Torna in scena al Teatro Trianon Viviani di Napoli Novecento Napoletano, l’opera ideata nel 1992 da Lello Scarano e Bruno Garofalo, una entusiasmante avventura estetica e una tappa nella ricerca e nello studio della canzone napoletana che le critiche di oleografia, di sentimentalismo nostalgico, di manierismo bloccano sia nel passaggio alle giovani generazioni che nella diffusione internazionale. All'estero è tenuta in vita da valorosi cantanti-testimoni e, nella sua città, solo da associazioni teatrali private, circoli e salotti culturali, encomiabili monasteri cistercensi, ma dal breve raggio d’azione. Eppure sarebbe facile capire, una volta per tutte, che quest’ infinito canto che si modula da secoli intorno a un paesaggio e alla sua storia non è nostalgia di cose mai avute, e forse mai esistite, ma è la città stessa a scriverlo fin dalla leggenda della sua origine musicalissima, divenuta mito e poi storia. È la narrazione di sé della città che interloquiva con l’Atene dei secoli d’oro e che seppe arricchire la propria cultura in reciproco scambio con i ‘dominatori’ senza perdere la sua essenza plurimillenaria alla quale si sono formati scrittori e filosofi, scienziati e artigiani, artisti, pescatori, contadini e artefici di opere d'arte mirabili. Da quella essenza è sorta l’utopia delle favole, di una scienza nuova e il sogno di una legislazione che riconosceva al popolo il diritto alla felicità. Sono le molte anime di una città dove il bene e il bello che l'hanno tenuta a battesimo continuano a lottare ogni giorno perché non tramonti, con essi, anche la speranza del riscatto Napoli che merita. Nei millenni ha appreso duramente l'arte del vivere conciliando la sua luminosa voglia di futuro e il melàn del dolore con l'innata propensione alla gioia. La canzone è il riflesso, inconscio ma consapevole del dualismo esistenziale della città che ha ispirato la filosofia, le favole, la musica che si sono diffuse in Europa nei secoli d'oro della cultura napoletana. E da quella lingua e da quella musica sgorga la canzone che della sua città canta la bellezza e le sventure, i peccati, il sorriso, le lacrime e la saporosa leggerezza dell’ironia. Nata dalla strada o dal poeta ‘laureato’, la canzone di Napoli è eseguita e ascoltata nei vicoli e nei piani alti, ai balli delle debuttanti, nei salotti altoborghesi e della piccola borghesia, nei cafè-chantant, nei teatri e nei vicoli e sotto le finestre aperte per buona parte dell'anno a lasciar entrare le serenate. Vi si cimenta D'Annunzio, gli spartiti sono scritti, e non a caso, per voce e pianoforte, lo strumento che, dal secondo Ottocento a buona parte del Novecento, fa parte dell’arredo domestico perché i giovani vi apprendano la musica, materia indispensabile all'educazione fin dall'infanzia. Le case editrici si rivolgono a una società in grado di leggere la partitura e Bideri fa scuola, stampando sulle copertine gl’incantevoli paesaggi di Scoppetta, di Matania, Irolli, Migliaro, gli artisti che hanno affrescato il Caffè Gambrinus con scene di incantevole seduzione. Da questo senso di appartenenza, da questo ius sanguinis et soli, nasce e vive la canzone, riflesso della storia e delle vicende della città, dalle sue origini aila sua storia di secoli e di millenni: altro che oleografia e romanticismo nostalgico. E tutto ciò, e molto altro, è in Novecento Napoletano. Le canzoni sono presentate per temi, dalle serenate alle marine dei pescatori alla guerra agli antichi mestieri: sullo sfondo le scene, tarsie smaglianti di un mosaico prezioso. Sono decine gli artisti, centinaia le canzoni che ci giungono con la loro seduzione intatta dalla grande storia dalle quali sono nate. Se resistono nella memoria collettiva, esse sono del tutto ignorate dalle ultime generazioni, derubate consapevolmente di un patrimonio del quale sono, e restano, eredi. Uno spettacolo come Novecento Napoletano dovrebbe esser rappresentato per tutto l'anno e spiegato nelle scuole per condurre i giovani a ritroso lungo il fil rouge di una tradizione dissennatamente interrotta. Ed è bene ricordare che anche la canzone che annuncia nello spettacolo la Grande guerra, la Leggenda del Piave, è una canzone napoletana, quasi generalmente sconosciuta ai nipoti del Ragazzi del '99 che persero la vita per dar loro una patria libera. Per questa sua perenne attualità lo spettacolo conserva la sua magia, come sostiene uno dei pionieri splendidamente presente anche in questa ultima edizione, Antonio Murro che, nell’interpretazione di O paese d’ ‘o sole, per i tre minuti della canzone ci fa credere ancora nella città del sole, del mare, delle parole nelle quali il dolore si concilia con la felicità e le lacrime col sorriso, secondo i canoni della poetica classica dove odio e amore formano la sintesi perfetta perché l'uomo viva, anche nei sentimenti, il proprio destino. Testimone nel mondo della nostra musica, Antonio Murro lamenta la latitanza delle istituzioni e di sponsor che diano impulso alla diffusione della nostra musica mentre in Francia in Australia, in Argentina la cultura musicale del luogo viene continuamente proposta. Secondo Antonio non ci resta che rileggere la significativa denuncia di Raffaele Viviani: Campanilismo. Nella nuova edizione ha fatto da guida Maurizio Casagrande, figlio di Antonio, l'attore eduardiano tuttora grande protagonista della scena. Maurizio è anche un ricercatore che della materia teatrale, sia nella Compagnia di Vincenzo Salemme che nelle sue commedie tra le quali l’incantevole La musica mi gira intorno, fa un uso intelligente e appropriato, modellandola con brillante ironia. Per lui la canzone napoletana è un capolavoro ignorato da chi non sa di avere tra le mani un vero ben di Dio sia da un punto di vista poetico-musicale che drammaturgico, alimentato da quel brodo primordiale di una città che ha saputo resistere a ogni omologazione culturale.

