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L'apertura al mondo, la prospettiva interculturale, una grande curiosità: parti essenziali del patrimonio culturale e genetico di Elio Vittorini. Nato a Siracusa il 23 lluglio 1908, e scomparso a a Milano, città che amava moltissimo, nel 1966. Cinquant’anni dopo, Milano lo ha ricordato con un convegno sul suo rapporto con la città “politecnica”, svoltosi tra 19 e 20 febbraio 2016 nelle università Statale e Cattolica.

Così sintetizza l'excursus giornalistico di Vittorini il professor Giuseppe Lupo: “Ha esercitato il magistero stilistico e politico, letterario e civile, dall’epoca del “Politecnico” (1945-1947) fino all’epilogo del “Menabò” (1959-1967), senza mai smettere di credere nelle armi della cultura, che è innanzitutto epifania di libertà, vocazione a cambiare il mondo e a narrare il cambiamento attraverso la carta e l’inchiostro che si accumulano sui ripiani delle biblioteche.” (“Avvenire“, 11 febbraio 2016), 

La professoressa Giovanna Rosa, organizzatrice dell’incontro del 19 febbraio presso Unimi, commenta così il rapporto tra il grande intellettuale siracusano e la città di Milano: “Più di ogni altro [Vittorini] ha saputo interpretare lo spirito e la civiltà del capoluogo lombardo, città capace di rimescolare il mondo, come dice Franco Loi”. Milano come città del futuro, la città dove Elio Vittorini lavorò lungamente per l’Editore Einaudi, tra l’altro per la collana "Nuovo Politecnico".

Qui Vittorini conobbe e frequentò un gruppo di amici del tutto eccezionale: c’erano Giulio Einaudi, Leone Ginzburg e la moglie Natalia (nata il 14 luglio di 100 anni fa), ma anche Norberto Bobbio, Franco Antonicelli, Cesare Pavese e Massimo Mila. Molti appartenevano anche al gruppo del Liceo Massimo d’Azeglio.

L'intreccio tra politica e letteratura improntato da Giulio Einaudi nell’omonima casa editrice era condiviso dai suoi collaboratori: nella sua redazione romana troveremo Cesare Pavese, a Torino Massimo Mila, e proprio lui, Vittorini, a Milano. Tutti attivamente partecipi ai moti della Resistenza, guardavano ai grandi temi della democrazia e della libertà su ispirazione ideale gobettiana. Il 15 febbraio si sono compiuti 90 anni dalla scomparsa di Piero Gobetti.

Per Franco Antonicelli “La pratica della libertà” era questo: “La democrazia non cala dall'alto. Non la fanno i colonnelli, ma non bastano a crearla nemmeno i più savi legislatori. La democrazia ha le sue leggi, che possono rimanere inerti; le mette in movimento solo l'esercizio che ne fa il popolo.

E nel nome di una libertà ‘agita’ dal popolo Vittorini si portò dentro e intorno l’ispirazione einaudiana, tra utopia e sogno, guardando al futuro, e incidendo anche nel dibattito linguistico dalle pagine del “Menabò”. La rivista-collana diretta in collaborazione con Italo Calvino (solo per i primi tre numeri) accolse la seguente posizione critica di Vittorini sulla marginalizzazione della cultura umanistica a causa dei “nuovi Arlecchini della commedia sociale di questo nuovo Seicento”, ossia gli scrittori.

Nello storico numero 4 della stessa rivista, nel 1961 Vittorini parlava della necessità di una letteratura “industriale, che non sia portatrice soltanto di nuove tematiche, ma anche di un nuovo linguaggio”. Una ricerca espressiva e linguistica, dettata dal cambiamento storico nel quale l’Italia muoveva i suoi passi di giovane repubblica.

L'internazionalismo culturale, venuto dopo la sospensione nazionalistica degli anni Venti-Trenta (ben diversa da quella risorgimentale e mazziniana) si intensificarono i contatti degl iitaliani con le culture delle altre nazioni europee e mondiali, accanto al fiorire delle traduzioni. Consulente della Mondadori per la “Medusa degli stranieri”, e poi per i “Nuovi scrittori stranieri”, Vittorini nei suoi ultimi anni preparava il progetto di “Gulliver”, una rivista che coinvolgeva Calvino e Pasolini, Blanchot e Karl Heinz Enzensberger, Roland Barthes e Gunther Grass e altri ancora.

Il suo “Diario in pubblico” del 1957 delinea la poetica di Vittorini: “Io penso che ci sia molta umiltà nell'essere scrittore. Lo vedo come fu in mio padre, ch'era maniscalco e scriveva tragedie, e non considerava il suo scrivere tragedie di più del suo ferrare cavalli.

 


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