Ogni settimana consigliamo una nostra selezione tra narrativa e saggistica di autori italiani. Buona lettura!
 
Volgare eloquenza. Come le parole hanno paralizzato la politica
di Giuseppe Antonelli
Laterza
pagine 144, 14 euro
 
Nel momento stesso in cui si mitizza il popolo sovrano, lo si tratta in realtà come un popolo bue. Qualcuno a cui rivolgersi con frasi ed espressioni terra terra, cercando di risvegliarne bisogni e istinti primari. Da questa idea di popolo discende un’eloquenza volgare, rozza, semplicistica, aggressiva.
L’epoca in cui viviamo si definisce post-ideologica. È il tempo della post-politica e della post-verità. Ovvero (cambiando l’ordine degli addendi, la somma non cambia) politica e verità da post. Parole e slogan virali che fanno il giro della rete propagandando spesso opinioni su fatti mai esistiti. Quello a cui ci si riferisce con questa sfilza di post è, in realtà, un pensiero prepolitico. E la lingua che lo veicola, più che una neolingua, è una veterolingua che invece di mirare al progresso vorrebbe farci regredire, riportandoci agli istinti e alle pulsioni primarie. Indietro, o popolo!
Dal «Votami perché parlo meglio (e dunque ne so più) di te» si è passati al «Votami perché parlo (male) come te». Come la pubblicità, come la televisione, anche la politica alimenta il narcisismo dei destinatari, i quali – lusingati – preferiscono riflettersi che riflettere. Il meccanismo del ricalco espressivo innesca una continua corsa al ribasso. Un circolo vizioso che toglie al discorso politico qualunque forza propulsiva, qualunque dinamismo. Non una risposta ai bisogni degli italiani, ma pura ecolalia: ripetizione ridondante. Così le parole stanno paralizzando la politica.
 
Giuseppe Antonelli insegna Linguistica italiana all’Università di Cassino, collabora all’inserto “La lettura” del “Corriere della Sera” e conduce su Radio Tre la trasmissione settimanale La lingua batte. Dal 2015 racconta storie di parole nel programma televisivo Kilimangiaro, in onda la domenica su Rai Tre. Tra i suoi ultimi lavori, Comunque anche Leopardi diceva le parolacce. L’italiano come non ve l’hanno mai raccontato (Mondadori 2014), Un italiano vero. La lingua in cui viviamo (Rizzoli 2016) e L’italiano nella società della comunicazione 2.0 (Il Mulino 2016). Per Laterza ha, tra l’altro, curato il libro intervista con Luciano Ligabue, La vita non è in rima (per quello che ne so) (2013).
 
 
La solitudine del punto esclamativo
di Massimo Arcangeli
Il Saggiatore
19 euro, pp. 336
 
Ogni lettera, numero e segno tipogra co custodisce una storia millenaria, e La solitudine del punto esclamativo è il racconto dei racconti su un’evoluzione simbolica dei caratteri  no alla loro trasformazione contemporanea.
I segni gra ci che utilizziamo ogni giorno hanno origini antiche e misteriose. Ci sono stati tramandati da pitture rupestri, iscri- zioni precolombiane e papiri, poi dalle opere di  loso , mate- matici e poeti; sono stati immortalati con l’inchiostro di un cala- maio o di un torchio,  no alla loro comparsa sulle ingombranti tastiere delle prime telescriventi o dei computer e, oggi, sui tou- chscreen di tutti gli smartphone. Lettere, segni di interpunzione, numeri arabi e romani: arte ci e custodi dell’umanità, da sempre questi segni testimoniano la nostra storia, raccontano le leggen- de,  ssano le conquiste scienti che, le conoscenze geogra che e le fatiche letterarie: senza di loro non conserveremmo alcuna memoria e non sarebbe possibile alcuna evoluzione.
Ma come nasce una lettera? Come si è deciso che un punto nel bianco della pagina dovesse rappresentare una pausa lunga? Per- ché il cancelletto e la chiocciola sono diventati così importanti nelle nostre scritture quotidiane? E quali saranno i simboli del futuro? Impareremo a leggere e scrivere su Internet o ancora nel- le scuole? Immergendosi nelle grandi opere del passato – tra le segrete numerologie della Divina Commedia, gli oracoli della Si- billa, gli acrostici di Napoleone – e perlustrando le più recenti tecnologie di comunicazione – Facebook, Twitter, le innumere- voli chat –, Massimo Arcangeli ricostruisce e interroga secoli di profonde mutazioni nelle lingue di tutto il mondo. Con il rigore scienti co della ricerca sapienziale e l’incalzare di una narrazio- ne favolistica, riscopre così negli enigmi, nelle deviazioni e nelle scoperte accidentali dei segni tipogra ci i segni intellegibili con cui decifrare il nostro passato e provare a immaginare il futuro.
 
