Giuseppe Antonelli insegna Storia della lingua italiana all’Università di Cassino, collabora all’inserto “La lettura” del Corriere della sera e conduce su Radio Tre la trasmissione settimanale La lingua batte. Tra i suoi ultimi lavori: Comunque anche Leopardi diceva le parolacce. L’italiano come non ve l’hanno mai raccontato (Mondadori, 2014); la curatela, con Matteo Motolese e Lorenzo Tomasin, della Storia dell’italiano scritto (Carocci, 2014) e la collaborazione con Luciano Ligabue per il suo La vita non è in rima (per quello che ne so). Intervista sulle parole e i testi (Laterza, 2013).
 
 
Come giudica quantitativamente/qualitativamente la presenza di programmi/rubriche di cultura sulla radio italiana? 
 
Credo che Radio 3 stia facendo in questi anni un lavoro straordinario per far sì che la cultura in Italia avanzi ogni giorno almeno Un millimetro in là (come recita il titolo del libro di Marino Sinibaldi) e sono felice e orgoglioso di poter dare ogni settimana il mio piccolo contributo. Grazie al digitale terrestre, poi, la cultura è finalmente di casa anche in televisione. Penso a canali tematici come Rai Storia, Rai 5 o Rai Scuola, in cui si trovano spesso programmi di altissimo livello.  
 
 
Perché si legge poco in Italia? Cosa possono fare i mass media per promuovere la lettura o quanto meno l’interesse verso prodotti culturali e formativi? 
 
In Italia si legge poco anche perché la lettura è presentata come qualcosa di grave e serioso. Non mi ricordo dove, ma ho letto qualche tempo fa un aneddoto: sugli spalti dello stadio Olimpico, durante una partita noiosa, si sente a un certo punto una voce che dice “Che palle, me pare che sto a lègge un libro!”. L’interesse si crea parlando dei libri come di qualcosa che rende la vita più interessante e divertente. Parlandone anche in trasmissioni d’intrattenimento, o cercando di fare intrattenimento anche in trasmissioni dalla più netta vocazione culturale. E poi – e questa è la cosa più difficile – più che parlare dei libri, bisognerebbe riuscire a raccontarli. Proprio come faceva Baricco nelle sue trasmissioni televisive. 
 
 
I social networks quanto stanno modificando il linguaggio giornalistico ? I lettori sono preparati a questi cambiamenti o “rincorrono” i vostri codici? 
 
I social network - insieme con le e-mail, con le chat, con i vari tipi di messaggeria istantanea -  stanno cambiando il linguaggio. Il nostro linguaggio: quello di noi tutti, non solo il linguaggio giornalistico. Grazie a questi nuovi mezzi, tutti ormai scriviamo e leggiamo tantissimo. Molto di più di quanto non si sia mai fatto. Anche persone che fino a quindici anni fa non avrebbero letto o scritto nemmeno un rigo. Solo che tutti ci stiamo abituando a un tipo di testo diverso da quello tradizionale. La vera novità dell’e-taliano (come ormai viene chiamato l’italiano digitale) va cercata proprio nella frammentarietà dei testi. Testi non solo brevi, ma incompleti, perché – per esprimere a pieno il loro senso – hanno bisogno quasi sempre di un elemento esterno. Vale per i dialoghi in chat, in cui ogni battuta si appoggia a quella dell’interlocutore. Vale a maggior ragione per i post nei social network, in cui la multimedialità di link e immagini non è più un’espansione ma una condizione necessaria. 
 
 
Come è cambiato il vostro rapporto con i radio ascoltatori negli ultimi anni? Quanto sono stati determinanti i social networks? 
 
Nel gruppo Facebook - https://www.facebook.com/groups/266491950145853/?fref=ts - della trasmissione La lingua batte - http://www.lalinguabatte.rai.it/dl/portaleRadio/Programmi/Page-77e8c887-aece-49af-810f-ccaf5251cf7c.html?set=ContentSet-5a009228-24e7-4851-84a8-9755a8bd4809&type=A - si discutono spesso articoli (apparsi su carta o nel web) che trattano di questioni relative alla lingua. Si segnalano neologismi, si ride di qualche strafalcione, si affrontano temi forti come il rapporto con la lingua inglese, e a volte anche singoli e minuti dubbi di sintassi. Si parla spesso di dialetti e di italiani regionali. La cosa più bella è che tutto questo crea un vero dialogo con gli ascoltatori. Più che un commento alle puntate precedenti, il gruppo Facebook rappresenta una premessa per le puntate future. Chiunque, ponendo quesiti o proponendo nuovi argomenti,  può contribuire creativamente alla puntata della settimana successiva. Da questo punto di vista, La lingua batte è un po’ come quei romanzi d’appendice la cui trama poteva essere modificata in qualunque momento dalle lettere giunte in redazione. Solo che nel nostro caso i personaggi sono fenomeni linguistici: invece di Misery non deve morire, a noi scrivono "A me mi" deve sparire.
 
 
Invece di usare una parola in inglese di uso comune, preferisce usare la traduzione italiana? O sceglie caso per caso?
 
Uso l’italiano tutte le volte che posso: ovvero quando la parola inglese non è altro che un superfluo doppione rispetto a una parola italiana. Ma ci sono casi – e non sono pochissimi, ormai – in cui sostituire le parole inglesi è tutt’altro che semplice. Poco sopra, per dire, entrambi abbiamo parlato di social network: un’espressione come reti sociali non avrebbe funzionato altrettanto bene, anche perché nessun utente si sognerebbe di chiamarli così. Già Leopardi scriveva che «rinunziare o sbandire una nuova parola o una sua nuova significazione (per forestiera o barbara ch’ella sia), quando la nostra lingua non abbia l’equivalente o non l’abbia così precisa e ricevuta in quel proprio e determinato senso; non è altro, e non può esser meno che rinunziare o sbandire, e trattar da barbara e illecita una nuova idea, e un nuovo concetto dello spirito umano». E aggiungeva, con malcelata amarezza: «se noi italiani non volevamo usar parole straniere nella filosofia moderna, dovevamo formarla noi. Quelle discipline che noi abbiamo formate (per esempio l’architettura) hanno i nostri vocaboli anche presso le altre nazioni».