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La riscoperta del dialetto nella canzone 'pop' risale grosso modo agli anni Novanta, quando molti gruppi soprattutto meridionali (ma c'erano anche i veneti Pitura Freska) lo utlilizzavano per canti di protesta che andavano anche indietro nella storia. Ancor prima, nel 1979, Eugenio Bennato e Carlo D'Angiò scrissero "Brigante se more", per lo sceneggiato Rai "L'Eredità della Priora". Proteste più contemporanee per Almamegretta, Sud Sound System e Il parto delle nuvole pesanti animarono la scena musicale degli anni Novanta, con produzioni in dialetto che trovarono un nuovo pubblico. 

La capacità di accogliere innovazione nelle strutture metriche, linguistiche, armoniche della musica popolare è straordinaria. Lo dimostra la sorprendente versione jazz del classico calabrese "U ciucciu miu", fatta da Saverio Schettini. Eccola qui nella versione più ‘convenzionale’, di Mino Reitano.

A Peppe Voltarelli, solista dal 2006 ma co-fondatore del gruppo folk-rock sperimentale Il parto delle nuvole pesanti (1991), abbiamo chiesto di raccontarci il suo punto di vista sul rapporto tra dialetto e lingua italiana nei testi delle sue canzoni e la sua esperienza con le comunità italiane all’estero, dove è chiamato a esibirsi da alcuni Istituti di Cultura, dalle associazioni e dalle comunità italiane.

 

Anche nel tuo ultimo lavoro, “Lamentarsi come ipotesi”, ci sono brani in dialetto e altri in lingua italiana. Qual è il tuo punto di vista sul rapporto tra il dialetto e le lingue?

Nel 2000, a Bologna, pubblicai un libro di poesie dal titolo "Raggia" (Edizioni Emir). Accanto ai versi in dialetto c'era la traduzione in inglese, senza il passaggio dall'italiano, e si trattò di un esperimento-provocazione molto interessante perché poneva il dialetto in una posizione di assoluto privilegio. Per comprendere il testo, il lettore non calabro-meridionale avrebbe dovuto usare l'inglese senza passare per la lingua ufficiale. Fu un modo anche buffo per diffondere il nostro dialetto, in una modalità ‘meticcia’ basata su una scrittura nuova, diretta, anche se probabilmente poco rispettosa delle tradizioni.


Quando componi le tue canzoni, quando scrivi in calabrese e quando lo fai in lingua italiana?

Il dialetto è la lingua non mediata, quella ‘della pancia’, diretta, abitudinaria, quella delle bestemmie dei quartieri popolari, quella del paese e la lingua dei giochi. L'italiano è stata sempre la lingua delle scuole, delle istituzioni, la lingua ufficiale. Il dialetto, quindi, è anche trasgressione. Un tempo del dialetto ci si vergognava, e si cercava di nascondere gli accenti come si trattasse di una cosa negativa da cui emanciparsi. Ho scritto la prima canzone in dialetto (“Raggia”, 1989) senza pensarci: diretto, con l'impeto del giovane musicista di provincia.

Successivamente è iniziata la ricerca delle origini, i poeti, il teatro e tutto ciò che sarebbe servito per arricchire una consapevolezza: che il dialetto è una risorsa culturale di grande forza e significato. Dal punto di vista tecnico, italiano e dialetto nelle mie composizioni vivono un rapporto non facile; è un fatto legato allo spazio e all'importanza che in fase di scrittura viene concessa ad una o all'altra lingua. Attualmente le mie canzoni in italiano sono distinte da quelle che scrivo in dialetto, ma un tempo ci fu un tentativo di cantare e scrivere dove le lingue convivevano, magari con la strofa in italiano e il ritornello in dialetto. Poi la scrittura in dialetto ha preso la sua strada, e quasi spontaneamente ha trovato le sue canzoni, ad esempio ho cominciato a cantare in dialetto le ballate dei pezzi con il pianoforte.

Credo che il dialetto in Italia sia una lingua sconfitta dalle istituzioni, non protetta, e non diffusa dalle radio e dalla stampa. Perciò la sua pratica è diventata un atto di coraggio e di passione, praticamente senza sfondo commerciale, una sorta di legame sentimentale attraverso il quale assicurare le proprie idee, e custodirle a salvaguardia dei contenuti più cari.


Roccu u stortu, canzone contro la guerra dalla quale fu anche tratto un omonimo spettacolo teatrale, ha la poesia di un mondo ai margini. Il dialetto illumina il mondo degli ‘invisibili’ meglio della lingua ufficiale?

Con il gruppo iniziammo a scrivere in dialetto perché facevamo parte di un movimento musicale più ampio. Decine di band sposavano la ‘causa del dialetto’: dai Mau Mau ai Modena City Ramblers, Agricantus e Pitura Freska, Tinturia, Sud Sound System, 99 Posse e Almamegretta. Noi rappresentavamo la Calabria.

“Roccu u stortu” fu un’opera teatrale, un monologo scritto da Francesco Suriano e recitato e diretto da Fulvio Cauteruccio, dove il dialetto era la dominante poetica della storia. Questo povero soldato sul fronte del Carso durante la grande guerra, attraverso la lingua dei suoi padri faceva fluire i suoi ricordi, la sua rabbia e il suo amore.

Per noi è stato molto importante il rapporto con il dialetto inteso come lingua viva, parlata, moderna, mescolata con nuovi termini gergali (slang), capace di abbattere differenze territoriali e campanili. Un dialetto attuale e ironico, pronto a raccontare tutte le peripezie di degli emigranti e dei fuori sede, ma anche di far innamorare di nuovo della propria lingua chi ci aveva ‘litigato’.


