E’ stata inaugurata venerdì 9 ottobre la grande retrospettiva che il museo “Guggenheim” di New York ha dedicato ad Alberto Burri. L’esposizione, ideata e realizzata per celebrare il centenario della nascita dell’artista umbro, ne ripercorre tutta la carriera artistica. “The Trauma of Painting” è il titolo scelto per l’attesissimo evento dalla curatrice Emily Braun, che si è avvalsa della fondamentale collaborazione della “Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri”, che per l’occasione ha pubblicato anche l’ultima edizione del catalogo completo delle opere di Burri, in italiano ed inglese. L’obiettivo della mostra, raccontano i curatori, è “esplorare la bellezza e la complessità del processo creativo che sta alla base delle opere di Burri”, tornando – a 35 anni di distanza dall’ultima mostra newyorkese dedicata all’artista – ad approfondire la figura di uno dei principali protagonisti della scena artistica del secondo dopoguerra, nel quadro dei rapporti tra Stati Uniti e Europa negli anni Cinquanta e Sessanta. 

L’esposizione prende idealmente avvio dalla dolorosa esperienza che Burri fece proprio negli Stati Uniti, quando l’artista, che era medico caporale, fu fatto prigioniero nel 1943 e venne trasferito dagli americani in un campo di prigionia a Hereford, in Texas. In questo luogo di detenzione Burri, cercando di resistere in quella drammatica condizione, prese a disegnare e a creare utilizzando il carbone, lacerti di juta e altri materiali poverissimi. “The Trauma of Painting” approfondisce poi la svolta che prese la ricerca di Burri al suo ritorno in Italia nel 1946 quando cominciò a creare quadri astratti caratterizzati da un sottile grafismo. Dal 1949, poi, ecco i “Catrami”, opere monocrome in cui” il colore viene ridotto alla sua funzione più semplice e perentoria e incisiva”, come dichiarava lo stesso Burri. Si tratta del primo passo verso un’attenzione alla materia che si sarebbe fatta, negli anni successivi, sempre più esclusiva. Come il “Guggenheim” mette bene in evidenza con la sua straordinaria collezione, questo era un filone di ricerca che più o meno negli stessi anni era stato sviluppato da Jackson Pollock che, invece, si era ispirato alle “pitture di sabbia” della tradizione indiana in America. Un altro importante capitolo della mostra nel museo newyorkese è dedicato ai “Gobbi” con cui Burri cancellava ogni divisione fra scultura e pittura. Il primo “Gobbo” nacque nel 1950 incastrando sul retro del quadro un frammento di legno che rende irregolare la superficie del dipinto. In quello stesso anno Alberto Burri realizzò il primo “Sacco”, un quadro eseguito intelaiando un frammento di tela proveniente da un sacco usato con le cuciture e i rattoppi bene in vista. Negli anni successivi riprese certi effetti di sgocciolatura del colore già presenti nei “Catrami” e aggiunse ai frammenti altri materiali di recupero, stracci, lembi di tessuto. Nello stesso tempo cominciò a servirsi d’altri residui, dalle carte alle lamiere, dai legni bruciati alla plastica. Del 1954 è invece la prima “Combustione”, il primo intervento con il fuoco su cellotx.

Con quasi 100 opere in mostra la retrospettiva è la prima in 35 anni e la più completa mai allestita negli Stati Uniti, con opere che provengono da collezioni private americane e europee, da musei di tutto il mondo (tra cui si segnala un "catrame" del 1952 che arriva dai Musei Vaticani), ma soprattutto dalla Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri a Citta' di Castello che ha prestato una quarantina di pezzi. "Vediamo il Burri che aveva un profondo rapporto con gli Usa, ma anche il figlio dell'Umbria che voleva connettersi con la sua terra", ha detto la presidente della Regione Catiuscia Marini, giunta a New York in occasione dell’inaugurazione dell’importantissima mostra. Una sezione speciale, infine, e' dedicata al “Grande cretto”, il memoriale di Gibellina realizzato in stile “Land Art”e dedicato alle vittime del terremoto del 1968 nella valle del Belice: il Guggenheim ha realizzato un lungometraggio sulla monumentale opera, per la regia di Petra Noordkamp.