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Siamo a Matera per le letture della maratona dantesca 'Matera InCanta Dante'. È il 2 ottobre 2015, la pioggia battente ha indotto gli organizzatori (il club Unesco di Matera e altri, tra cui la Società Dante Alighieri) a spostare le letture dagli ipogei di Piazza Vittorio ai locali dell'ex carcere di San Rocco, dove fu prigioniero Rocco Scotellaro. Enrique Irazoquifamoso in Italia per aver interpretato il ruolo di Gesù nel "Vangelo Secondo Matteo" di Pasolini, aprirà le letture con i primi versi dell'Inferno. Approfittiamo dell'incontro per chiedergli di raccontare del suo incontro con Pasolini e di quello, precedente, con Dante Alighieri. Per una curiosa coincidenza, il "Vangelo" uscì nelle sale italiane proprio il 2 ottobre 1964 .


D:
 Ci incontriamo qui in occasione di una maratona di letture dantesche, non posso non fare una domanda sul 'nostro' poeta. Come hai incontrato Dante Alighieri?

R: Il mio incontro con Dante è stato precoce. Tra le altre cose ho anche fatto un film, in Spagna, che si chiama Dante no es únicamente severo. Si tratta del film-bandiera della Scuola di Barcellona, che fu girato nell'autunno del 1966, pochi anni dopo il film con Pasolini.
Ma nella mia primissima esperienza con Dante c'è mia madre, che a casa ci leggeva la C
ommedia quando eravamo piccolini. Mia madre è di Salò, sul Lago di Garda. La cosa che ricordo benissimo di quella lettura (avevo 6 o 7 anni) era il Conte Ugolino: "più che 'l dolor poté 'l digiuno" mi sembrava un atto di terrore... Poi, a 28 anni, ho cominciato a leggere da me la Commedia, nell'edizione di Vandelli, che ho portato con me qui a Matera per leggerla questa sera [NdR: in apertura della maratona di lettura]. Ce l'ho su in camera, è il 'mio' Dante.

A 28 anni dunque l'Inferno lo sapevo quasi tutto a memoria. Tre settimane dopo aver iniziato a leggerlo, è diventato per me una rivelazione, la meraviglia della letteratura, 'il' poeta perché ho conosciuto una ragazza spagnola. Aveva 24 anni. Quando mi disse che si chiamava Beatrice lo considerai un segno del cielo.

 

D: Allora l'incontro con Dante è avvenuto su più livelli, possiamo dire così? 

R: Su più livelli e con diverse conseguenze. Io quella ragazza l'ho sposata e abbiamo anche un figlio. Qui, fino a oggi, era finita la mia esperienza con Dante.

D: Ora siamo a Matera. Ricominciamo dall'Inferno nella città che ospitò le riprese del Vangelo secondo Matteo, di Pasolini. Queste due figure sono importanti per la Dante Alighieri. Possiamo proseguire nel racconto parlando del tuo incontro con Pasolini, dopo quello con Dante e Beatrice?

 

R: C'è tanto da dire su Pasolini e tanto da dire anche sull'esperienza mia a Matera. Io non ho una consapevolezza di aver fatto il "Vangelo Secondo Matteo". Mi sentirei un impostore a dirlo. Quello che abbiamo fatto, durante diversi mesi, è stato andare in diversi posti insieme. Roma, Torre di Chia, Barletta, Catania, Taranto, Massafra, Matera e anche Catania, sulla cima dell'Enna. Io 'passavo di là', parlavo con Elsa Morante, parlavo con Giacomo Morante, con gli apostoli, giocavamo a scacchi e a calcio, ogni tanto mi chiamavano per andare di fronte alla telecamera. Mi dicevano cosa dovevo fare, io non ero un attore, e mi suggerivano cose come 'immagina che i farisei siano la polizia franchista' o simili per farmi immedesimare.

Allora questo per me non fu un film, ma quello che dovevo fare per dieci, quindici minuti al giorno. La scoperta fu l'altra: parlare con Elsa Morante, una mia grandissima amica, parlare - e discutere, tanto - con Pier Paolo Pasolini. La consapevolezza di fare un film no, non ce l'ho avuta. 

Ma qui a Matera mi è rimasto un gruppo di amici, diverso da allora, come i Notarangelo [NdR: Mimì Notarangelo è l'autore della foto che compare nell'anteprima e che ritrae Pasolini e Irazoqui sullo sfondo dei Sassi]. 


D: Un approccio personale, insomma, ricordi personali e affetti che durano nel tempo. Parafrasando Carmelo Bene, un artista non è consapevole di quello che fa, quando fa un'opera d'arte. Che cosa ne pensi? 

R: Penso che il "Vangelo Secondo Matteo" era la 'sua' opera [di Pasolini] e lui era molto consapevole di quello che stava facendo. Se facciamo l'esempio di Cervantes, nel 1605 sapeva già benissimo che il Quijote, di cui aveva scritto solo una prima parte, era un capolavoro. Anche Dante sapeva che la Commedia era un capolavoro.

Ma è diverso quando qualcuno fa un'opera e un altro partecipa, come ho partecipato io che non ero nemmeno un attore e non me ne importava niente del cinema. Allora davvero per me il "Vangelo" non era niente di importante, era la scoperta della vita a 19 anni. Quella di trovarmi con tutto quel gruppo di gente che fuggiva dalla Spagna franchista repressiva...


D: Possiamo dire che quello che unifica tutte queste esperienze e contatti è stato il senso di libertà?

R: Sì. Da un giorno all'altro mi ritrovo che fuggo, mi allontano, me ne vado da una famiglia dove il pranzo era alle due, la cena alle nove, si andava all'università, poi le riunioni clandestine per il partito comunista, la fidanzata con cui mi trovavo quando potevo. Tutto programmato. Mio padre mi dava 25 pesetas (250 lire) alla settimana, con cui potevo invitare una Coca Cola alla mia 'novia' (fidanzata, in spagnolo). 

Da un giorno all'altro mi ritrovo a Roma, con Elsa Morante, con Alberto Moravia, Natalia Ginzburg, Sandro Penna, tutti i giorni a pranzo e a cena, poi a casa di Elsa a discutere di tutto, a parlare di tutto e con un mucchio di soldi in tasca. Era la scoperta della libertà, la scoperta di tutto, ma soprattutto era la scoperta della vita.

 

D: Un tuffo integrale nella poesia?

R: Detto così è troppo poetico, è troppo lirico, è troppo esistenziale. Non fu altro che un canto alla libertà.

 

VN

 

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