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Il più grande lascito di Luigi Pirandello al nostro presente sono forse le sue riflessioni sull'uomo e l’esistenza. Le sue esperienze e dolori vanno dalla malattia mentale della moglie al conseguente suo ricovero, dall'amore non ricambiato per Marta Abba alle alterne vicende economiche e, nel genio dello scrittore, diventano elementi di riflessione sul senso della vita, spunti per grandi opere d'arte.

La Società Dante Alighieri, nel 2017, dedica al grande autore agrigentino diverse attività. Nel nostro sito, tra le "Pillole della Dante" ci sono già le 10 brevi lezioni del Prof. Rino Caputo su "Pirandello nostro contemporaneo". In preparazione anche un libriccino, nel quale lo stesso prof. Caputo risponde a 19 domande per conoscere meglio lo scrittore nato a Girgenti (attuale Agrigento) il 28 giugno 1867.

Cosa accadde quando gli intellettuali tra Otto e Novecento si diedero a frequentare il mondo delle visioni e del sogno? Lungo il filone del realismo magico, del decadentismo (anche nelle sue forme più estetizzanti), tra le opere di autori come Tommaso Landolfi e Massimo Bontempelli e le prove surrealiste di Alberto Savinio, per fare solo alcuni esempi, si disegna lo scenario da cui emergeranno la psicanalisi e le nevrosi della società di massa.

Nel contempo, però l’universo fantastico di Luigi Pirandello sembra poggiare sulla realtà come su un trampolino, da cui spiccare un salto verso il mondo della fantasia. In questa dimensione, parallela a quella quotidiana, lui fa correre i sogni degli uomini comuni, degli impiegati e degli insegnanti, le visioni dei suoi personaggi (che talvolta sembrano dar voce all'inespresso dell’autore) e rivolge lo sguardo su una dimensione interiore dove si possono liberamente esprimere la follia, il paradosso e le forme della verità smascherata.

Verità e realtà si andavano intanto frammentando, nell'introspezione dell'autore, tra identità e veste sociale, tra bene e male, tra la vita e la sua rappresentazione, nel caleidoscopio dei punti di vista, che sono uno, nessuno e centomila come nel suo romanzo forse più famoso. 

L’individuo è rimasto uno, ma davanti a lui ora c'è la "massa" dei centomila, ciascuno dei quali è legittimato ad esprimere un parere, disposto anche a perdere il conforto della propria integrale unità (forse conformista, ma confortante) in cambio dell'espressione della propria essenza più vera. La fantasia di Pirandello sfida così i contemporanei, li invita a rifugiarsi in un mondo interiore che appare più importante delle convenzioni, ma anche incapace di accogliere qualsiasi ricomposizione.

I “frammenti” si rifiutano di rientrare in una forma unitaria anche in casi come quello de L’esclusa: anche se le cose sembrano tornare alla normalità quando lei rientra nella famiglia che non la voleva, è solo un’apparenza. La normalità è anch'essa una maschera, applicata ad un orizzonte che ricorda quello di “The Truman Show” (anche qui troviamo un pirandelliano “cielo di carta”), riflesso emaciato di quello reale. “Oltre lo specchio” (quello di Massimo Bontempelli ma anche quello di Alice), la rasserenante verità si dissolve, adombrata nella sua stessa immagine.

Siamo nella dimensione del sogno (e dell’immaginario cinematografico) quando leggiamo le fantasie di Mattia Pascal che sceglie di cambiare identità? Stiamo forse contemplando la sua essenza più vera, comunque abbia scelto di farsi conoscere e chiamare? In quell’universo che è “orizzontale”, cioè fatto di orizzonti, non ci sono vette da scalare e, in barba al benessere sociale, alle regole della produzione e dell’efficienza, dietro la forma/maschera l’uomo resta inevitabilmente da solo con sé stesso.

Ecco la più attuale delle lezioni di Pirandello: la solitudine è la "compagna" dell’uomo, dalla nascita in poi, fino a quando scompare lasciando di sé poche parole, fragili anche se a volte molto belle. Questa figura umana, delicata e sospesa, è vicina a quella del grande antiromanzo novecentesco (tra Proust, Musil e Joyce) e si muove nello scenario dell’Umanesimo tecnocratico del XX secolo cui la nascente psicanalisi rivolgerà presto la sua attenzione.

L’innovazione tecnologica, la cultura di massa, lo sviluppo della società della conoscenza e dell’informazione emergono come percezioni già nelle prime opere del futuro Nobel letterario del 1934, in cui il grande Walter Benjamin riconobbe la statura di un pensatore lucido e consapevole della realtà, dell’arte e delle loro vicendevoli interazioni.

Anche nell’accettare il Nobel Pirandello si dimostrò un grande umorista e non volle pronunciare alcun discorso. Ritirò il premio più importante, capace di fare tanto rumore, in un silenzio davvero assordante.


VN