuovo rinascimento.
 
Lei ha affermato di non essere mai stato ad Istanbul (la Costantinopoli del suo romanzo). Secondo lei, con il potere della conoscenza e dell’immaginazione - come fece Salgari, insomma - è possibile ambientare in un luogo peraltro lontano nel tempo, le vicende di un romanzo e renderle credibili?
 
Un plausibile e coerente romanzo storico non si compone viaggiando, ma studiando come un topo di biblioteca. La Costantinopoli del 1453 non si trova a Istanbul, è un luogo dello spirito o, se vuole, è un luogo culturale a metà fra storia e immaginazione. Del resto, per scrivere un buon romanzo storico bisogna attrezzarsi prima con tutto ciò che occorre per fare un vero e proprio viaggio nel tempo: cibo, architettura, pensiero, arte militare, economia, clima, odori, luci, ogni cosa. Poi il viaggio comincia e, se tutto va bene, presto la pagina scritta scompare e tu non sei più al tuo posto di lavoro ma altrove. Quando il “viaggio” finisce e torni, subentra il mestiere: autocritica, lima, controllo delle date e delle fonti, ecc. Poi c’è il "corpo a corpo" con l’agente, con l’editore, con l’editor. E’ la parte più difficile: uno stretto passaggio tra Scilla e Cariddi, cioè tra la difesa del proprio lavoro e l’attenzione alle giuste osservazioni. 
 
 
In sede di presentazione del libro, ci ha colpiti la frase “in ogni generazione c’è una Costantinopoli da difendere”. Ce la spiega meglio?
 
Costantinopoli è un luogo dello spirito anche in questo senso. E’ emblema, simbolo ricorrente. Vede: il tempo e la Storia erodono tutto, il buono e il cattivo. Spetta a ogni generazione riconoscere e difendere quanto di buono è stato fatto e combattere crudeltà, errori, egoismi. Non tutte le guerre si combattono con le armi in pugno. Ci sono guerre che si vincono o si perdono (e comunque uccidono) senza che sia stato sparato neppure un colpo di pistola. Oggi i popoli si conquistano e si tengono sottomessi con il dominio della finanza e dell’informazione più che con le armi. Almeno in questa parte del mondo.
 
Lei ha detto che per scrivere un buon libro bisogna ispirarsi a Dante, a “Il Giardino dei Finzi Contini” di Bassani, a “ l deserto dei tartari” di Buzzati e al “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Cosa hanno di straordinario questi testi?
 
Ho citato Bassani per la precisione della lingua, Buzzati per la suggestione dell’atmosfera e Tomasi di Lampedusa per la bellezza della trama. E ho aggiunto che un capolavoro letterario deve riunire in sé questi tre elementi. “La Divina Commedia” ne è l’esempio più alto.
 
La letteratura italiana ha prodotto bellissimi romanzi storici. Quali sono i suoi preferiti?
 
A non voler considerare Manzoni, appannato nel ricordo dal pessimo uso che se ne è fatto in decenni di pedanti lezioni scolastiche, direi De Roberto, Nievo, Bellonci