Massimo Arcangeli è un linguista e critico letterario, ordinario di Linguistica italiana presso l’Università di Cagliari e garante per l’Italianistica nella Repubblica Slovacca. È consulente scienti co per la Società Dante Alighieri e direttore di festival culturali. Collabora con l’Istituto Enciclopedia Italiana Treccani e con numerose testate giornalistiche e radiotelevisive.
 
 
Il marine
di Pier Luigi Vercesi
Mondadori
252 pagine, € 18
 
Il 31 ottobre 1969 le telescriventi di tutto il mondo battono una notizia che ha dell'incredibile. Ralph Minichiello, marine italo-americano di vent'anni, decorato in Vietnam per le sue azioni «eroiche», sta dirottando un aereo decollato da Los Angeles. All'aeroporto di New York, dove il Boeing 707 atterra per rifornirsi di carburante, Minichiello riesce a beffare l'imponente dispiegamento di forze dell'Fbi coordinato da John E. Hoover in persona. L'aereo sembra diretto al Cairo ma all'alba del 1° novembre si ferma a Roma, dove il marine, su un'auto della polizia guidata da un vicequestore, comincia una disperata fuga verso Napoli e il paese in cui è nato, Melito Irpino. Dopo rocambolesche avventure nella campagna romana, viene arrestato e condotto nel carcere di Regina Coeli. Gli inquirenti faticano a credere al suo racconto: un anno, il 1968, vissuto nelle giungle del Vietnam; il torto subìto al suo ritorno negli Stati Uniti; la decisione di sfidare, da solo, il Paese per cui era disposto a sacrificare la vita. Tutto per 200 maledetti dollari. Qualche giorno dopo cominciano a giungere, da ogni parte del mondo, messaggi di solidarietà per il ragazzo capace di sfidare «l'impero» impegnato nella «sporca guerra» diventata l'emblema di tutte le proteste che riempiono le piazze dell'Occidente. Se estradato, Minichiello, che a quattordici anni era emigrato in America con i genitori per fuggire dalla miseria dell'Irpinia colpita dal terremoto, rischia la pena di morte. Ma ormai è un simbolo: la sua vicenda si intreccia, involontariamente, con una storia che parte dalle proteste nelle università americane, passa per il Maggio francese, per Woodstock, la strage di Piazza Fontana a Milano, la ritirata americana dal Vietnam e gli Anni di piombo in Italia. Non è più la bravata di un ragazzo diventato uomo sparando raffiche di mitra in Vietnam ma la parabola di un'intera generazione che mette sotto accusa i propri genitori. Di Minichiello hanno detto che ispirò Rambo, in verità la sua storia è più simile a quella di Forrest Gump. E non è destinata a concludersi in un carcere italiano. Dopo una battaglia giudiziaria romanzesca, con avvocati di Hollywood pronti a scendere nell'agone e la politica italiana che la cavalca, il suo destino lo riporta altre volte sull'orlo del baratro della disperazione e della sfida: da solo contro tutto il mondo.
 
Pier Luigi Vercesi, giornalista del «Corriere della Sera», ha diretto il settimanale «Sette». È autore di diversi saggi, tra i quali Storia del giornalismo americano (con Sofia Basso, Mondadori 2005) e Ne ammazza più la penna. Storie d'Italia vissute nelle redazioni dei giornali (Sellerio 2014), e di documentari televisivi sulla Roma di Nerone, sulla Germania del Novecento e sulla Prima guerra mondiale.