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Francesca Lo Bue

In occasione del mio viaggio in Argentina ho presentato, presso il Comitato di Mendoza della Dante Alighieri, la mia raccolta di poesie Moiras. Evento, per me, socia del Comitato di Roma, graditissimo in quanto, svolgendosi attraverso letture rivolte agli studenti di livello C1, si è andato ad inscrivere nel programma di valorizzazione, promozione e diffusione della lingua italiana che la Dante Alighieri persegue, in Italia e nel mondo, con indefessa abnegazione. Occasione tanto più gradita, inoltre, perché la nutrita e attiva partecipazione degli studenti di italiano della Dante dimostra plasticamente la forza di richiamo che il patrimonio culturale del Belpaese tutt’ora possiede.
Prima di entrare nel merito della relazione mi preme rivolgere un caloroso ringraziamento al prof. Di Peio, Presidente del Comitato di Roma, e alla dott.ssa Liliana Mathus, i quali, con la loro opera organizzativa, hanno reso possibile l’incontro.
La presentazione mendocina è stata principalmente una riflessione sul ruolo della poesia nella formazione spirituale dell’individuo.
Fra le tante che se ne potrebbero dare, tutte giustissime nell’apprezzare singoli aspetti del fare poetico, ho inteso offrire ai partecipanti questa definizione “La poesia è emozione”.
Affermazione densa, come del resto ogni sintesi definitoria, che nel corso della lezione è stata svolta secondo alcune direzioni privilegiate.
La poesia è emozione nostalgica, suggestione mitica dell’escluso, lingua prima dello straniero, richiamo di radici originarie, veicolo di preziose tradizioni culturali che valgono a preservare identità insieme individuali e sociali.
Prospettiva concettuale, questa, tanto più vera in un contesto quale quello argentino, fondato, come ben noto, su un amalgama, sul piano storico tutto sommato ancora recente, di molteplici origini nazionali, ove la componente italica assume rilievo primario.
Prospettiva che, peraltro, involge me stessa a livello e biografico e letterario. Nata in Italia, trapiantata in Argentina in tenerissima età, ristabilitami in Italia, a Roma, dopo gli studi, qui ho dato avvio a una produzione essenzialmente bilingue, ove l’indole ispano-americana e quella italiana si incontrano senza mai confondersi, ove quello che conta non è ciò che si è trovato nei paesi d’arrivo ma ciò che si è lasciato nei paesi d’origine.
Agli interrogativi per quale motivo si studia ancora oggi l’italiano, in un paese così distante come l’Argentina, e per quale motivo si predilige, nell’apprendimento, il medio dell’opera poetica, magari di secoli passati come l’Alighieri o il Leopardi, ho fornito agli intervenuti una mia personale risposta, maturata in anni di letture e riflessioni, conseguente alle premesse sopra richiamate.
È ancora d’attualità l’italiano non per il suo valore “pratico” – l’italiano non è la lingua delle transazioni commerciali, delle istituzioni politiche mondiali né di Internet – ma per il suo impareggiabile contenuto emozionante e mitico, per il plurisecolare processo storico – culturale ed etico di cui è manifestazione sensibile.
A un primo, e più elementare, livello si ricerca l’italiano in quanto lingua dei propri padri, delle proprie origini famigliari. Apprendimento, quindi, come tentativo di recuperare qualcosa che ci apparteneva; si pensi al numero elevatissimo di connazionali che, almeno fino a tutti gli anni ’60 del secolo passato, hanno lasciato il nostro Paese, spesso loro malgrado e sempre traumaticamente, per disperdersi nel mondo, nonché alle discendenze di questi.
Ma ciò non vale a comprendere il fascino che lo studio dell’italiano ancora spiega su chi origini italiane non ha.
Ed è qui che, a mio parere, il discorso va portato su un livello superiore e più ampio.
La lingua italiana – e la poesia come suo veicolo più diffusivo – mantiene ancora il valore di koinè intellettuale, rappresenta ancora la chiave di accesso ad una dimensione di cultura, suggestioni, stimoli, ideali, valori, espressioni, intesa come patrimonio universale.
E allora lo studio dell’italiano diviene doppiamente nostos: ritorno alla casa patria, perlomeno linguistica, di chi questa lingua ha perduto; ritorno, maggiormente figurato ma non per questo meno genuino, alla casa patria di una intellettualità superiore che si vuole universale e intertemporale.
Ma, si diceva durante la presentazione, se la lingua italiana trasfigura in una luce ideal-tipica, essa lingua ha bisogno dei suoi simboli.
Nella mia personale interpretazione questo simbolo è Roma.
A Roma è nato il latino, lingua universale per eccellenza, di cui l’italiano è il figlio maggiore; a Roma hanno guardato, come ad una mitica casa comune, i padri fondatori del volgare, l’Alighieri e il Petrarca, benché altrove abbiano consumato la grandezza del proprio genio.
Ma Roma è, al contempo, città poetica. Oggetto di poesia ma forse, e più a fondo, essenza stessa, nel suo essere e nel suo farsi nel corso della storia, della poesia.
Di quella poesia dell’emozione nostalgica, del rimpianto, dell’escluso, della tensione verso il ritorno, di cui si diceva all’inizio.
Come canta Virgilio Roma nacque dagli esuli che, al seguito di Enea, fuggirono da troia. Roma fu sede di un impero terreno che, nel suo espandersi progressivo, non fu mai realmente conquista ma inclusione e multiculturalismo.
Su Roma perduta amari lamenti sparse, dalle rive del Mar nero ove venne relegato, il poeta Ovidio.
Roma per una seconda volta venne fondata dall’esule, dall’escluso, dall’emarginato, nel Cristianesimo.
Roma, in sostanza, quale suggestione di un passato ideale, sempre rinovellato nella tensione verso il suo raggiungimento.
Di questa traiettoria mitica, di questa vicenda esemplare di perdite, di assenze, di sconfitte ma anche di slanci ideali, ambizioni e risalite – incise in ogni pietra, in ogni albero di Roma – la raccolta Moiras, presentata al Comitato di Mendoza, ha ambito esserne insieme testimonianza e offerta.
Queste le questioni affrontate nella giornata di studio a Mendoza; per me personale momento di sintesi di un itinerario critico già percorso, ma anche stimolo a proseguire un ulteriore tratto di strada.
In quegli stessi giorni di maggio, probabilmente facendo tesoro delle riflessioni scambiate alla Casa di Dante di Mendoza, mi decisi ad accettare la proposta, offertami dalla prof.ssa Marta Castellino, titolare della cattedra di Letteratura argentina II presso il Dipartimento di letteratura argentina della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Nacional Cuyo di Mendoza, di curare la traduzione in italiano di una raccolta scelta della poetessa argentina Alejandra Pizarnik; lavoro che mi ha consentito di rimuginare, nella figura emblematica di questa poetessa, i temi a me cari dell’esilio e della perdita.

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Francesca Lo Bue nasce a Lercara Friddi (PA). In Argentina compie tutti i suoi studi fino alla laurea in Lettere e Filosofia presso l’Università Nazionale di Cuyo di Mendoza. Vince una borsa di studio del Ministero degli Affari Esteri italiano, con il saggio Lirismo y Metafisica en Giacomo Leopardi. Sotto la guida del professor Aurelio Roncaglia si specializza in Filologia romanza presso l’Università La Sapienza. Ha curato diversi studi letterari sia in italiano che in lingua spagnola.