Mi racconti la storia di “Serenata mai sonata”? Quanto è attuale la guerra che si racconta nel brano? Dove la collocheresti in un atlante dei conflitti contemporanei?

Avevamo già, nel gruppo, una forte componente antimilitarista. Credo che nessuno di noi avesse fatto il servizio di leva ("Diserzione" faceva parte del primo disco, "Alisifare", del 1993). Il 1° maggio 1999, in piazza San Giovanni a Roma, inscenammo una protesta salendo sul palco tutti vestiti da soldati, per ricordare il conflitto nei Balcani. Nel 2001 partecipammo ad un viaggio in Irak, prima dello scoppio della seconda guerra del Golfo, con una carovana di artisti italiani per offrire la nostra solidarietà al popolo iracheno sotto embargo.

Quando Fulvio Cauteruccio ci parlò dello spettacolo su Roccu per la prima volta, fummo affascinati dal modo di raccontare la prima guerra mondiale, la trincea, il corpo a corpo e le baionette. Roba di un altro secolo, accompagnata da alcune musiche legate alla tradizione che dovevano funzionare come la memoria del protagonista. Scrissi tre canzoni in dialetto con il testo ispirato alle vicende del protagonista e "Serenata" raccontava la morte del soldato: un momento molto intenso dello spettacolo che descriveva non solo la violenza, ma anche la solitudine della guerra.

Da quel brano in poi, la ballata in dialetto è diventata una nostra caratteristica, come se l'introspezione potesse penetrare meglio la profondità dei sentimenti proprio attraverso le corde del dialetto.

I tuoi spettacoli all'estero richiamano il pubblico delle comunità e degli emigrati italiani. Ci racconti questo pubblico e l'Italia vista da 'laggiù'?

Cerco sempre di coinvolgere la comunità italiana all'estero attraverso le associazioni, i circoli culturali, le radio, le librerie, le riviste e i produttori indipendenti. Ad esempio, gli istituti Italiani di Cultura hanno sempre supportato il mio lavoro invitandomi a iniziative e Festival e le classi di lingua sono molto interessate al mio progetto. Io sono felice di dare il mio contributo raccontando l'Italia vista da un cantautore.

Ho lavorato molto sulla tematica dell'emigrazione e del viaggio ("Doichlanda", 2003, da cui è tratto "Onda calabra" [NdR: è nella colonna sonora di Qualunquemente, di Antonio Albanese], o "La vera leggenda di Tony Vilar", 2005 entrambi lavori di Giuseppe Gagliardi). In questo percorso, l'amicizia e la vicinanza alla comunità all'estero mi hanno aiutato molto. Ci sono i luoghi storici dell'emigrazione italiana, come gli Usa oppure l'Argentina, il Belgio la Germania, dove anche numericamente l'italiano ha una rilevanza maggiore. Ci torno spesso e ho un pubblico che mi supporta da anni, ma frequento anche paesi dove la comunità italiana è piccola oppure l'emigrazione è recente, come nella Repubblica Ceca, alla quale ho dedicato anche il titolo di un album ("Ultima notte a Malà Strana"). Mi piace vedere questo lavoro come quello di un pioniere o di un esploratore che mescola lingue e musiche alla ricerca di nuove strade. Il momento più interessante, allora, è quando il pubblico ha una connotazione internazionale e la lingua è solo una delle tante direttrici su cui si muove la comunicazione.

L'immagine della Calabria nel mondo è diversa da quella di 'un certo meridione'?

La forza dello stereotipo è grande e la sua potenza difficile da scalfire. Per chi, come me, si muove da piccolo artigiano, è una grande sfida. Hai presente la focaccia di Altamura e di quella volta che sconfisse il Mc Donald’s? La canzone in dialetto è come una focaccia di Altamura.

Per ciò che riguarda l'immagine della Calabria, mi piace pensare ad un’immagine mossa, una foto mai troppo precisa, in movimento: una tavolozza dove ognuno ha il compito e la responsabilità di rappresentare questa immagine. Io faccio il possibile per restituire un idea della mia terra quanto più vicina al reale raccontando sia lo stereotipo con cui ironizzo e amaramente scherzo che le esperienze importanti, la rinascita culturale e la politica dell’accoglienza, i laboratori creativi, canzoni e opere teatrali, che sono il vero tesoro. Siamo al centro del Mediterraneo: un posto pieno di contraddizioni, ma vivo e pulsante, riferimento per tanti popoli.

A parte quello di Otello Profazio, al quale hai dedicato un recente lavoro teatrale, qualche altro nome di artista calabrese che consideri importante?

Otello Profazio è il nostro Johnny Cash, un cantastorie che da 60 anni canta e scrive in dialetto il nostro folk. Tra ricerca, innovazione e ironia ha realizzato un repertorio sterminato di poesia e canzoni, che sentivo necessario cantare come atto di appartenenza e di continuità per me e per le nuove generazioni. Tra i grandi autori del Novecento ricordo Repaci, Alvaro, Strati. Tra i nuovi autori, Criaco, Cangemi e Dara. Il piano e la voce? Sergio Cammariere. Poi ci sono i cantautori affermati come Dario Brunori o i nuovi come Carmine Torchia, c’è la tradizione appassionata di Mimmo Cavallaro e infine Francesco Loccisano.

 

Per altre informazioni su Voltarelli, il sito web ufficiale è www.peppevoltarelli.net (fonte immagini)


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