Presente in scena il bravo Matteo Mauriello, figlio di quel Giovanni cofondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare e tuttora testimone della grande tradizione della poesia e della musica popolare. Gli arrangiamenti storici del maestro Tonino Esposito sono stati curati con professionalità e rispetto dal maestro Ciro Cascino. Mariagrazia Nicotra ha fatto rivivere le aggraziate finezze dei costumi antichi per i cantanti e i ballerini, tutti da citare per la bravura e l'appassionata dedizione. Quanto al regista Bruno Garofalo, la sua sapienza scenica eleva tra platea e palcoscenico il ponte sospeso della vibrante coesione emotiva che assicura il successo. Non accetta di essere considerato creatore di Novecento Napoletano, ma custode. Per lui la canzone napoletana non è soltanto musica e poesia, è tangibilmente storia di una città che, come la Sicilia da Verga e la Lombardia dal Manzoni, è raccontata dalle sue canzoni che vanno tenute in vita specialmente per i giovani che, travolti dalla modernità delle arti, ignorano questo capitale umanistico che si spegne giorno per giorno senza che si prenda una sola iniziativa per tenerne vivo il ricordo. Il custode spera che tutto questo trovi, per quelle strane magie a cui l'arte ci ha abituato, la continuità che merita. Se non credesse alle magie, Bruno Garofalo non sarebbe il grandissimo uomo di teatro capace di far levitare le scene, gli avvenimenti e l'intera platea. Associandoci al suo augurio, ci chiediamo in base a chissà quale supponenza pseudoideologica sia stato possibile stroncare la canzone napoletana, operazione che sembra rientrare nella detronizzazione della Bellezza come valore etico oltre che estetico. Ed è addirittura surreale, da parte degli amministratori pubblici, ignorare l'enorme ricaduta economica (se proprio dobbiamo accantonare quella culturale) che la diffusione della canzone napoletana avrebbe sui loro conti perennemente al rosso: ne sono esempio Salisburgo, Venezia, Siena e le città che continuano a tenere in vita la grande musica e le feste popolari mentre le nostra Piedigrotta, più aristocratica e antica, si è lasciata miseramente perire.
Per evitare che la recensione di uno spettacolo diventi solo un S.O.S., concediamoci qualche parola su questa moneta dichiarata arbitrariamente fuori corso: le nostre canzoni. Come tutte le cose troppo cariche di materia compositiva, esse non possono esser contenute nella definitività di una definizione. Parole e musica s'impossessano l'un l'altra come in un amplesso sognante, o soltanto sognato (Maria, Mari', Era de Maggio). Spesso, nel sogno sognato nel sonno, (ed entrambi i termini si traducono in suonno, forse perché vasi comunicanti tra desiderio e illusione), il profumo delle rose e delle viole di maggio culla, smemorandola, la donna amata (Torna Maggio): rose e viole, i luoghi comuni della primavera napoletana, ma non sono forse, anch'esse, l'hortus conclusus di tutti i nostri desideri? E l'innamorato sogna 'di' lei, di darle baci a mille a mille, come un certo Poeta che si ispirò a questi luoghi, quel Catullo amico di un certo Orazio che ci invitò, qualche millennio fa, a prendere il giorno all'amo della gioia, come fa l'innamorato di Qui fu Napoli, avvinto sulla spiaggia all'amata. Ma in uno squisito acquarello notturno l'innamorato si paragona a un paggio cantatore che una regina, dopo una notte d'amore, abbandona scetato a mare, una regina dalla mala nominata, la dissoluta Giovanna d'Angiò, ma il mare è quello del palazzo di una viceregina, Donn'Anna Carafa, e due secoli di distanza sono tra loro: e tra due mari e due secoli spazia le fantasia del poeta e attinge materia per un capolavoro. Un altro mare ancora è quello dove le Sirene intessono le loro reti per trattenere gli emigranti mentre il golfo quasi scompare e Santa Lucia si fa sempre più luntana... Il mare alcova e tomba, amori felici e crudeli, sole, luna, e ancora il mare, luoghi comuni, tòpoi della tradizione mediterranea: e su questi tòpoi, sull'amore e sulla gioventù, sul dolore e sulla felicità la musica erra e si fonde con la poesia, scrivendo i momenti più alti della capacità dell'uomo di interpretare la vita. Questa infinita versione in musica e poesia di una storia millenaria vive in Novecento Napoletano, questa enorme carica di passione e di ironia, di erudizione e di semplicità e le canzoni ce ne portano il sussulto e il brivido, la passione e l'ineludibile desiderio. Nella convinzione che tutto ciò non vada dimenticato, abbiamo dato alla nostra recensione il valore aggiunto di un Appello che rivolgiamo anche alla gloriosa Società  che ospita queste note nel nome della lingua dei nostri scrittori, filosofi e poeti. La lingua di Pontano, di Sannazaro, di Galiani, di Basile, di Vico, di Filangieri, di Croce, di Eduardo e di infiniti altri filosofi, scienziati, poeti ha diffuso nel mondo il sapere e, nel nome di questa ineludibile verità, la riteniamo meritevole di venir conservata e diffusa nelle Canzoni che di essa sono l'espressione più affascinante, tenera, appassionata, che parlano di sogni e di sonni e si ribellano a entrambi perché portatori di oblio, un oblio dal quale la Canzone Napoletana va difesa come una delle poche espressioni superstiti della Bellezza alla quale è affidato il compito di salvare il mondo.

Anna Maria Siena Chianese